Lo scorso dicembre, con alcune classi della scuola in cui lavoro, abbiamo fatto un'escursione didattica nel pittoresco quartiere di Sulthanamet

Abbiamo visitato il Museo Archeologico e la caratteristica Basilica-cisterna. I due complessi sono poco distanti l’uno dall’altro.

Ovviamente l’affascinante quartiere di Sultanhamet, ha diverse attrazioni da scoprire e visitare, immergersi nei pittoreschi vicoli, ricchi di colori, sapori e odori orientali e soprattutto si puo’ fare un tuffo nel passato.

Perché ”Sultanhamet” si chiama così?

Alcuni reperti ospitati nel Museo del Chiosco Maiolicato

Il quartiere di Sultanhamet è certamente uno dei poli di attrazione della cittá di Istanbul, dato che oltre ad essere uno dei centri più antichi (era la vecchia Costantinopoli) ospita diversi monumenti principali ed interessanti, diventando così un’attrazione turistica.

Fu il sultano Ahmet I (o Ahmed I (1590-1617) a far costruire sia la moschea, oggi nota come Moschea Blu, sia l’intero quartiere che oggi porta il suo nome.

La Cisterna basilica (Yerebatan Sarnıcı)

La cisterna si trova a sud-ovest di Aya Sofia (Santa Sofia). Si tratta di una cisterna sotterranea costruita nel 452 dall’imperatore bizantino Giustiniano I (527-565). Fu anche chiamata ”Yerebatan Sarayı”, ossia ”Palazzo di Yerebatan”, per via della presenze delle numerose colonne di marmo che sembrano quasi emergere dall’acqua.

Viene anche chiamata Basilica Cisterna, perché in passato vi sorgeva proprio una basilica.
La cisterna, di forma rettangolare, è lunga circa 140m e larga 70. Occupa una superfice di oltre 9 mila metri quadrati. Si accede alla cisterna tramite una scalinata in pietra.

All’interno ci sono ben 336 colonne disposte in dodici file da 28 colonne, alte circa 9 metri e sormontate da archi. La maggior parte delle colonne provengono da altri edifici antichi e composte da vari tipi di marmo lavorato. Alcune si presentano come un unico blocco, altre in due.

I capitelli sono di vario stile e forme. Infatti ben 98 colonne presentano capitelli in stile Corinzio, mentre alcune in stile Dorico.

I muri che delineano il perimetro, sono di mattoni e hanno uno spessore di oltre 4 metri. La malta utilizzata per la costruzione risulta essere un composto di grano di Khorasan ed è impermeabile.
Percorrendo la cisterna, troviamo due blocchi di marmo con un bassorilievo della Medusa, utilizzati come base delle colonne. Si tratta di un vero capolavoro dell’arte scultorea romana.

Tuttavia non si conosce la provenienza delle due teste di Medusa. Secondo alcuni ricercatori e studiosi, probabilmente le teste sono state portate qui durante la costruzione della cisterna per usarli come piedistallo della colonna.

Le teste di Medusa

Interno della cisterna basilica: Testa di medea rovesciata

Ovviamente intorno alla loro presenza sono nate diverse leggende. Come ben sappiamo, nella mitologia greca, Medusa era una dei tre Gorgoni, ossia mostri femminili, che viveano sottoterra.
Una leggenda racconta che una delle tre sorelle, Medusa appunto, mostro con serpenti in testa, aveva il potere di trasformare in pietra chiunque incrociasse il suo sguardo.

Ma è anche noto che, anticamente, i Gorgoni venivano dipinti o scolpiti per proteggere i grandi edifici o luoghi sacri, per questo motivo, molto probabilmente, la testa di Medusa venne utilizzata nella cisterna.

Un’altra leggenda, forse quella a noi piú nota, narra di una giovane ragazza bellissima, di nome Medusa, innamorata di Perseo, figlio di Zeus. Ma anche la dea Athena era innamorata del giovane così, per vendetta, trasforma Medusa in un mostro, con serpenti al posto dei capelli. E chiunque guardasse Medusa negli occhi veniva pietrificato. Fu lo stesso Perseo, ignaro che quel mostro fosse la sua amata Medusa, a tagliarle la testa per volere della gelosa Athena e, approfittando del potere della donna, sconfisse i suoi nemici. In conseguenza a questa leggenda, nell’era bizantina, la testa di Medusa venne scolpita sui manici delle spade e sui capitelli delle colonne fu messa capovolta (in modo che chi guardava non rimaneva pietrificato).

