La manovra finanziaria 2010 è  di circa 9 miliardi di euro. Questi soldi proverranno: per 4 miliardi dall’estensione dello scudo fiscale (chi ha trafugato capitali all’estero, potrà farli rientrare pagando un’aliquota del 6 o del 7 %.), per 3,1 miliardi da un prestito che l’Inps farà al Tesoro, per 1 miliardo dalle province autonome di Trento e Bolzano in cambio di una maggiore autonomia, per 350 milioni dalla rivalutazione dei terreni e per 250 milioni dalla vendita di beni demaniali. Il resto da piccoli aggiustamenti e raschiamenti del famoso barile. È una manovra, diciamo, acrobatica. Non mette le mani nelle nostre tasche, ma, si avvale di provvedimenti non riutilizzabili e di debiti.

Indigna il premio dato agli evasori. E delude l’assenza di misure a sostegno della crescita economica e delle famiglie. Per un governo che ha messo al primo posto del suo programma elettorale, il rilancio dello sviluppo e al secondo gli aiuti alla famiglia, questa manovra è, veramente, mediocre. Mentre in Italia si contrasta la crisi infondendo ottimismo, il resto d’Europa sta prendendo provvedimenti seri ed efficaci. La Francia ha varato per il 2009 un piano globale di sostegno all’economia per un totale di 26 miliardi di euro (1,3% del Pil).

La Germania ha stanziato, a ottobre 2008, 30 miliardi e sta preparando un nuovo intervento per ulteriori 50 miliardi di euro. Il Regno Unito ha approvato per il 2009 un piano di intervento di 24 miliardi di sterline. La Spagna ha previsto un piano, fino al 2010, di 41 miliardi di euro (1,8% del Pil). L’Italia ingessata da un debito pubblico enorme (1800 miliardi di euro) e da un Pil in calo (-4,7%) ha poco spazio di manovra. Siamo come paralizzati. Non si persegue né la via del risanamento, né quella dello stimolo all’economia. Le uniche misure prese sono il rifinanziamento di Cassa Integrazione e Mobilità.

In sostanza si paga per tenere i lavoratori lontano dal lavoro. Secondo l’Osservatorio UE, in Italia «l’occupazione si è ridotta in maniera sostanziale nel terzo trimestre del 2009», a differenza di Stati come la Francia e la Germania, «dove il declino appare più moderato». Del decreto Sacconi, che mirava a sostenere le aziende in crisi, per mantenere i livelli occupazionali, non si parla più. Stiamo, di fatto, in attesa che la crisi passi grazie alle azioni intraprese dagli altri Paesi, per poi usufruire di una probabile ripresa delle esportazioni. Magari stimolate da un’ulteriore diminuzione dei nostri salari reali (in Europa occidentale solo i portoghesi guadagnano meno di noi) dovuta all’aumento della disoccupazione. Ci stiamo avviando verso il declino. Mentre gli altri Stati puntano su innovazione, ricerca, nanotecnologie e biotecnologie, noi fronteggiamo la concorrenza cinese, e delle altre realtà emergenti, con bassi salari (i coreani guadagnano più di noi) e precarietà del lavoro.