Per chiudere le vacanze invernali, Medea è partita a Cipro, terra di mare, archeologia e contraddizioni

Nicosia, cerniera fra Occidente e Oriente

Anche il sole invernale scalda, qui a Nicosia. Lo sguardo lo segue mentre tramonta lento dietro un muro di filo spinato, in una piacevole serata di inizio inverno. Si sente persino nell’aria profumo di oleandri e il fruscio lieve di una dolce brezza spira dal mare, ma tutto questo non deve trarre in inganno: la pace dell’isola, che secondo il mito diede i natali ad Afrodite, è solo apparente. Una barriera di acciaio e cemento taglia in due l’elegante fila dei magnifici palazzi vittoriani di Ledra Street, via principale della capitale cipriota, il passaggio fra le case è interrotto da un check point presidiato da militari e polizia. Perché tutto questo? La spiegazione, come spesso accade, affonda le sue radici nella Storia.

Ad oggi la capitale dell’isola di Cipro è ancora divisa come nel 1974, quando l’invasione dell’esercito turco spaccò in due questa terra fertile e rigogliosa adagiata sulle acque tranquille del Mediterraneo orientale. Accadde in risposta a un tentativo di colpo di stato per unire l’isola alla Grecia dei colonnelli, quarantatré anni fa le truppe di Ankara sbarcarono sulla costa settentrionale, istituendo uno Stato di “facciata” che sopravvive ancora oggi.

Nello specifico a Sud la repubblica di Cipro possiede lingua e cultura greca, è Stato membro dell’Unione europea e volge continuamente lo sguardo al vecchio continente; a Nord esiste la Repubblica turca di Cipro Nord, entità statale fittizia controllata militarmente ed economicamente dalla Turchia. A dividerle centotrenta chilometri di Linea Verde: un muro di sacchi di sabbia, postazioni fortificate e trincee, che corre da una costa all’altra dell’isola, divisa come lo era la Berlino del secondo dopoguerra.

Numerosi negli anni sono stati i colloqui diplomatici per la riunificazione di queste due etnie spezzate, unico popolo diviso in due e pur appartenenti ad un’unica patria. Ancora non si trova un compromesso in quanto due sono i nodi più difficili da sciogliere, e per ora insuperati: la questione del ritiro dei militari turchi, che Ankara vorrebbe a tutela della popolazione anatolica, e quella della restituzione delle terre espropriate ai greci in seguito alla guerra, ormai abitate da decenni da coloni giunti apposta dalla Turchia.

A soffrire di questa situazione non sono stati solo gli abitanti ma anche il patrimonio storico e artistico della popolazione greco-ortodossa: durante la guerra è stato devastato durante i combattimenti e ancora ne porta addosso le tracce visibili. Se, infatti, ci si aggira per i villaggi di Cipro nord non è raro incontrare chiese convertite in moschee o abbandonate alla distruzione più totale. Nel monastero di Larnaca Lapithou i pastori macellano le capre, mentre altrove sono le pecore che si abbeverano nel vecchio battistero. Nella piccola chiesa di Santa Croce giacciono dimenticate dal tempo e dal uomo opere d’arte dal valore inestimabile: si parla anche di un crocifisso ligneo bizantino del XIII secolo, strappato per miracolo alle mani rapaci dei trafficanti di tesori, tenuto nascosto fino a poco tempo fa. Ogni tanto, un piccolo miracolo accade e qualche edificio viene restaurato con i fondi dell’Unione europea, ma c è ancora tanto da fare per far rivivere antichi splendori che, al momento sembrano far parte solo dei ricordi di antiche epoche perdute.

Fra curiosità e leggende di Cipro

Il sito archeologico di Kurios

Quando viaggi, impari sempre qualcosa. E anche a Cipro trovo un buon bagaglio di curiosità che, fra storia vera e legenda, arricchiscono la mia mente di suggestioni, racconti ed emozioni. Partiamo da… Che ne dite dei famosi Royal Wedding? A partire da Carlo e Diana per seguire con William e Kate sappiamo che si sono sempre celebrati in Inghilterra. E invece no.

