In Italia, come in Europa, il vento va sempre più verso destra. Esistono analogie tra l'epoca precedente il fascismo e questa in cui viviamo?

Cosa portò l’Italia verso il Fascismo? E cosa sta conducendo l’Italia verso destra? Analizzando quello che accadde in seguito alla Prima Guerra Mondiale e quello che sta succedendo ora nel nostro Paese è chiaro che ci sono molte analogie. Anche le conseguenze, quindi, potrebbero essere simili.

Le origini del fascismo

L’ossatura del Fascismo fu la piccola e media borghesia cittadina e rurale che con la guerra perse, a causa della forte inflazione, una grossa fetta del suo potere d’acquisto. Naturalmente anche gli operai e i braccianti avevano accusato il colpo, tuttavia, grazie all’associazionismo di sinistra, sia operaio sia contadino, riuscirono a contrastare questa tendenza e ottenere migliori condizioni economiche. La classe media invece, la stessa che aveva fornito gli ufficiali durante la guerra, non riuscì a recuperare le sue posizioni né sul piano economico, né su quello sociale. A esasperare questa situazione e creare una spaccatura sempre più profonda all’interno della società italiana, poi, contribuirono i fatti del biennio rosso. Questo periodo -che si fa normalmente iniziare nel settembre del 1919 con la pubblicazione sulla rivista Ordine Nuovo (fondata da Antonio Gramsci il 1 maggio 1919) del manifesto “Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti”, nel quale si ufficializzava l’esistenza e il ruolo dei Consigli di fabbrica quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai– vide, soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche, tentativi di autogestione, picchetti e interminabili scioperi. Le agitazioni furono talmente ampie e violente che assunsero l’aspetto di una prova generale per la rivoluzione comunista. Si diffusero parole d’ordine come “le fabbriche agli operai” e “la terra ai contadini”. Il 30 agosto del 1920 arrivò l’occupazione armata delle fabbriche da parte degli operai. Le richieste economiche e la pressione rivoluzionaria, finirono col mescolarsi e confondersi. Sembrava che la rivoluzione comunista stesse per concretizzarsi. A questo punto il Fascismo della borghesia cittadina e quello rurale (che non erano esattamente vicini e concordi) reagirono per riconquistare il loro ruolo.

Il sostegno al fascismo

Naturalmente gli industriali e i proprietari terrieri finanziarono e sostennero la reazione della piccola borghesia, ma la maggioranza degli italiani, stufa della violenza rossa, era sicuramente d’accordo con i fascisti, tanto che il prefetto di Firenze così scriveva al presidente del consiglio Giolitti:

“Mi permetto però di rappresentare all’E.V. che il largo favore di cui godono i fascisti presso la popolazione è dovuto al fatto che dal fascismo questa si è vista liberata dalle prepotenze continuate e generali di cui era vittima, da un paio d’anni almeno, da parte dei Comunisti”.

I fascisti, inoltre, poterono contare anche sull’appoggio delle forze di polizia e dell’esercito, sia per l’origine piccolo e medio borghese di gran parte dei funzionari e dei militari (molti dei quali erano anche ex combattenti e ciò costituiva un altro motivo di affinità con i fascisti) sia perché, dato il carattere “antibolscevico” e “d’ordine” del fascismo, essi vedevano nel movimento di Mussolini un naturale alleato contro quei “sovversivi” dai quali per oltre due anni avevano dovuto subire gli insulti e le violenze.
Per comprendere questo fenomeno Giolitti inviò un ispettore generale della Polizia di Stato in Toscana, dove questi fenomeni di connivenza erano più numerosi, il quale l’11 marzo 1921 rispose in questo modo:
“Quanto è stato, ed è, asserito relativamente al contegno tollerante usato, e che si usa, verso i fascisti dai Funzionari, agenti investigativi e regie guardie, in Toscana, e in particolar modo a Firenze, risulta, in gran parte, conforme a verità e viene, dai responsabili, che non fanno mistero dei loro sentimenti, giustificato come reazione alle continue violenze verbali e materiali e alla propaganda di disprezzo e di odio dei sovversivi e della loro stampa. Essi, fra l’altro, ricordano ancora con indignazione, due articoli, comparsi nello scorso dicembre, sul giornale “Avanti!”, con uno dei quali si faceva appello ai negozianti di boicottare i componenti la forza pubblica e le loro famiglie e con l’altro si diceva, doversi considerare e trattare come puttane, le donne, le mogli e figlie, di carabinieri, agenti e guardie.”

