La chiamavano musica “impegnata”, musica “di protesta”, musica “rivoluzionaria”. Era la musica dei cantautori, che ha accompagnato la cultura italiana durante tutti gli anni del movimento contestario, sessantottino. I cantautori: personaggi spesso ossannati, spesso discussi, criticati, che hanno contribuito a formare la coscienza delle generazione del ’68. Per addentrarci nello spirito di quegli anni, vi presentiamo un’opera musicale del 1973: Storia di un impiegato, il sesto album registrato da Fabrizio De André. Un invito per chi, magari essendo troppo giovane, non ha ancora scoperto un’opera incisiva, geniale del grande cantautore genovese. I testi sono di Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio, le musiche di Fabrizio De André e Nicola Piovani

Tracce
1. Introduzione – 1:42
2. Canzone del Maggio – 2:24
3. La bomba in testa – 4:01
4. Al ballo mascherato – 5:12
5. Sogno numero due – 3:13
6. La canzone del padre – 5:14
7. Il bombarolo – 4:20
8. Verranno a chiederti del nostro amore – 4:19
9. Nella mia ora di libertà – 5:09

Storia di un impiegato: Un commento critico (di Red, dal sito Viadelcampo)

Storia di un impiegato esce in un decennio “caldo” (a grandi linee quello che va dal 1968 al 1977) in cui la musica era uno dei mezzi principali che permettevano alle classi operaie e studentesche di trovare un sostegno morale”, diciamo cosi’, per i loro movimenti di protesta e in cui le canzoni avevano moltissimo valore simbolico e non solo. Molti cantautori, in quanto persone solitamente libere da legami con il potere sostenevano spesso questi movimenti con le stesse parole, gli stessi gesti e le stesse ragioni dei proletari, è il caso di Guccini, Pietrangeli, Lolli.

Fabrizio De Andre’ aveva da farsi perdonare agli occhi dei militanti più estremisti lo “sgarro” della Buona Novella. O piuttosto, doveva schierarsi ancora pubblicamente da una parte o da un’altra, nonostante l’avesse in pratica già fatto riportando alla luce il verbo di pace di Cristo, considerato da lui stesso un grandissimo rivoluzionario, ma non considerato tale, per ovvi motivi, da molti operai e studenti.

E’ sufficente la Canzone del Maggio, che segue l’Introduzione, inizio musicale di un disco molto innovativo in quanto a suoni e arrangiamenti, a far tirare un sospiro di sollievo a quelle persone che, non troppo attente agli argomenti trattati da Fabrizio, temevano che dietro quella figura di cantautore ricco e schivo si nascondesse un non meglio identificato borghese complice dei padroni. Riprendendo un canto degli studenti del Maggio francese, che per primi diedero voce alle proteste studentesche, De Andre’ ricorda che i veri nemici del cambiamento non sono solamente i poliziotti od i padroni, bensì tutti quelli che, pur potendo partecipare agli scontri di piazza, hanno preferito rimanersene in casa ed hanno contribuito alla sconfitta dei manifestanti stessi.
“Per quanto voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti” e’ una delle strofe del brano rimaste “storiche”, e viene urlata dagli stessi studenti che, pur sconfitti, minacciano di tornare di nuovo in piazza, finchè il cambiamento non sarà avvenuto. Questa canzone è una sorta di introduzione a quello che poi e’ chiaramente un “concept-album” (disco cioe’ in cui tutte le canzoni sono legate fra di loro come i capitoli di un romanzo).

Il protagonista è un impiegato trentenne, dedito come molti lavoratori della sua categoria, molto più alle piccole faccende quotidiane e familiari che ad una visione più ampia degli infiniti sentieri della vita. Ascoltando il brano studentesco cinque anni dopo le lotte, tuttavia, l’impiegato, nel brano “La bomba in testa” comincia a chiedersi per quale motivo dei ragazzi poco più giovani di lui, invece di adagiarsi in una vita costellata di frasi fatte (“Grazie a Dio”, “Buon Natale”) e di posto di lavoro sicuro, si siano lanciati in una rivolta così feroce e, quasi certamente, condannata alla sconfitta.
Si rende conto, quindi, di trovarsi a far parte di quella schiera di persone che gli studenti combattevano, inchiodato al suo piccolo mondo borghese e alla sua vigliaccheria, dovuta alla sottomissione automatica che il potere impone quando tu lo accetti. E proprio quando la sua età e le sue abitudini lo potevano completamente mettere fuori gioco, si accorge di avere la forza per ribellarsi al potere stesso anche adesso che le rivolte studentesche sono finite, e comincia ad immaginare un modo per farlo, e per “farcela da solo”.

