Un vecchio proverbio cinese afferma che in cielo c’è il paradiso mentre in terra… la città di Guillin. Situata lungo il fiume Li, è forse la città più turistica della Cina, anche se lo è nel senso reale del termine: infatti di occidentali se ne vedono pochi ma di cinesi che provengono da ogni provincia ce ne sono moltissimi. Tutti venuti ad ammirare un paesaggio che sembra uscito dal pennello di un pittore: montagne dal profilo frastagliato che si stagliano su un cielo azzurro terso, pochi nubi intralciano lo sguardo verso l’orizzonte.

I villaggi sparsi nella provincia sono completamente diversi da quelli che abbiamo incontrato fino ad oggi. Inerpicati e quasi intagliati nei profili rocciosi, fanno da cornice alle risaie coltivate a terrazze, il tutto appare come una visione magica e spettacolare, che diventa ancora più affascinante quando scopriamo che sono coltivate dalle minoranze etniche degli Yao, Miao, Zhuang e Dong, poche anime per ciascuna di queste, differenti e unite dalla stessa radice della madre terra. La cosa che ci colpisce di più è la pesca col cormorano.

Partiamo al crepuscolo. Molta gente passeggia lungo il fiume, la serata è tiepida e una piacevole brezza rinfresca il viso dopo l’arsura e soprattutto l’umidità dell’intera giornata. Il battello che ci preleva da un piccolo porto su di una sponda a ridosso dell’acqua è governato da un pescatore il cui volto sembra antico e al contempo senza tempo, le mani sono i rami protesi di un tronco di legno scurito dal sole. Il tutto accade oggi ma potrebbe essere anche mille anni fa.  Non sorride ma la sua gestualità è così sicura e precisa che comunica con quella, con i  movimenti cadenzati con cui governa la barca, l’equilibrio preciso di chi sa come prendere ogni ansa del fiume, evitare le correnti più insidiose, lasciare solo all’osservatore più attento la capacità di cogliere le sfumature verde-azzurrognole che si riflettono sull’acqua.

Arriviamo ad un punto panoramico e da lì osserviamo qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, a quando l’uomo era profondamente legato alla sua terra ma soprattutto agli animali che lo aiutavano a sopravvivere e a domarla strappandola alla furia degli elementi, alla fame delle carestie. Vediamo l’uomo e il suo animale, un cormorano, pronti a combattere per un fine comune: non è spettacolo o drammatizzazione, non ci troviamo a teatro o peggio in uno zoo. Gli elementi naturali ci circondano e il confine si trova in mezzo fra l’intelligenza dell’uomo e l’istintività dell’animale. Il cormorano si tuffa, elegante e possente insieme. Riemerge con dei pesci nel becco. Al suo collo è legato un nastro di seta, non troppo stretto per farlo respirare e per permettergli di mangiare i pesci più piccoli né troppo largo per fargli predare il cibo che finirà invece nella cesta del pescatore e pronto alla vendita.

Chiedo spiegazioni sul metodo di addestramento dei cormorani alla nostra guida perché francamente mi sembra una specie di abuso dell’uomo sull’animale, ma lei mi assicura che non lo è, e che anzi il rapporto fra il cormorano e il suo pescatore è molto stretto, e infatti vedo che lo chiama per nome e l’uccello si tuffa immediatamente nel fiume e riporta poco dopo nel becco il suo bottino. Il pescatore glielo lascia tenere nel becco per un po’ forse per fargli mangiare e scivolare in gola i pesci più piccoli, poi lo solleva e abilmente gli estrae dalla gola il pesce più grosso e lo butta in una cesta. La guida mi spiega ancora che per quanto possa sembrare semplice, controllare un cormorano non è l’impresa più facile del mondo: per farlo i pescatori legano una sottile corda o un anello metallico attorno alla gola dell’animale per evitare che possa ingoiare il pesce più grosso, ma non gli fanno del male e hanno cura di loro. Mentre spiega, con un ultima bracciata elegante, il pescatore con una lunga canna si allontana sulla sua zattera, il cormorano a prua come una sorta di polena portafortuna. E là, nel silenzio rotto ormai solo dallo sciabordio delle acque, la luna risplende nitida senza nubi. Domani sarà una giornata di sole.