Per la prima volta in italiano, Medea presenta una breve antologia della poesia thailandese. Un mondo lirico sconosciuto e profondo, tutto da scoprire.

Poco nota, se non totalmente sconosciuta (malgrado alcune rare iniziative, come quella che ha portato a tradurre in italiano, a partire, come ovviamente nel mio caso del resto, da preesistenti versioni inglesi, i versi del principe Thammatibes, del diciottesimo secolo, in cui sono state ravvisate sorprendenti consonanze leopardiane), è, da noi, la poesia thailandese.

Grazie ad una mia alunna originaria di quella terra, Tara Udomittipong, che mi ha fornito traduzioni letterali in inglese e mi ha chiarito alcuni aspetti essenziali della lingua e della metrica thailandesi (di una complessità e una ricchezza insormontabili, fra sottili sfumature e variazioni foniche e semantiche e sofisticatissimi schemi di piedi, rime, assonanze, vicini forse allo sloka del sanscrito, da cui del resto anche molti metri greci e latini ebbero origine), sono ora in grado di offrire al lettore italiano, credo per la prima volta, alcuni brevi assaggi del massimo poeta thailandese classico (Sunthorn Phu, “il Poeta del Quattro Regni”, prima metà dell’Ottocento, capace di fondere, sorprendentemente, una vita contraddittoria e travagliata, divisa fra il ruolo di Vate di corte, l’esistenza irregolare del bohémien e del maudit insofferente e avido di vita che arrivò a conoscere sia il monastero che il carcere, e la rivisitazione di un immaginario epico, forse di ascendenza indoeuropea ‒ la Storia del Principe Abhai Mani, che doma una immane belva marina con l’arte del canto appresa dai sapienti della foresta, sembra ricordare le figure di Anfione e di Orfeo, che dominano e modellano con la luce dell’armonia l’oscurità inerte della materia e della natura ‒, che ce lo rende sorprendentemente vicino) e del massimo poeta thailandese novecentesco, Angkhan Kalayanaphong, scomparso quasi novantenne nel 2012, ugualmente critico prima nei confronti del socialismo, poi della massificazione capitalistica e dell’occidentalizzazione dei costumi, colpevoli tanto l’uno quanto le altre di aver compromesso l’autentico spirito della tradizione thailandese, in cui il senso buddista dell’armonia, della limpidezza e dell’equilibrio ‒ il cui fantasma permane nelle rovine del solenne e radioso mausoleo di Ayuthaia ‒ si fonde con un sacrale rispetto delle Istituzioni, concepite, un po’ come nell’ottica dello Stoicismo classico e poi cristiano, come emanazione di un ordine, di un Logos, cosmici e universali, con cui l’anima (noi possiamo pensare al Cicerone del Somnium Scipionis) tornerà a fondersi dopo la morte, librandosi purificata dalle ceneri.

Come detto, le mie traduzioni, o meglio rielaborazioni o riscritture (o tradimenti), muovono da versioni inglesi che mi hanno offerto, per ogni testo, diverse possibilità interpretative. La traduzione di una traduzione, se da un lato si presta, com’è ovvio, a maggiori rischi di fraintendimento (del quale, com’è ovvio, solo mia è la responsabilità), dall’altro offre all’interprete un più ampio margine non solo d’azzardo, ma di creazione, un più vasto spazio di rivisitazione e di riscrittura, oltre ad un più accentuato pericolo d’errore.

Da questi pochi versi (che a noi non possono non far venire in mente, forse solo per quel gusto esotico, un po’ superficiale e compiaciuto, da cui lo spirito occidentale non sa né può liberarsi, il Debussy di Pagodes, con le sue fluttuazioni, le sue oscillazioni, le sue impalpabili nebule di accordi e armonie, i suoi ineffabili trapassi e mescolanze di ritmi e modulazioni) trapela comunque lo splendore di una letteratura secolare, dalla monumentale dignità e dalla sovrana compostezza, che un giorno, si spera («poca favilla gran fiamma seconda»), potrà essere accessibile al lettore italiano grazie alla versione di un poeta ‒ se esiste o esisterà ‒ che abbia una perfetta conoscenza sia del thailandese che dell’italiano.

Non è possibile, qui, un’analisi linguistica dell’originale ‒ del quale, del resto, conosco solo i pochi, ma illuminanti, frammenti che me ne sono stati, con gentilezza e pazienza squisite, rivelati. Eppure, vi è, circola e respira, per così dire, tanto nell’uno quanto nell’altro poeta, un campo semantico ‒ anzi direi un regno, un giardino di significati ‒ fatto di luce, profumo, spirito, leggerezza, nel quale echeggiano radici proto-indoeuropee (le stesse che troviamo nel sanscrito, nel greco, nel latino, e che proprio dal sanscrito sono certo trapassate nel thailandese).