E comincia a sognare; un sogno che si articola in tre brani di grande atmosfera, in cui l’impiegato “cataloga” i vari tipi di potere, da quello borghese a quello paterno, fino a quello ufficiale della magistratura, trovando un filo che li unisce tutti quanti. Dapprima sogna di mettere una bomba in un ballo mascherato dove sono radunati tutti quei personaggi che, nella storia, hanno simboleggiato un potere, una bandiera, un’ideale. Chiaramente dietro questi personaggi si possono scorgere delle “figure ombra” del potere di quel periodo, ma il senso dell’accusa rimane comunque immutato al di la’ dei singoli uomini.
C’è Cristo “drogato da troppe sconfitte”, costretto a rappresentare adesso proprio quella classe clericale ricca ed egoista che con le sue idee avrebbe invece voluto combattere, e sua madre Maria, offuscata dall’importanza di un figlio cosi’ glorioso e che rimpiange quando era incinta come tutte le madri normali. C’è Dante Alighieri, il sommo poeta, che, forse per invidia, vorrebbe trasformare un amore normalissimo come quello di Paolo e Francesca in un chissà cosa di straordinario. La bomba dell’impiegato normalizza, la bomba rende tutti uguali, distrugge allo stesso modo i ricchi e gli illusi, i perdenti e i vanitosi. La bomba è imparziale, trancia odi e amori, speranze e rimpianti, vanità e invidia. Così come esplodono i vezzi della Statua della Liberta’, che dallo specchio voleva conferme alla sua bellezza e agli ideali che crede, sbagliando, di rappresentare. Al ballo non manca nemmeno l’ammiraglio Nelson, fiero condottiero colonialista e impavido che portò il suo esercito al trionfo di Trafalgar rimanendo però ucciso nella battaglia. Quale allegoria più spietata per condannare l’assurdità della guerra? Ci sono poi il padre e la madre dell’impiegato, le prime figure di potere che incontriamo nella nostra vita e che, magari a scapito del figlio, fanno di tutto per soddisfare i propri bisogni personali, sia materiali che psicologici credendo di fare il bene dell’erede e rovinandogli invece la vita. Anche loro esploderanno, liberando il figlio dalla loro autorità. Per ultimo esplode l’amico che ha insegnato all’impiegato l’arte della bomba. Qui viene alla luce il punto più alto di individualismo, quella libertà assoluta che, per essere completa, non deve sopportare remore di nessun tipo e non deve ringraziare nessuno. Ed e’, Storia di un impiegato, fondamentalmente il disco di un individualista sconfitto. L’azione solitaria, la vendetta solitaria, tutto viene visto in funzione della liberazione da tutto, perche’ tutto e’ potere, padroni, amici, poliziotti e genitori. Questa vendetta cieca verso il potere altro non è che un ultimo disperato sfogo di un uomo solo e fragile (aggettivo che De Andre’ ci riproporra’ anni dopo in un contesto forse piu’ vicino a questo di quanto possa sembrare) ed incatenato per anni, senza accorgersene, ai voleri di chi sta sopra di lui.

Ma l’illusione dell’impiegato durera’ poco. Infatti nel successivo brano, Sogno numero due, un parlato quasi psichedelico in cui la voce di De Andrè riecheggia come uno sparo nel buio, la voce narrante è quella di un giudice. L’impiegato è stato infatti scoperto, e ora crede che ad attenderlo ci sia una pena terribile.
Scopre invece, attraverso le parole del giudice, che il potere gli è grato per quella bomba, perché il potere si deve sempre rinnovare, non puòrimanere molto tempo nelle stesse mani, e, distruggendo una parte di esso con la bomba al ballo, l’impiegato entra automaticamente a far parte del potere stesso che credeva di annientare. Lui con la bomba ha “assolto e condannato” al di sopra del giudice stesso che ora gli parla, e può decidere autonomamente la sentenza che lo riguarda. Ecco il potere, quindi, che si dimostra quasi invincibile ed estraneo alle singole persone: se ti ribelli, non ha problemi a prenderti nelle sue fila, se pensi di colpirlo, lo hai invece aiutato.
Il passaggio al brano successivo, Canzone del padre, lascia spazio a molti interrogativi che, ovviamente, solo De Andre’ potrebbe spiegare a pieno. L’impiegato probabilmente è in una fase di confusione mentale, il sogno gli sta rivelando quella che poi si dimostrerà essere la cruda verità di cui sopra: il potere non può essere sconfitto, è troppo grande e radicato, tutt’ al più si può entrare a farne parte fino a quando lui decidera’ che va bene. Difatti l’impiegato prende il posto del suo stesso padre, entra in un gradino di mezzo della piramide del comando, rappresentata nel brano da un ponte da cui vedrà sia delle navi piccole che potrà indirizzare a piacere, sia delle navi grandi che “sanno già dove andare”. La metafora e’ fin troppo chiara: sei entrato nel potere ed hai qualcuno da comandare, ma avrai sempre anche qualcuno che ti comandera’.

