Il viaggio di Medea negli USA continua. Scopriamo due lati di New York: la memoria dell'immigrazione e il cibo di strada

Ellis Island, quando i migranti eravamo noi

Sono a Ellis Island, New York. Quest’isola è una delle quaranta nelle acque di New York che divenne famosa dal 1894 in quanto stazione di smistamento per gli immigranti di tutta l’Europa. Venne adibita a questa funzione di “dogana e passaggio obbligato” quando il governo federale americano assunse il controllo del flusso migratorio proveniente dal “Vecchio Mondo”.
Qui arrivava gente da tutta Europa perché le voci di opportunità lavorative offerte dal Nuovo Mondo correvano veloci e migliaia di persone decisero, dai primi del Novecento, di lasciare la loro patria per tentare la sorte e vincere, se non altro la prospettiva di una vita migliore. Parlando di numeri, circa 10 milioni di americani possono rintracciare le loro radici attraverso Ellis lsland.
Per arrivare fino all’isola ho preso il battello da Battery Park, prima verso la Statua della Libertà e poi verso Ellis Island. Appena scesa dal battello, percepisco subito la vibrazione di milioni e milioni di vite e destini che qui si sono incrociati e sfiorati, in un turbinio di emozioni contrastanti: paura e desiderio di avventura, speranza e trepidazione di un nuovo inizio, nostalgia di quel che si è lasciati alle spalle e che continua ad abitare sempre nel cuore.
Proseguo nel mio viaggio a ritroso nella storia e scopro che la procedura di immigrazione, qui a Ellis Island, era lunga e faticosa da sopportare: i nostri trisavoli, appena scesi dalla nave, stremati dal lungo e poco confortevole viaggio, attendevano per ore il proprio turno, all’interno del Main Building, all’ombra dell’emblema del Paese, la Statua della Libertà. Oltre ai controlli sanitari, erano sottoposti a test logici e intellettuali e, solo dopo aver positivamente concluso anche questi esami, venivano schedati in appositi registri e ricevevano il nulla osta per entrare nel Paese.
L’ispettore disponeva di circa due minuti per decidere se l’emigrante aveva o no il diritto di entrare negli Stati Uniti e prendeva questa decisione dopo avergli posto 29 domande: come si chiama? Da dove viene? Perché viene negli Stati Uniti? Quanti anni ha? Quanti soldi ha? Dove li tiene? Me li faccia vedere; chi ha pagato la sua traversata? Ha firmato in Europa un contratto per venire a lavorare qui? Ha degli amici qui? Parenti? Qualcuno può garantire per lei? Che mestiere fa? Lei è anarchico? Se il nuovo arrivato rispondeva in un modo che l’ispettore riteneva soddisfacente, l’ispettore stampigliava il visto e lo lasciava andare dopo avergli dato il benvenuto “Welcome to America”; se c’era il benché minimo problema scriveva sul foglio S.I., che voleva dire Special Inquiry, ispezione speciale, e l’emigrante veniva convocato, dopo una nuova attesa, davanti a una commissione composta da tre ispettori, uno stenografo e un interprete, che sottoponevano il candidato all’emigrazione a un interrogatorio molto più approfondito. Per chi non “passava”, e non erano pochi, esistevano le prigioni e le sale dove questi non graditi, come criminali e squilibrati, ma anche semplicemente persone ancora stordite e confuse dal lungo viaggio, venivano isolati e vedevano sfumare per sempre il loro sogno americano.
Cammino lentamente fra bauli di legno dove sono ancora visibili i danni provocati dall’acqua salmastra, piccoli scaffali dove sono raccolti gli oggetti di ordinaria vita quotidiana: pettini e pettinini, forbici, occhiali e spazzole dal manico di ferro. In realtà sono cimeli dissepolti che narrano storie di anime erranti e viaggiatrici, ancora vivi e palpitanti di storie che scottano fra le mani se solo ci si sofferma ad accarezzarli. Una vita, milioni di sogni spezzati o avverati nel lungo e affascinante viaggio dell’esistenza.

Curiosità: come cercare i tuoi parenti immigrati negli USA

Nel sito ufficiale di Ellis Island è disponibile un motore di ricerca che permette di accedere agli archivi storici dell’isola (The American Family Immigration History Center -AFIHC-). Qui è possibile conoscere nominativi, età e provenienza di quanti sono transitati nel corso dei decenni: un modo per ricostruire le tracce di avi e conoscenti o semplicemente per immaginare le storie di quanti hanno coraggiosamente affrontato l’eroico viaggio di speranza.
Fra i nomi illustri, svettano lo scrittore e poeta Rudyard Kipling, sbarcato nel 1892, il musicista Enrico Caruso nel 1904, il compositore Giacomo Puccini nel 1907, gli psicanalisti Carl Jung e Sigmund Freud nel 1909, il regista e attore Charlie Chaplin nel 1912, e il premio Nobel per la fisica Albert Einstein nel 1921. Ellis Island è stata riaperta al pubblico il 28 ottobre 2013, dopo essere stata chiusa per un anno, in seguito ai danni riportati dall’Uragano Sandy.

Street Food: ti va un lobster sandwich?

