Nathaniel Hawthorne ("La lettera scarlatta") aveva un figlio di nome Julian che scriveva racconti di vampiri per l'Harpers' Magazine

Anche l’aristocrazia americana faceva i grand tour anche se di aristocratico gli americani non avevano niente se non i vizi e i soldi. Siamo nel 1883 e il protagonista di questo racconto, tale Ken, è un giovane newyorkese benestante che, durante il suo giro culturale in Europa, finisce in Irlanda, nella contea di Cork.

Per qualche misteriosa ragione Ken preferisce la contea di Cork persino a Venezia e Roma. I gusti sono gusti. Per gli irlandesi nutre sentimenti contrastanti, da un lato li ammira dall’altro li detesta. Li definisce così: «Sono superstiziosi e credono a meraviglie, fate, maghi e presagi tanto quanto gli uomini a cui San Patrizio faceva le prediche, e allo stesso tempo sono avveduti, scettici, ragionevoli e bugiardi come non mai». E poi di seguito: «Non sono mai stato nei miei viaggi in una nazione di cui abbia goduto così tanto la compagnia, o che abbia ispirato in me così tanta gentilezza, curiosità e ripugnanza».

Ma mettiamo da parte per un momento l’evidente schizofrenia del protagonista e procediamo.

Il problema è che da quelle parti non c’è molto da fare se non passeggiare, bere birra e mangiare. Durante una mangiata in un pub conosce un militare di stanza al fortino locale e i due fanno amicizia. Evidentemente Ken, tutto sommato, alla compagnia dei locali preferisce quella degli occupanti inglesi. Comunque l’amico soldato lo introduce al fortino dove si forma un bel circolino di amici, tutti soldati. Il gruppo si ritrova per fare bisboccia e raccontare storie di fantasmi. Si cita di sfuggita una signora in nero, ma Ken è troppo preso a suonare il banjo e a bere per prestare attenzione. L’ultimo giorno del suo soggiorno in Irlanda i suoi nuovi amici organizzano una cena d’addio, ovviamente finisce in una gran bevuta.

A fine serata (tardissimo per gli standard dell’epoca, addirittura le 23!) Ken saluta tutti e barcollando cerca di tornare alla sua pensione. Solo che si perde e finisce al cimitero, non nel senso che muore, ma nel senso che si ritrova in un grazioso giardino coperto d’erba e puntellato di lapidi. Se ne accorge perché quella sera c’è una luna particolarmente luminosa che illumina, oltre alle tombe, anche una donna avvolta in un mantello nero con cappuccio che pare aspettarlo.

Scandalizzato per aver trovato una ragazza da sola, in giro a quell’ora della notte (!) Ken attacca bottone. La ragazza dice di chiamarsi Elsie è molto spigliata e indipendente e, con un elegante giro di parole, fa capire a Ken che dovrebbe farsi gli affari suoi, ma per buon cuore decide di accompagnarlo in cambio del bell’anello che lui indossa.

Chiunque capirebbe che si tratta di una trappola, ma Ken no reiterando quell’attitudine tipicamente americana, che farà la fortuna di tanti film, di cacciarsi a testa bassa in qualsiasi guaio.