L’impiegato si accorge di come la vita del padre di famiglia sia piena di frustrazioni. Osserva Berto, amico dei tempi della scuola, che vede la madre lavandaia morire, e la seppellisce in mezzo alle lavatrici, macchine moderne che consentono alla classe borghese di evitare proprio la professione della mamma di Berto che, stanco e stremato, si lascia sopraffare dalla pioggia, senza fede ne speranza, e, come ogni poveraccio, viene liquidato dai giornali come “morto arrugginito”. Dalla posizione del padre, poi, l’impiegato puo’ vedere quanto sia snervante una vita sempre uguale, fra crisi di coppia e conti in banca che piangono. La moglie è sempre più distante da come l’aveva conosciuta, il figlio, disperato come e piu’ del padre, prende la via della droga e si lascia morire, senza la preoccupazione di rialzarsi. Anche la famiglia, piccola costruzione gerarchica, e’ quindi un fallimento e non puo’ costituire un ancora di salvezza per chi cerca di liberarsi dal potere.
L’impiegato, a questo punto, si sveglia. E’ sudato, ma ha le idee più chiare. Prima della fine del sogno si è rivolto idealmente al giudice attaccandolo (“Vostro onore sei un figlio di troia”) e, finalmente nella realtà, lancia il guanto della sfida al potere: “Ci vedremo davvero, io ricomincio da capo.”

Il brano successivo è Il Bombarolo, ballata che riprende la parte musicale iniziale del disco. L’impiegato ha capito che il suo vero obiettivo non deve essere un semplice ballo dell’alta borghesia, bensì il Parlamento, luogo dove il potere esercita materialmente il proprio ruolo. Prima di far esplodere la bomba, l’impiegato si esprime contro diverse categorie di persone che avverserebbero il suo gesto. Innanzitutto gli impiegati come lui, quelli che si sono piegati alla vita comoda e a cui va bene che il potere decida al posto loro. Poi gli ntellettuali, che con acrobazie improbabili cercano una via di cambiamento ormai da quando sono nati come categoria, senza decidersi, in pratica, ad affrontare alcuna azione materiale. In seguito la minaccia agli stessi soci vitalizi del potere, che sono latitanti ancor prima dell’impiegato stesso: lui lo sarà dopo la bomba per la legge, loro lo sono adesso che stanno per morire.
Da notare che l’impiegato stesso si definisce un “trentenne disperato”, ed arrivi a questo gesto come ad un ultima, estrema mossa per cercare di salvarsi, conscio già, forse, di non poterci riuscire. Purtroppo per lui la sua abilità dinamitarda rimane nel sogno, e, invece del Parlamento, ad esplodere è un’innocua edicola. Questo è il momento di maggiore disperazione dell’impiegato, a questo punto capisce di non avere scampo, di avere fallito totalmente, e, nei giornali dell’edicola che salta in aria, gli sembra di scorgere l’immagine della sua donna che, contrariata dalle sue gesta folli, lo lascia solo, disperato, avvilito, distrutto.

E, dal carcere, l’impiegato si rivolge a lei, in una sorta di preghiera d’ amore che ripercorre tutta la loro storia. Il sentimento è passato anche sopra le incomprensioni di carattere ideologico, ed è un qualcosa di troppo personale e complicato da raccontare (“un amore così lungo tu non darglielo in fretta”). Nella canzone c’è anche molta amarezza, per come la donna amata non abbia resistito al richiamo della società borghese, concedendosi, ora che l’impiegato è in carcere, al primo uomo che la mantenesse.
In fin dei conti la canzone è facilmente riassumibile negli ultimi versi delle strofe in cui l’impiegato ammette che, nonostante l’amore reciproco, nessuna delle due personalità è cambiata e, dopo che lui è finito in carcere, la donna si è “fatta scegliere” da quel potere che l’impiegato ha cercato, invano, di distruggere. Due odi diversi di schierarsi e, inevitabilmente, una fine diversa.

L’ultima canzone del disco, Nella mia ora di libertà, l’impiegato racconta il carcere, negazione massima della libertà secondo il pensiero comune. Eppure anche la prigione è una piccola metafora del mondo: i secondini sono il potere, i carcerati le vittime che dovrebbero subire in silenzio. E diventa più che mai simbolica quell’ora d’aria in cui i secondi possono evitare il rapporto con i primi, “chiudendoli” a loro volta metaforicamente dentro il carcere (“di respirare la stessa aria di un secondino non mi va”).
L’individualismo, sconfitto dai fatti, viene sostituito a questo punto da una nuova forma di lotta, la rivolta di massa, la stessa degli studenti del Maggio francese che apriva il disco, la stessa che mise l’impiegato nella condizione di guardarsi intorno e capire “che non ci sono poteri buoni”.
Il termine di questo bellissimo disco sembra comunque l’invito, ancora una volta, nonostante tutto, a tentare la rivoluzione di massa che ha ispirato, più di tutti, l’ideale comunista: i carcerati, tutti insieme, si ribellano ai secondini. Nonostante il potere abbia dimostrato all’impiegato la propria forza, lui non riesce comunque a chinare la testa e ad arrendersi. Il disco si conclude come si era aperto, con i versi più significativi della Canzone del Maggio:Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti“.

Fonti: Wikipedia, sito di Via del Campo