Corrispondenze, se non etimologiche, almeno fonosemantiche e fonosimboliche ‒ ciò che in poesia più conta, in fondo ‒: su-ra, “celeste” (la stessa radice svar che troviamo in Sol e in Helios ‒ e si potrà citare anche sawan, in Sawan-Fa, “regione celeste” ‒ la stessa radice sanscrita sweras, che troviamo in Seléne, luna); lai, scorrere, e vai, svanire (radici indoeuropee li, sciogliere, liquido, fluire ‒ e vahana, da cui ventus, svanire, vano): parole che rendono, precisamente, anche fonicamente, con la levità e l’inafferrabilità e la trasparenza incorporea delle liquide e delle sibilanti,  quell’idea d’”impermanenza”, d’instabilità, d’illusorietà della materia e della percezione, di perpetuo cangiamento («Je suis en toi le secret changement», dirà Valéry di fronte all’immobilità del Meriggio), con cui le filosofie orientali insegnano a riconciliarsi serenamente.

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SUNTHORN PHU

Dal Canto del monte d’oro

Di fronte al molo vidi la nave del Re
e lacrime mi scesero al ricordo
di quando mi prostravo all’aureo trono,
scrivevo versi per i regali riti,
officiavo le cerimonie, e il mio Re veneravo.

Sedevo accanto al mio Signore, così vicino da sentire
l’effluvio del suo corpo.
Ma morto è il mio re, svanito insieme a lui il suo profumo,
e così la mia fortuna.
Guardo il Palazzo Reale, il mausoleo
dove giacciono le sue ceneri, e a lui vanno
le mie benedizioni, al suo successore il mio augurio.

Dalla Storia del Principe Abhai Mani

Non fidarti degli uomini:
contorto, involuto il loro animo, intricato
come i tralci tenaci.
Nient’altro è così infìdo.

*
La calunnia è acqua che si sparge.
Tu non preoccupartene, così
come la pietra non teme il coltello.
Neppure Buddha poté evitare questo fango:
come lo eviteremo noi mortali?
*
È stato detto che quando c’è l’amore
anche l’erba più aspra ha dolce sapore.
Ma quando l’amore svanisce
anche lo zucchero ha un aspro sentore.

*

Da Nirat Phra Prathom

Rendo omaggio alla Pagoda delle Sacre Reliquie.
Possano durare eterni i riti,
Buddha mi aiuti in ragione dei miei meriti
a vedere la luce.
E possano il Libro, la Parola
fino alla celeste eternità
preservare Sunthorn, lo scriba che appartiene
al Re dal Bianco Elefante.

*

Da Nirat Phra Bat

Risuona l’aria di trombe e di conchiglie –
concerto di tamburi di timpani di flauti
cui a tratti si fondono campane.
Rapisce il cuore il dolce canto dei flauti,
vibrano cupi i tamburi, ovunque si odono voci
velano alberi il volto della luna.
Melodiose si sposano domande
e risposte sulla pianura risonante
da cui sorgono i monti.

ANGKHAN KALAYANAPHONG

Ayuthaia

Ayuthaia, discende
la tua maestà dal cielo.
Il potere e la gloria degli antichi sovrani
plasmarono il puro oro di questi mausolei.

Luminosa fortezza di Ayuthaia,
potenza di soglie e di torri;
Ayuthaia, celeste apparizione
simile per lo sguardo alle dimore degli dèi.

Ayuthaia più sublime del cielo ‒
tu cadesti, non più prodi
guerrieri intorno a te.
Dispersa la fatica dei tuoi sapienti artefici ‒
graffi di bestie deturpano
il tuo volto levigato, o tesoro prezioso.

Giace nel silenzio il più sacro dei templi ‒
avvoltoi, cani, corvi
rodono il paradiso.

Come sangue grondano lacrime dall’anima ‒
fluendo sfiorano il mondo caduto e defunto,
le città che svaniscono.

Polvere è divenuto il regno impavido.
Come un cimitero, Ayuthaia.
Del Paradiso non restano che spoglie.
Nel deserto non vi è che sangue umano
e oscura umiliazione.

Il testamento del poeta

Avvolgo il cielo intorno a me
per allontanare il gelo.
Non di riso mi cibo, ma di astrale luce
nella notte profonda.
Rugiada discende dal cielo
perché io la raccolga e me ne imbeva ‒
fluisce il mio verso a salutare
il mattino dell’ultima stagione.

Innominati poteri ha il mio cuore
in sacrificio al sepolcro ‒
lo spirito vola verso terre di sogni,
nel più lontano cielo:
nel Cielo cerca la Divinità
per portarla sulla terra, a raddolcire
l’erba e le sabbie, a portare gioia e pace.

Io scrivo versi per salvare l’anima
che ora giace sul corso e sulle onde
del tempo, rapinosi.
Anche se questa breve vita ci consuma
dureranno lucenti
e divine, le parole del cuore.

Lascia che arda il corpo
e cenere diventi. I tuoi versi
plasmati di forza e di dolcezza
non svaniranno. Ovunque
sia destinata l’anima a rinascere
fluiranno sacri preziosi arcobaleni,
e lampi cristallini, e gemmei chiarori.

Il Silenzio si fa spirito di gioia
nella Parola, la pioggia
preziosa del Cielo estingue il fuoco, il cuore
è rapito nel sogno di altre terre.

Dolce è il profumo di questa vita. L’altra
sarà riflesso della sua dolcezza.
Voglio gettare via, lontano, la mia vita:
io voglio il Bene risplendente e nuovo.

Più sacra di ogni arte, la poesia:
fatata come soavi fiori
discesi sulla terra da un celeste giardino.