Un’altra leggenda racconta che Medusa si pietrificò mentre guardava uno specchio. Ecco perché lo scultore che ha realizzato la testa della Medusa, l’ha fatta in tre posizioni diverse a seconda degli angoli di riflesso della luce.

Nel tempo la basilica-cisterna ha subito diverse ristrutturazioni durante i secoli. Durante una ricostruzione tra gli anni ’50 e ’60, ben 8 colonne, che si trovano al centro della cisterna, hanno rischiato il crollo, sono state rinsaldato con il cemento, perdendo gran parte delle loro caratteristiche originali.

In epoca bizantina

Sarcofago in marmo con fregi ed intagli

In epoca bizantina, la Basilica-Cisterna riforniva l’acqua al palazzo imperiale. Gli ottomani, invece, la utilizzarono per irrigare i giardini del Palazzo di Topkapı, dopo la conquista di Istanbul nel 1453, fino a quando non costruirono un proprio impianto idrico e la cisterna non fu piú utilizzata.
Mentre non fu nemmeno notata dagli occidentali almeno fino alla metá del XVI secolo.

Tra il 1544-1550, un viaggiatore olandese, P. Gyllius, venne a Istanbul alla ricerca di resti bizantini. Durante un suo sopralluogo nell’area di Santa Sofia, Gyllius scoprì che gli abitanti della zana si rifornivano di acqua calando dei secchi in alcuni fori nel pavimento presenti in alcune abitazioni. E talvolta, assieme all’acqua, si trovavano pure dei pesci. Incuriosito, entrò nella cisterna, munito di una fiaccola e di una barchetta, scoprendo così quel luogo straordinario. Gyllius dedicò molto tempo per esplorare e studiare la cisterna, pubblicando poi un libro sulla sua scoperta. La sua minuziosa descrizione della cisterna, ha incuriosito e affascinato moltissimi viaggiatori da tutto il mondo.

L’ultimo restauro è avvenuto alla fine degli anni ’80, affinché fosse poi aperta al pubblico, con le dovute precauzioni. Si tratta sicuramente di un luogo suggestivo e interessante che merita di essere visitato, se si viene a Istanbul. Inoltre è possibile farsi scattare una foto indossando abiti tipici del periodo ottomano.

Il Museo Archeologico di Istanbul

Il Museo Archeologico di Istanbul, situato all’interno del meraviglioso Parco di Gülhane (che consiglio di visitare), ė davvero uno dei musei più interessanti ed affascinanti della città, soprattutto se si è (come me) dei grandi appassionati di storia antica e archeologia.

Il museo fu fondato verso la fine dell’800 da Osman Hamdi Bey, per poter raccogliere innumerevoli reperti archeologici dal valore inestimabile di origine greca, romana e bizantina. Il museo è davvero grande e, vista l’enorme quantità di oggetti, reperti e testimonianze, bisogna veramente concedersi tempo per poterlo visitare con calma e attenzione. Perché, per poterlo visitare occorrono almeno 4 ore!

Il museo è costituito da tre edifici; infatti, oltre al museo archeologico vero e proprio, ci sono altri due edifici più piccoli, e precisamente, Il Museo dell’Antico Oriente, dove si può ammirare una collezione di oggetti del periodo pre-islamico, e il Museo del Chiosco Maiolicato (Çinili Köşk), sito all’interno di un palazzo costruito intorno al 1472 e dove si trovano svariati esempio di ceramiche ottomane di Iznik e di epoca Selgiuchide, di incomparabile bellezza e finezza.

All’interno del museo archeologico è possibile ammirare reperti provenienti dalle nove stratificazioni archeologiche dell’antica e mitica città di Toria (alla quale è dedicato quest’anno), o capolavori dell’arte ellenica, testimonianze dei popoli che abitavano la Mesopotamia, fino allo storico Trattato di Kadesh, ovvero il Trattato firmato dal faraone Ramses II e il re ittita Hattusili III, probabilmente tra 1259 o 1274 a.C.

Si rimane veramente incantati e rapiti dalla bellezza e interesse che questi reperti emanano tanto da riportarti, per un momento, indietro nella storia. Ogni oggetto, guardandolo, sembra davvero sussurrarti la sua storia, o raccontarti la vita che si conduceva nel passato.
Davvero vale la pena visitarlo, perché veramente vi saprà catturare e ammaliare.