Sembra sempre più difficile comprendere la situazione economica conseguente a questa crisi, soprattutto in Italia, paese dove l’informazione deve essere recepita con uno spirito critico molto sviluppato per non rischiare d’incorrere in strafalcioni cognitivi colossali.
Le notizie positive che vengono dall’OCSE, comunque sovradimensionate dai media nazionali italiani rispetto agli altri paesi, lasciano seri dubbi nel momento in cui ci si confronta con la realtà.
Dal giorno in cui gli operai della INSE sono saliti sul carroponte, in Italia si è assistito ad emulazioni frequenti della loro protesta, non certo per spirito di protagonismo o per integralismo sindacale, ma a causa delle oggettive difficoltà che stanno esasperando la gente, i lavoratori dipendenti come i piccoli imprenditori. Negli ultimi 4-5 mesi gli episodi di aziende chiuse o in chiusura sono all’ordine del giorno, dalla Puglia alla Lombardia, con conseguente emorragia di posti di lavoro.

È chiaro che sta avvenendo una trasformazione del tessuto produttivo del nostro paese. Il problema è che questa trasformazione è del tutto spontanea, senza controllo da parte del governo nazionale. Molte multinazionali straniere lasciano l’Italia, dalla telefonia all’industria farmaceutica, dalla meccanica all’informatica. Molte aziende nostrane stanno delocalizzando selvaggiamente verso l’est Europa e verso l’Asia, quando non chiudono i battenti per cause al limite della speculazione finanziaria o immobiliare (come sembrerebbe nel caso dell’Agile-Eutelia e dell’INSE).

La crisi è occasione per un fuggi fuggi generale che porterà il secondo paese manifatturiero d’Europa a perdere le sue capacità produttive. A favore di cosa: di una terziarizzazione all’inglese? Ma abbiamo visto i risultati di questo processo? L’economia inglese, tutta servizi e finanza, non è appena stata superata in ricchezza dal Bel Paese, come ama ripetere da qualche giorno il presidente del consiglio italiano? Che senso ha percorre una strada suicida come quella del Regno Unito? Perché, se non si agisce per evitarlo, è quella la direzione spontanea del processo. E poi il Regno Unito è la capitale della più grande borsa europea, è evidente che la vocazione italiana è un’altra. Per inciso: la borsa italiana è stata comprata da quella inglese l’anno scorso.

Le aziende spesso sono miopi. Guardano al guadagno immediato, non ai piani a lungo termine. Siamo sicuri che la delocalizzazione sia un bene? Conviene pagare manodopera a basso costo per dieci anni con il rischio di farsi comprare tutta la baracca all’undicesimo dallo stesso paese ospitante (come è accaduto a centinaia di aziende europee in Cina)? Non sarebbe meglio l’internazionalizzazione, come ha spiegato Matteo Colaninno e come attuato dalla sua Piaggio, un’azienda in salute e in continua espansione? Non sarebbe meglio creare aziende all’estero, tenendo come base quelle di casa, diversificando le produzioni? Non sarebbe meglio cominciare ad interessarsi al sistema della distribuzione mondiale dei prodotti italiani? Perché produrre sperando che qualcuno compri è una cosa, imporre i propri prodotti con una rete ben organizzata è un’altra. Ormai siamo di fronte al paradosso di prodotti “made in Italy” prodotti in Cina, il cui proprietario è cinese. Insomma di italiano non c’è proprio più nulla, tranne il nome.
Vi ricordate le macchinine Bburago? Ecco un esempio. Eppure la bandierina italiana che rimanda al rinomato design italiano continua ad esistere. Per inciso: la proprietà italiana (guarda caso) è fallita a causa di uno scandalo finanziario.

Non sarebbe meglio cominciare a discutere un piano per trasformare il tanto acclamato tessuto delle piccole e medie imprese italiane in qualcosa di più strutturato, organico e competitivo? Se i distretti industriali vanno senza dubbio difesi e rafforzati, è ormai chiaro che il sistema italiano del padroncino col capannone e dieci dipendenti non regge il confronto con le multinazionali a basso prezzo del mondo globale.
Un sistema che tra l’altro, negli ultimi vent’anni, ha contribuito alla disintegrazione della protezione sindacale e, con essa, alla drastica caduta degli stipendi italiani. Se le famiglie sono più povere è anche perché alle spalle hanno aziendine che non le tutelano abbastanza. Pensate che in Francia e in Germania, le grandi aziende forniscono (oltre ai tickets restaurant) persino protezioni sanitarie integrative ai loro dipendenti.

Queste decisioni, purtroppo, le prendono i governi, non gli imprenditori né i sindacati. Quindi il governo si assuma le sue responsabilità e lavori, cerchi soluzioni e le attui, in collaborazione con imprenditoria e sindacati.
Certo: chi non fa non falla. Ma nel frattempo gli altri, nel mondo, ne approfittano.