La Lisbona di Fernando Pessoa è una città di percorsi, colori, mille personalità

“Disteso su sette colli, altrettanti luoghi da cui godere esaltanti panorami, il vasto, irregolare e multicolore insieme di case che costituisce Lisbona. Per il viaggiatore che arriva dal mare, Lisbona, anche da lontano, si erge come un’affascinante visione di sogno, contro l’azzurro vivo del cielo che il sole colora del suo oro. E le cupole, i monumenti, i vecchi castelli si stagliano sopra il turbinio di case, come araldi lontani di questo luogo delizioso, di questa regione fortunata”.

La Lisbona di Fernando Pessoa

Se pensate di leggere un articolo moderno, un pezzo introduttivo e turistico sulla bellezza della capitale del Portogallo, non vi state sbagliando di molto. Quello che invece potrà non solo stupirvi ma lasciarvi letteralmente a bocca aperta è che le parole che avete appena scorso con lo sguardo appartengono al famoso poeta e drammaturgo portoghese Ferdinando Pessoa, che le scrisse nel 1925, e quindi quasi cent’anni, fa per descrivere la sua città, che così gli era entrata nel cuore e nella mente. Il suo intento era, ma è ancor oggi, quello di porgerla nel suo abito migliore al viaggiatore che viene dal mare, in una sorta di passaggio di testimone reale e vivido che racconti della bellezza ed eleganza di una città che ci giunge, in questo modo, non intaccata dal tempo, dall’usura delle intemperie o, peggio ancora, dalle ingiuriose opere effettuate per mano dell’uomo.

In sole quarantadue pagine dattiloscritte, redatte nel novembre del 1925 ma ritrovate solo nel 1988, Pessoa ci manifesta il forte legame con la sua terra natale e si pone l’intento di valorizzarne i luoghi più interessanti per il turista, lasciando al tempo stesso la possibilità di “ritagliarsi” un suo personalissimo itinerario di viaggio che comprenda i suggerimenti del poeta coniugandoli alla propria sensibilità ed emozione. Volete un esempio? Ecco ancora qualche verso:
“Dopotutto ci sono tante consolazioni! C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno, in cui fluttuano sempre nuvole imperfette”

Pessoa e i suoi eteronimi

“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d’esser niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo” Così diceva Alvaro de Campos, che altro non è che uno degli eteronimi di Fernando Pessoa, uno dei più grandi poeti portoghesi del XX secolo, oltre a essere uno straordinario scrittore e aforista. Cresciuto in Sudafrica, imparò l’inglese che gli servì in ambito lavorativo e nella sua carriera di traduttore. Fu giornalista, pubblicitario e corrispondente commerciale. Morì precocemente a 47 anni, a causa di problemi epatici.
Ma perché la scelta di scegliere tanti nomi diversi che lo rappresentassero?
Alvaro de Campos era un ingegnere meccanico e navale, caratterizzato da un senso di totale estraneità al mondo; Ricardo Reis era un medico, latinista e monarchico, ossessionato dalla morte; Alberto Caeiro, analfabeta e contadino, fautore della non-filosofia; e Bernardo Soares, semi-eteronimo di Pessoa, che definì come “una semplice mutilazione della mia personalità: sono io senza il raziocinio e l’affettività”.
La risposta è che Pessoa non firmò mai con il suo nome ma inventò gli eteronimi, rendendoli come suoi alter ego e cioè come personalità poetiche autentiche e complete.
In una lettera a Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio del 1935, lo stesso Pessoa rivela l’origine dei suoi eteronomi: “Ricordo quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronomo o, meglio, il primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”
Chiarisce ancora questa sua disposizione: “Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti.
Chissà, forse aveva ragione il poeta Frederico Barbosa quando, con un gioco di parole, scriveva che “Pessoa” in portoghese significa “persona”, e dunque il poeta potrebbe rappresentare, con tutti i suoi nomi, nient’altro che “l’enigma in persona”.

Pessoa e gli ultimi anni

Per capire al meglio il poeta portoghese, è una buona mossa “sbirciare” nella casa dove visse negli ultimi anni della sua vita, e dunque mi dirigo di buon passo in un quartiere a Nord-est, un poco defilato rispetto ai tradizionali luoghi turistici. Situato sopra il Jardim de Estrela, il Campo de Ourique si può raggiungere anche con il mitico tram 28, partendo dal centro di Lisbona, a Martim Moniz, ma in quest’assolato pomeriggio di febbraio preferisco dirigermi a piedi.
Il mio percorso dura all’incirca un’ora e ho fatto bene a farlo a piedi perché sto attraversando le zone più pittoresche della città fino ad arrivare al Cemitério dos Prazeres. Proprio qui ha riposato per un cinquantennio il corpo di Pessoa, fino a che non si decise di spostarlo in un luogo ancora più solenne, degno della fama che aveva raggiunto dopo la morte. Si trovano in questo cimitero anche i resti dell’unica donna che ebbe una relazione con lo scrittore, Ofelia Queiroz; le lettere che il poeta le scrisse rivelano il suo lato più giocoso e tenero e sono state pubblicate da Adelphi.
Dopo il cimitero mi dirigo in Rua Coelho da Rocha 16 si trova l’abitazione che occupò il poeta dal 1920 al 1935; è solo l’ultimo degli indirizzi di Pessoa, che cambiava casa continuamente. Il poeta aveva affittato tutto il primo piano, ma oggi, in questo luogo c’è un centro culturale dove si possono ammirare la sua camera da letto e qualche oggetto personale, come gli occhiali o la macchina da scrivere. Nessuna traccia, però, del mitico cassone che conteneva i suoi scritti: questo, ritrovato postumo, è conservato gelosamente dalla famiglia dell’autore.
Per dare l’ultimo saluto al poeta occorre che il mi sposti ad Est, fuori dal centro di Lisbona, nel quartiere di Bélem, e qui per raggiungerlo prendo il Tram 15 E da Praça da Figueira.

Quando arrivo è ormai sera, la luce del crepuscolo inonda tutto di una luce rosata e quasi opalescente: è qui, in questo luogo magico e velato ora di un’inquietante sensazione di malinconia e déjà-vu, che posso offrire il mio personale pensiero e saluto allo scrittore portoghese.
Lui non immaginava certo di essere seppellito accanto a sovrani, poeti e navigatori nel Monastero dei Geronimiti; tuttavia amava profondamente questo luogo e ciò che rappresentava, e dunque sono felice per lui che possa riposare in un luogo appartato ma, al tempo stesso, maestoso.
Sulla sua lapide sono sono riportate le parole di alcune voci che componevano la sua moltitudine di pensiero e poesia. La stele, elegante nella sua sobrietà, è addossata al muro del chiostro e, sui tre lati visibili, mostra i versi di tre diverse poesie, ognuna delle quali attribuite ad un eteronimo del poeta: Alberto Caeiro, Ricardo Réis, Àlvaro de Campos.
“La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.” Sento che anche il mio passo, dopo queste parole, non sarà più lo stesso e che, ancora una volta, in valigia, al mio ritorno, porterò con me molte più cose rispetto a quando sono partita.