“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale e’ invisibile agli occhi” faceva rispondere la Volpe al Piccolo Principe il saggio scrittore Antoine de Saint Exupèry. E questa massima è proprio vera anche e soprattutto quando si visita un mostro sacro fra i musei del mondo e cioè gli Uffizi di Firenze.

Chiamati in questo modo perchè in origine erano adibiti ad uffici del Granducato di Toscana, nacquero nel 1560, quando Cosimo I de’ Medici volle riunire le tredici più importanti magistrature fiorentine in un unico edificio e ne affidò il progetto a Giorgio Vasari. Nel corso dei decenni vennero apportate delle modifiche da parte di Bernardo Buontalenti e nel 1581 Francesco I, figlio di Cosimo I, decise di chiudere la Loggia del primo piano e utilizzarla per ospitare la sua collezione personale di dipinti quattrocenteschi. Nel 1700 poi venne trasformato in museo a pagamento, il primo della storia,dicendola lunga sul senso degli affari della famiglia fiorentina.

Cosimo I, Filippo Lippi e Federico da Montefeltro

A loro, i Medici, è dedicato interamente il vestibolo degli Uffizi: lì sono sono esposti quadri, sculture di esponenti come Ferdinando I e Lorenzo il Magnifico, e il famosissimo stemma mediceo a sei palle (cinque di colore rosso, probabilmente a simboleggiare ricchezza, ed una color azzurro con tre gigli in oro, emblema francese) sovrastato dalla corona granducale. Nel 1500 infatti i Medici erano una delle famiglie più importanti d’Europa e la Repubblica di Firenze si trasforma in Granducato. Ma tornando agli Uffizi e facendo una rigorosa selezione delle meraviglie dipinte racchiuse in quelle auliche sale, il primo stupore del cuore lo incontro nella sala di Filippo Lippi, la cui storia subito mi affascina. Era infatti un pittore decisamente sui generis, dato che era un prete che per ritrarre la dolcezza e la grazia della Vergine Maria si innamorò della modella- monaca Lucrezia Buti e abbandonato il convento fuggì, insieme a lei, sollevando grandi scandali e disdegno nella Firenze del Rinascimento. Solo l’intervento risanatore di Cosimo de’ Medici riportò tutto alla norma e a Filippo vennero tolti solo i voti.
Mi colpisce anche il doppio ritratto dei Duchi di Urbino. Il profilo di Federico da Montefeltro mi appare arcigno e quasi dispotico mentre osserva, come fosse in uno specchio, il viso bianco e spettrale della moglie. E scopro che non ci sono poi andata molto lontano: il dipinto non è un omaggio di nozze come credevo ma un tributo alla bellezza e dolcezza di lei, morta di parto insieme all’unico erede maschio. Povero Federico da Montefeltro e come si intuiscono cose così diverse da quello che osserviamo se solo conosciamo anche i particolari più intimi, più umani di chi è stato ritratto, andando al di là del tempo, della storia, dell’arte stessa!

La bella Simonetta

Passando sempre dall’arte alla vita vera un altro volto, forse quello che rappresenta la bellezza per antonomasia, e cioè la Venere del Botticelli, mi svela il suo segreto di persona realmente esistita e divenuta immortale grazie all’opera di un pittore: sono le delicate fattezze di Simonetta Cattaneo Vespucci, la dama più bella del Rinascimento che colpì moltissimo anche il fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano, che si innamorò perdutamente di lei e vinse persino un torneo, in Piazza Santa Croce dove il premio in palio era un ritratto della nobile signora. Simonetta proveniva da un nobile famiglia di origini genovesi e, una volta giunta a Firenze per sposare il banchiere Marco Vespucci, si fece notare per la sua straordinaria bellezza e per la grazia e la leggiadria dei suoi gesti. I fiorentini, vedendola passeggiare per le strade della città, la soprannominarono: “la senza paragoni”.Immediatamente, artisti come Ghirlandaio, Botticelli e Piero di Cosimo fecero a gara per immortalarla nelle loro opere. In tutti i ritratti in cui compare, Simonetta ha fattezze delicate e gentili, capelli biondi adorni di perle e occhi persi e innamorati. Ma questa storia non ha un lieto fine. Il 26 aprile 1476 un anno dopo la memorabile giornata del torneo vinto da Giuliano, Simonetta morì a soli ventitrè anni, di tisi. L’intera città fu costernata e commossa. Per la sua scomparsa, Lorenzo il Magnifico scrisse il sonetto che inizia con: “O chiara stella che co’ raggi tuoi/togli alle tue vicine stelle il lume…“, dove la immagina salita in cielo ad arricchire il firmamento. E’ dunque sapendo tutto questo che mi avvicino al viso della Venere, bianchissimo, come tutto il suo corpo ma so che è cosi perché, al tempo, la Chiesa non lasciava molto spazio alla libertà dei costumi e il modello di riferimento di Sandro Botticelli fu una statua greca, e rimango commossa, dentro, dalla dolcezza del suo sguardo, dalle labbra socchiuse in un dolce sorriso enigmatico che promette serenità e dolcezza.