Ed oggi?

Questo è a grandi linee a situazione a ridosso della marcia su Roma. Ora, fatte le debite differenze dovute al diverso periodo storico (sono passati quasi cento anni) possiamo constatare come la situazione sia molto simile. Infatti dopo la crisi economica del 2007-2008, da cui l’Italia non è assolutamente uscita, la classe media, della quale ora fa parte anche la classe operaia, ha perso una cospicua fetta del suo potere d’acquisto, della sua rilevanza sociale e delle sue aspettative per il futuro. Dopo dieci anni di crisi e dopo il continuo attacco ai diritti dei lavoratori (abolizione dell’articolo 18, soppressione delle festività per i lavoratori del commercio, abolizione delle garanzie offerte dal contratto a tempo indeterminato, precarizzazione sempre più spinta) i ceti medi, un tempo considerati la parte moderata e stabilizzante dell’elettorato si trovano a dover contrastare questa loro continua caduta verso il basso. A rendere ancora più difficile la loro situazione, e la percezione di quanto siano vessati e trascurati dallo Stato, ci sono l’impulso che i governi di sinistra hanno dato all’immigrazione e la tutela data ai migranti rispetto ai cittadini italiani che si sentono maltrattati dalle politiche sociali del governo. Con una sinistra che nei programmi e nei fatti è tutta protesa a tutelare gli immigrati e finge di non accorgersi delle situazioni di difficoltà dei suoi cittadini è naturale che l’elettorato un tempo moderato si sposti non solo verso destra, ma verso la destra maggiormente nazionalista e xenofoba. È un processo naturale che solo l’attuale governo sembra non capire. In questo contesto, l’unico fattore di moderazione è costituito dal M5S che assorbendo una parte di questo voto dovuto all’esasperazione e alla frustrazione, impedisce, di fatto, un plebiscito a favore della destra.

Nel resto dell’Europa

Lo spostamento a destra, del resto non è solo un fenomeno italiano:
in Francia se non fosse stato per l’invenzione Macron è molto probabile che la Le Pen ora sarebbe il presidente della repubblica;
in Germania il neonato AFD è il terzo partito;
Romania, Bulgaria, Grecia e Serbia si sono unite per fare muro contro immigrazione e islam;
l’Austria è pronta a chiudere il Brennero;
l’Ungheria ha costruito il muro contro l’immigrazione;
il Regno Unito ha deciso di uscire dall’Europa.
È evidente che la svolta a destra non è solo italiana.

Del resto lo stesso successe dopo la Prima Guerra Mondiale. Negli anni Trenta, infatti, molti paesi europei avevano governi di destra: Spagna, Germania, Italia, Portogallo, Ungheria, Polonia, Austria, Jugoslavia, Albania, Romania, Bulgaria, Grecia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia.

Il fascismo italiano fu il primo, ma non fu certo un’eccezione. L’uomo è sempre uguale e risponde alle sollecitazioni sempre allo stesso modo. Quando la classe media si indebolisce, quando si sente minacciata, reagisce cercando di riconquistare le sue posizioni. Crisi economica e immigrazione stanno compromettendo la tenuta stessa dell’Europa e stanno spostando a destra gran parte del suo elettorato. Perché i politici europei e nazionali non se ne rendono conto?