L'ultima tappa a New York si svolge nel quartiere ebraico di South Williamsburg

Gli ebrei Haredim di South Williamsburg

New York terra di contrasti. Da una parte libertà sregolata di vivere tutto quel che si può vivere. La City, infatti, non dorme mai, con le sue luci sempre accese ad illuminare un divertimento sfrenato e progressivamente più oscuro e misterioso man mano che ci si addentra nelle ore più profonde della notte. Dall’altra, al suo stesso interno, magari solo in un quartiere poco più a sud di Manhattan, esistono comunità così chiuse e isolate in loro stesse che sembra si siano involute piuttosto che evolute ai giorni nostri.
Sto parlando della comunità ebraica chassidica che vive a South Williamsburg, dove gli uomini vestono ancora con il lungo rekele e relativo shrltreimel (vestito tipico maschile della religione ebraica e affine copricapo) con gli immancabili lunghi boccoli lasciati crescere davanti alle orecchie in accordo con un passaggio del Levitico, mentre le donne vestono con una lunga gonna rigorosamente a metà polpaccio, i mocassini senza tacco e i capelli coperti da parrucche che sembrano essere state confezionate in serie, per via dei tagli e dei colori così simili tra loro.
La comunità è così osservante e chiusa in sé stessa che persino i due sessi non interagiscono fra loro, eccezion fatta per le coppie sposate, in un contesto di così rigida osservanza dei precetti religiosi che, ad un occhio laico, tutto ciò appare anacronistico e vagamente paradossale, soprattutto in una metropoli così occidentale come è la Grande Mela.

Per una bibita fresca…

Passeggio fra le loro case e mi sento osservata in tutta la mia presenza, non importa che io indossi dei semplici jeans e una maglietta persino a maniche non cortissime: mi viene fatta una radiografia completa da chiunque incontri lungo il mio cammino.
Entro in una sorta di drogheria per comprare una bibita fresca e vedo che, sebbene alla cassa ci sia un uomo ed è una donna dietro al banco dei prodotti in vendita, lei si fa da parte, ed è lui che mi viene incontro per servirmi, rigorosamente attento a non sfiorarmi neppure per sbaglio, stando ad un metro di distanza.
Anche i soldi di resto che mi porge, non me li dà in mano ma li poggia su di un piattino accanto alla cassa: guai, mi spiegheranno dopo, se solo mi avesse anche solo sfiorato un dito.
Sono sinceramente un po’ esterefatta di tanta… non saprei come definirla, se non chiusura mentale e così mi siedo su di una panchina fuori dalla drogheria a leggere qualche informazione su questa comunità così amena.
E allora scopro che in base alle regole degli ultra ortodossi ebrei Haredim che vivono qui, persino il marito non chiama mai per nome la moglie (come fa per attirare la sua attenzione? Semplice con un sibilo o un leggero fischio, come si può fare con un gatto, o battendo le nocche delle dita su un tavolo), e non può avere con lei contatti fisici diretti (se devono passarsi il figlio che uno dei due tiene in braccio, prima andrà deposto sul letto, e solo in quel frangente l’altro potrà prenderlo).

Tradizioni ancestrali

Leggo ancora che, in automobile, la moglie viene relegata sul sedile posteriore e preferibilmente non deve aprire bocca e lasciare guidare il marito in pace (questo forse in Italia a molti mariti farebbe comodo!).
Su molti bus che viaggiano nel loro quartiere le donne devono sedere nella parte posteriore: se nella parte anteriore, quella riservata agli uomini, vi sono posti liberi, devono egualmente rimanere in piedi nel loro settore. Si cominciano a vedere marciapiedi separati durante le festività, quando in tanti escono, le strade sono affollate e vi è il pericolo che maschi e femmine possano inavvertitamente toccarsi camminando. Si scorgono anche code separate in alcuni supermercati.
Parliamo degli incontri… coniugali, il famoso detto “tra moglie e marito non mettere il dito”? Bene, qui più che dito, direi che potremmo aprire una voragine dato che l’intimità per espresso diktat dei rabbini, le loro guide spirituali, avviene solo due volte al mese.
Questo non impedisce loro però di avere BARCATE di figli tutti a distanza ravvicinatissima, tanto più che si pensa che tanti più figli ci siano, tanto più Dio ha benedetto quella famiglia.
Come se non bastasse avere una vita così rigorosa, questi ebrei seguono alla lettera l’Halakhah, una sorta di guida per tutto ciò che un ebreo deve fare dal momento in cui si sveglia a quello in cui torna a riposare. Anche per quanto riguarda il lavoro sono “speciali”, infatti, non lavorano se non per il minimo indispensabile, (come facciano a mantenersi è un mistero) e, inoltre, non fanno il servizio militare (che invece in Israele è obbligatorio). Per “passare il tempo” studiano i loro libri sacri, la Torah e il Talmud e niente altro. Non si applicano né alle materie umanistiche né a quelle scientifiche (niente inglese, matematica, storia).
Non possono guardare televisione e film, leggere giornali non religiosi e usare cellulari “complessi” (moltissime aziende in Israele offrono agli Haredim dei telefoni cellulari molto spartani, con limitate capacità interattive). Alcune pubblicazioni haredim hanno perfino adottato la politica di non pubblicare foto di donne (nel 2009 il Yated Ne’ eman alterò le fotografie del nuovo Governo israeliano sostituendo due ministri di sesso femminile con immagini di uomini).

Diffidenza verso i vaccini

Come già accennato, l’unico divertimento che resta è realizzare una famiglia numerosa, e infatti qui la crescita demografica degli Haredim è notevole, grazie al numero elevato di nascite, ma, naturalmente, stime affidabili sono difficili da reperire per via della riluttanza a partecipare a sondaggi e censimenti.
Mentre sono ancora assorta in queste notizie, cammina per strada un americano non ebreo, a passo svelto. Si ferma, mi guarda e mi dice quasi trafelato: “Ma cosa fai qui? Non sai che è scoppiata un’epidemia di morbillo ed è pericolossimo fermarsi nel quartiere perché loro non si vaccinano e il morbo si propaga velocemente?” Non ha neppure finito di dirlo che ho già raccolto la mia borsa, ci ho ficcato dentro il tablet e mi sto già dirigendo fuori dal quartiere.
Non nascondo che, passato il confine e ritornata nel 2019, ho tirato un sospiro di sollievo.