Il divino Botticelli

Accanto alla nascita di Venere si trova l’altro capolavoro del Botticelli: la Primavera.Qui la figura femminile centrale e più importante del dipinto indossa il rosso e il bianco della Repubblica fiorentina ed è nuovamente presente, come nella nascita di Venere, anche la ninfa Cloris, avvolta da un tralcio di fiori che fuoriesce dalla bocca di Flora, sua figlia. La scena dipinta si svolge nel giardino sacro di Venere, che la mitologia collocava nell’isola di Cipro, come rivelano gli attributi tipici della dea sullo sfondo (per esempio il cespuglio di mirto alle sue spalle) e la presenza di Cupido e Mercurio a sinistra in funzione di guardiano del bosco, che infatti tiene in mano un caduceo per scacciare le nubi della pioggia. A lato le Tre Grazie rappresentavano tradizionalmente le liberalità, ma la parte più interessante del dipinto è quella costituita dal gruppo di personaggi sulla destra, con Zefiro, la ninfa Cloris e la dea Flora, divinità della fioritura e della giovinezza, protettrice della fertilità. Zefiro e Clori rappresenterebbero la forza dell’amore sensuale e irrazionale, che però è fonte di vita (Flora) e, tramite la mediazione di Venere ed Eros, si trasforma in qualcosa di più perfetto (le Grazie), per poi spiccare il volo verso le sfere celesti guidato da Mercurio. Quest’ultimo è senza dubbio il già citato Giuliano dei Medici, ucciso in Duomo nella Congiura dei Pazzi qualche anno prima. L’opera diventa quindi anche un omaggio in memoria del giovane erede scomparso tragicamente.

La Nascita di Venere: un’analisi più approfondita

E questo solo riguardo alla parte artistica. Se si passa, invece a quella metaforica, di lettura cioè del significato più profondo del quadro, in base ad altri ritratti dipinti da Botticelli, nei vari protagonisti della rappresentazione sono stai individuati vari personaggi di casa Medici: in particolare nelle tre Grazie sono state riconosciute Caterina Sforza (a destra), e Simonetta Vespucci (al centro), la fonte di ispirazione per la Nascita di Venere, che guarda sognante verso Mercurio-Giuliano de’ Medici. Per la lettura storica, secondo Horst Bredekamp, si dovrebbe considerare il dipinto come allegoria dell’età dell’oro in epoca medicea. La presenza di Flora sarebbe pertanto un’allusione a Florentia e dunque alle antiche origini della città di Firenze. Le altre figure sarebbero città legate in vario modo a Firenze: Mercurio-Milano, Cupido (Amor)-Roma, le Tre Grazie come Pisa, Napoli e Genova, la ninfa Maya come Mantova, Venere come Venezia e Borea come Bolzano. Altri studi hanno invece ipotizzato che il dipinto sia una sorta di calendario agreste abbreviato della bella stagione: da febbraio (Zefiro) a settembre (Mercurio), nell’augurio di una primavera senza fine. Tutto questo però è solo un tentativo di dare una risposta. Chissà, forse il fascino degli Uffizi e specialmente di questo dipinto consistono proprio in questo mistero….