Narrano i ciprioti, infatti, che, Riccardo Cuor di Leone fece tappa a Cipro mentre scendeva in Terra Santa a combattere come Crociato, nell’estate del 1189. La sua promessa sposa, Berengaria, stava raggiungendo Cipro in compagnia della futura cognata Giovanna, sorella di Riccardo, quando una ingloriosa tempesta fece naufragare la nave su cui viaggiava. Il monarca cipriota Komnenus , il furbo della situazione, cercò di prendere in ostaggio le due donne, ma non riuscendoci, si rifiutò di soccorrerle. Riccardo si vendicò dichiarando guerra e sconfisse Komnenus non lontano da Nicosia. Ma prima che la sua promessa sposa potesse essere rapita di nuovo, Riccardo e Berengaria convolarono a nozze al Castello di Limassol, dando luogo così all’unico matrimonio reale celebrato fuori dall’Inghilterra.

E, continuando a parlare d’amore, tutti sanno che, a Cipro nacque proprio lei, la Dea per antonomasia di questo nobile sentimento: Afrodite. Ma perché proprio a Cipro? ll motivo è molto semplice: la leggenda vuole che la Dea sia emersa dalle acque e sia approdata sulle rive della spiaggia di Petra Tou Romiou, letteralmente “le pietre di Romios“. Anche qui: perché questo nome insolito? Perché un’altra leggenda legata a questo luogo suggestivo è questa: un eroe popolare, Dhiyenis Akritas detto Romios, per scacciare i pirati dalle coste dell’isola avrebbe scagliato enormi rocce contro le navi degli invasori. Vero o no, resta il fatto che Petra Tou Romiou è una spiaggia decisamente scenografica e parecchio fotogenica.

In ultimo, una curiosità biblica. Tutti conosciamo la storia di Lazzaro. Quando Gesù giunse a Betania, Lazzaro era morto già à da quattro giorni, così Nostro Signore chiese di rimuovere la pietra del sepolcro e chiamò l’amico, il quale si levò dal giaciglio e uscì vivo e vegeto dalla tomba. Lazzaro dunque risorse dai morti, ma poi cosa gli successe? Nell’Antico Testamento e nei Vangeli non viene più nominato, ma la tradizione orientale vuole che Lazzaro giunse proprio a Cipro, dove divenne vescovo e rimase nell’episcopato per un trentennio. Fino alla morte. Quella definitiva. Almeno che non arrivino altri colpi di scena…

La cucina di Cipro

Paese che vai, prelibatezze che trovi. Sopratutto quando ti trovi, geograficamente, in un’oasi pregiata del Mar Mediterraneo dove si intrecciano, anche enogastronomicamente, i più alti e prelibati sapori che portano in bocca la quintessenza della Mediterraneità. A questo punto bisogna immaginare sia abbondante pesce fresco come polipi, molluschi e spigole; verdure fresche (cetrioli e pomodorini rossi maturi), così come anche gustose pietanze di carne come l’agnello alla griglia.

Come abitudine i Ciprioti generalmente consumano tre pasti al giorno, di cui la cena è quello più abbondante. La cucina locale è incentrata sull’uso di ingredienti freschi, erbe e profumi della regione, utilizzano come condimenti olio d’oliva e limone. Così come accade per la storia e la cultura del Paese, anche la cucina risente dell’influenza dei vari popoli che qui hanno abitato nel corso dei secoli.

Ovviamente c’é una forte impronta Greca e Turca, con sapori mediorientali altrettanto evidenti. Anche i britannici, sebbene non siano proprio rinomati per la gastronomia, hanno lasciato un segno sull’isola con la loro Colazione all’Inglese, che viene servita in tutti i ristoranti. Altra usanza dei Ciprioti è quella di bere molto caffè, del tipo Greco/Turco, molto forte e ristretto.

La cucina di Cipro è conosciuta soprattutto per due cose: l’haloumi e il mezé. Haloumi é un formaggio di capra e pecora inzuppato in salamoia e menta. È leggermente ceroso e si valorizza al massimo se consumato alla griglia ancora caldo, magari insieme ad una pita alla griglia. I ciprioti utilizzano questo formaggio per molti piatti (come le uova strapazzate, zuppe, insalate) ed è quasi onnipresente sulle tavole. È stato ufficialmente riconosciuto dall’UE come un prodotto tradizionale di Cipro e pertanto può essere prodotto solo qui. Mezé, invece, é l’abbreviazione di mezedes, ovvero “piccolo prelibatezze”. In questi antipasti di solito troverete olive gustose, differenti salse come lo tzatziki e l’humus, un cestino di pane fresco, verdure grigliate o marinate; e poi la carne come il souvlaki e il kleftiko, frutta, dessert, caffè. Insomma c’è ne è davvero per tutti i gusti!