Anche in Italia ormai lo Street Food non è più sinonimo di bassa qualità, bisogna dimenticare il vecchio stereotipo del paninaro fuori dallo stadio o alle fiere che abbiamo noi italiani.
A New York ci sono sicuramente i carrettini che vendono hot-dog, dolciumi vari e fast-food sulla cui qualità non scommetterei ; ma sapendo dove andare a cercare è possibile trovare dei “food cart” diciamo d’autore che offrono cibi di qualità come quelli che si potrebbero consumare in un ristorante o in un bistrot d’elite. E dunque vi racconto la mia esperienza.
Il primo giorno, a pranzo ho provato ad assaggiare uno dei must del cibo da strada e più precisamente un gustosissimo hot-dog. Essendo una pietanza turistica per eccellenza ne ho cercato una variante particolare, e dunque eccomi con in bocca il primo boccone di un gustosissimo Lobster Roll, un panino con l’aragosta, mentre vicino a me c’è già chi sceglie la sua variante con i gamberi o il granchio. Il sapore è decisa ete divino: l’aragosta si scioglie in bocca, il pane è croccante e speziato, ogni morso è una vera delizia! Promosso!
Secondo giorno: mi azzardo a tentare specialità orientali, indecisa fra cucina indiana, marocchina o asiatica. La scelta è davvero difficile: dove prendere il mio panino? Dal semplice ambulante che cucina gli hotdog con la piastra a tracolla (si, c’è anche quello!), oppure in carretti che sembrano dei veri e propri ristoranti su quattro ruote?
Vada per l’Asia Dog, un birocetto bizzarro, in quanto è riuscito a dare una veste nuova all’emblema del cibo di strada americano, che vende hotdog con condimenti di matrice asiatica, e so già che tra carni, sughi, spezie e aromi la mia bocca sarà in fiamme in men che non si dica. Pazienza: bisogna sacrificarsi per la scienza! E dunque, ecco come è composto il mio panino: carne di tacchino, insalata verde, paprika, pomodoro verde fritto (ricorda qualcosa?). Decisamente non male… Promosso anche lui !
Il terzo giorno è il turno del paradiso per gli amanti del formaggio: il bar mobile che sperimento serve panini al formaggio grigliato di diversi tipi. Quello che scelgo io è il classico Milk Shake, un panino di farina d’avena e farro con una sorta ti tomino grigliato insieme a delle zucchine anche esse ai ferri. Lo consumo con piacere dopo aver seguito una scia degli studenti, seduta su di una scalinata davanti alla Columbia University.
Quarto giorno, tocca a qualcosa di simile alla nostra cucina italiana. Scovo un carretto che vende cibi più “consueti” come panini con cotoletta di maiale accompagnata da condimenti tipici quali senapi di vario genere e colore, mostarde delicate, salsine agrodolci o piccanti; sembra interessante anche la variante con il pollo. Io scelgo un sandwich con melanzane e merluzzo, senza salse, scelta azzurra da purista, e mi godo il sapore delicato del merluzzo esaltato da quello delle melanzane condite però (forse si è vendicato per la richiesta di assenza di salse!) con una quantità indescrivibile di aglio: vampiri di tutta Manhattan non mi avrete!
Finisco in gloria con il truck food di Cinnamon Snail, una bar mobile dedicato al cibo salutista e vegano. Infatti nel menù ci sono molte leccornie a base vegana, come gli hamburger di seitan, il tofu grigliato in salsa, ed altre cose strane ma interessanti. Mi lancio su un donuts vegano alla cipolla semi cotto al forno e, con mia grande sorpresa, scopro che è DAVVERO squisito! Una ciambella soffice e delicata, saporita anche da sola e delicatamente leggera… Mhm, davvero buona!
Subito mi faccio dare la ricetta che, volentieri, condivido (dopo essere sobbalzata per i tempi di preparazione) :

Tempo di preparazione : 15 ore
Tempo di cottura : 15 minuti
Tempo totale : 15 ore e 15 minuti

Ingredienti

200 g di farina 0
150 g di esubero di pasta madre (pasta madre rinfrescata 3 giorni prima)
50 g di fiocchi di patate
60 ml latte
60 ml di acqua
20 g di burro a temperatura ambiente
1 tuorlo
½ cucchiaino di malto
1 cucchiaino di sale
25 g di cipolla
Olio extravergine d’oliva
Semi di chia e sesamo

Preparazione

In una ciotola versate il latte e l’acqua tiepidi, aggiungete la pasta madre e mescolate con le mani per farla sciogliere. Aggiungete metà della farina, mescolate. Unite il tuorlo, il burro e i fiocchi di patate, mescolate bene. Aggiungete il resto della farina e il sale, impastate per circa 10 minuti. Mettete l’impasto in una ciotola leggermente unta d’olio, coprite con la pellicola e fate lievitare finché non avrà raddoppiato il suo volume (io ho fatto lievitare circa 10 ore). Tritate finemente la cipolla e fatela soffriggere con un cucchiaio d’olio finché non sarà dorata. Versate l’impasto sulla spianatoia infarinata, aggiungete la cipolla fredda ed impastate. Dividete l’impasto in 12 parti, formate delle palline, con il dito bucatele al centro per formare una ciambella e sistematele nello stampo. Fate lievitare ancora finché non avranno raddoppiato il volume. Preriscaldate il forno a 180 gradi. Spennellate i donuts con l’olio e cospargete con i semi. Infornate per 15 minuti circa. Sfornate fate raffreddare 5 minuti nello stampo. Sformate e fate raffreddare completamente su una griglia. Farcite a piacere.