Paradoxa, una mostra a Udine, a Casa Cavazzini, porta in città l'arte contemporanea giapponese fino al 28 agosto.

Udine è la prima città d’Italia a ricevere un site specific di Nishi (artista che cambia il proprio nome continuamente e che assumerà per Udine lo pseudonimo di Taturo Atzu), impegnato nella trasformazione dell’arte monumentale, identità visiva e pubblica della città, in luogo intimo e privato, a portata dei fruitori. Le sue opere, insieme a quelle di altri artisti giapponesi contemporanei sono presenti in un’esposizione, dal titolo Paradoxa, fino al 28 agosto a Casa Cavazzini, visitabili dalle 10.30 alle 19.00 con chiusura il lunedi.
Due sono le idee principali che guidano Paradoxa: la prima è quella di esplorare il mondo del paradosso e dell’errore nella cultura orientale, come fonte di conoscenza e di cambiamento; la seconda, quella più specifica dell’arte giapponese, è la riconversione e la manipolazione degli oggetti quotidiani, solo apparentemente banali e prevedibili, in oggetti dallo statuto artistico.
Entrando nello specifico  delle opere esposte a Casa Cavazzini, interessanti e stimolanti per una riflessione sulla precarietà dei materiali umani, oltre che della nostra stessa esitenza sono state le opere di Takahiro Iwasaki,visibili solo con un apposito cannocchiale e che grazie all’utilizzo dei materiali più fragili e deperibili, come capelli e fibre tessili, riescono a ricreare miniature del paesaggio urbano più noto e forse reso ormai quasi banale agli occhi dei cittadini. Ecco rinascere allora, fatta di capelli Out of disorder, 2016, riproduzione in miniatura della grande ruota panoramica che, in città,  rappresenta, nel suo collocarsi  in un periodo ben preciso dell’anno, la primavera, l’arrivo e l’approssimarsi in pochi passi dell’estate, condensando il desiderio comune della la voglia di uscire e di godere delle giornate che si allungano.
Straniante anche l’opera di Manya Kato, Level of level, 2016 una livella a bolla alzata da un lato, grazie ad una matita posta ad una delle due estremità  e dunque non perfettamente ortogonale e non “utilizzabile” per l’intento architettonico per cui normalmente verrebbe usata: qui la contraddizione è  assoluta in quanto la postura dritta a cui tanto aspiriamo è forse solo il frutto di un’illusione percettiva: cosa è dritto e cosa no nella nostra vita così come nelle nostre case?
Taro Izumi si concentra invece destrutturazione degli oggetti comuni, A cough swims in a yawn, 2016, dove come in un volto umano, due casse, coperte da una mascherina come abitualmente si usa in Giappone quando si è raffreddati per rispetto verso il prossimo, emettono il suono di uno starnuto.
Paradossale, in chiusura, così come da programma dello stesso titolo dell’esposizione, il lavoro di Yuuki Matsumura che si dedica ad un’assurda e creativa riproduzione seriale di oggetti danneggiati: Made in 1957, 2016 un secchio di plastica riparato con una lamina di foglia d’oro, così come si faceva una volta con le ceramiche frantumate, il tutto per dare valore ad oggetti che per noi lo hanno perso o che diamo per scontati, introducendo un ricordo della tradizione che stiamo perdendo in virtù  di un consumo più  sfrenato e obsolescente degli oggetti moderni.