Gli Amari limoni di Cipro di Durrell

I viaggi sono come gli artisti, nascono e non si possono creare. (…) Sbocciano dalle esigenze della nostra natura e i più belli non ci conducono solamente più lontano nello spazio, ma anche più dentro a noi stessi”. Così lo scrittore Lawrence Durrell apre il suo romanzo “Gli amari limoni di Cipro”, descrivendo un viaggio in nave che da Venezia lo porterà sull’isola del Mediterraneo, dopo cinque anni di Serbia. Durrell, scrittore britannico nato in India nel 1912, durante la seconda guerra mondiale lavorò in Medio Oriente come addetto al servizio informazioni per il governo britannico, e in seguito si spostò a Belgrado e infine a Cipro.

Tra il 1953 e il 1956, visse nel piccolo villaggio di Belapais. Nel suo libro “Gli amari limoni di Cipro”, Durrell descrive la propria visione degli eventi che, da lì a pochi anni, avrebbero portato all’attuale organizzazione politico-sociale dell’isola. Del libro restano impresse soprattutto le descrizioni di paesaggi e luoghi: “Ero preparato a qualche cosa di bello, sapevo che le rovine del monastero di Belapais costituivano una delle migliori testimonianze gotiche del Levante, ma non ero preparato alla bellezza mozzafiato dell’insieme”. Lungo la strada che sale al paese, ci sono mandorli, peschi in fiore e case tradizionali: “Poi, passati sotto un arco, si sbuca sotto l’Albero dell’Ozio”. E in questo paesaggio naturale, l’Albero dell’Ozio non è solo un elemento naturale è anche un concetto, uno spazio mentale. È un luogo dove la mente raccoglie e riposa emozioni. Quando arriva nella piazza principale, ancora oggi il viaggiatore cerca l’albero che Durrell descrive come quello “il cui nome invita a pensare e assimilare la vita”. È proprio lì che, fra cielo e mare, incastonati forse in uno degli ultimi angoli di paradiso terrestre, si respira la pace.

Varosha, la città fantasma a Cipro

Quartiere fantasma a Famagosta

C’è un quartiere, nella splendida isola di Cipro, in cui il tempo e la natura stessa, rigogliosa persino in queste giornate di inizio inverno e promessa dell’ incedere sontuoso di una primavera che non tarderà ad arrivare, si sono fermati. E non perché ci si trovi in una zona di confine. Nella città di Famagosta il potere e il delirio di onnipotenza dell’uomo hanno diviso un popolo fratello, i ciprioti di origine turca e quelli di origine greca, in nome del desiderio di possesso e dominio. Qui solo il sole fa capolino fra le rovine di case in disuso, alberghi con le ante di legno sventrate e sventolanti, insegne di alberghi di lusso che rappresentano, ormai, solo le vestigia screpolate di un passato che fa ancora troppo male ricordare.

Tutto è accaduto nel 1974 quando, allo scoppiare di un conflitto etnico, con l’invasione turca del 1974, gli abitanti della città di Famagosta abbandonarono il villaggio di Varosha, progettando di ritornare nelle loro case una volta che la situazione si fosse calmata. Ma il colpo di Stato e il successivo affidamento dell’area alle forze Onu impedirono di fatto il reinsediamento dei ciprioti di lingua greca nel quartiere turco-cipriota.

A distanza di oltre quarant’ anni lo sguardo può scorrere ancora, soprattutto se si osserva il quartiere dalla spiaggia, su edifici ricoperti di polvere e macerie, molti con i vetri sfondati, altri che cadono letteralmente a pezzi. Tutto rimane lì, come cristallizzato nel quadrante di un eterno e ineluttabile orologio rotto che non riesce mai a segnare l’ora giusta, quella in cui coloro che persero tutte le loro cose ma, soprattutto, i ricordi e la spensieratezza di un’esistenza priva dell’orrore causato dall’ingordigia e dall’ ignoranza dell’uomo, rimangono in attesa, portando nello sguardo la malinconia di un esilio che non troverà mai requie.
Qui, a Varosha, sotto la polvere e la salsedine, al posto del loro cuore, rimane soltanto un inquietante fantasma del passato, ennesimo monumento alle assurdità delle guerre.