Riporto di seguito un estratto dal libro Cara Cina (Rizzoli, 1999) di Goffredo Parise perché a mio avviso è molto interessante oltre che molto bello. Parise ci parla dell’amore visto con gli occhi degli orientali, dei cinesi e, anche se non è più storicamente attuale (la prima edizione del libro è del 1966), penso fornisca ancora oggi ottimi spunti di riflessione. Riflettere sui sentimenti umani e non consumarli distrattamente è ancora importante per tentare di comprendere o, come in questo caso, di intuire un modo di vivere i propri sentimenti alternativo a quello che già conosciamo (o subiamo, dipende dai punti di vista). Un’alternativa che, forse, non esiste più nemmeno in Cina dove l’aveva scovata Parise, ma che esisteva e il suo ricordo resta comunque affascinante e, in un certo senso, confortante.

Hong Kong

“L’amore è un sentimento silenzioso: si prova ma non si dice.”
Credo che non ci sia introduzione migliore di questa risposta, datami da una contadina di ventidue anni nel Kiangsu, ad alcune osservazioni sull’amore in Cina. Innanzi tutto questa frase contiene in così poche parole tutta intera la concezione orientale dell’amore; poi spiega come e perché i cinesi evitano sempre le domande dirette; infine è bella e basta.
Ho fatto molte domande sull’amore, a moltissime persone, giovani o vecchie, donne e uomini. Non ho mai ricevuto una vera risposta ma sempre frasi che preludevano e infine suggerivano il silenzio. Tuttavia, pure vergognandomi per la mia indiscrezione occidentale di fronte a tanta discrezione orientale, ho spesso insistito per pura smania di conoscenza. Infine ho smesso di insistere perché i contadini cinesi, gli operai cinesi, gli studenti cinesi mi hanno insegnato, senza mai dirmelo, che agli effetti proprio della conoscenza sono molto più utili due strumenti apparentemente ambigui e oscuri come la discrezione e l’intuito che la chiara, limpida, matematica e apparentemente esatta ragione. Mi hanno insegnato altresì che la realtà che si vuole conoscere mostra ampie zone d’ombra in cui la ragione può perdersi e l’intuito invece orientarsi. Infine mi hanno insegnato che queste zone d’ombra che discrezione e intuito possono non illuminare ma solo percorrere avvertendone le dimensioni, i pieni e i vuoti come fanno i ciechi, danno soddisfazioni tanto più intense e belle quanto più l’ombra si fa profonda e rifugge la luce.
Tuttavia, non potendo abbandonare completamente la ragione, mi sono trovato a fare alcuni confronti tra l’amore come è inteso in Cina e l’amore come è inteso in Occidente.
Per prima cosa ho cercato una definizione di comodo dell’amore occidentale e mi è parso giusto definirlo con due parole: amore romantico. Cioè un sentimento che nasce da affinità non soltanto sessuali ma intellettuali, sociali, conoscitive, insomma culturali. Un sentimento che è fatto, proprio per la sua struttura composita di elementi insieme naturali e culturali in misura mai uguale, di alternanze, di “momenti” in cui il tempo, inteso in senso cronologico come in senso, per così dire, atmosferico, ha una grandissima importanza; fatto ancora di equidistanze ma anche di collisioni (o di collusioni), insomma un moto pendolare che oscilla dalla passione all’indifferenza. Un simile estroso sentimento dovrebbe sfuggire a tutte le regole e specialmente a tutte le convenzioni. Invece no. Poiché sono le convenzioni ad impadronirsi dell’estro e mai l’estro che obbedisce alle convenzioni, anche questo sentimento ha dunque la sua convenzione e codificazione massime nel matrimonio. Ma una volta dentro la convezione ecco che l’amore spesso fugge perché nemmeno il matrimonio riesce a contenere la sua mercuriale bizzarria. Ricomincia il moto pendolare, suprema legge della dinamica romantica. Si potrebbe pensare che anche la famiglia, i figli, rappresentino la convenzione dell’amore e infatti la rappresentano benissimo, ma questo non c’entra nulla con l’amore che seguita ad essere quello che è, che è sempre stato.
Non così in Oriente e in Cina: dove non esiste dinamica romantica ma statica razionalistica e l’amore si può benissimo rappresentare, anziché con un ellissi, con due rette parallele che procedono silenziose nello spazio.
Vediamo il perché di tanto astrale silenzio. L’amore è, per i cinesi, un sentimento così personale, delicato e fragile che non soltanto non si può toccare ma non si può nemmeno esprimere così che altri, chiunque altro, compresa la persona amata, lo possano a loro volta vedere e toccare. Del resto tutti i sentimenti, ma in particolare l’amore tra un uomo e una donna, sono per i cinesi proprietà assoluta e quasi religiosa dell’individuo che li prova e manifestarli significa non soltanto manifestare se stessi ma perdere automaticamente questa proprietà. Tuttavia amare è anche possedere e nessuno può impedire all’intuito, se non alla ragione, di impadronirsi di quello che può. Ma l’intuito procede al buio e possiede, in queste condizioni, soltanto l’illusione di possedere, così come un cieco prova l’illusione di vedere le cose che tocca. Sarà discrezione dell’oggetto amato concedere all’illusione un po’ più dell’illusione: cioè darsi quel tanto da mai disilludere. Questo, evidentemente, non avverrà quasi mai con persona estranea a tali concetti e tanto meno con uno straniero.
Quanto ai sentimenti collettivi, come l’amore, reale e non solo propagandistico, per Mao Tse-tung o per i propri simili, si tratta di amore collettivo, non privato, ed ecco la ragione per cui i cinesi non esitano a mostrarlo con grande fierezza.
E ora veniamo alla realtà dell’amore, cominciando dalla più triste: la prostituzione, che si diceva famosa in Cina. Mi si potrà obiettare subito che la prostituzione non ha nulla a che fare con l’amore, ma non sono completamente di questo parere. Infatti la prostituzione, per una sua anche minima parte, ha a che fare con l’amore almeno quanto una prassi relativa ha a che fare con una teoria assoluta. La prostituzione in Cina era dovuta alla spaventevole miseria, cioè alla ragione che l’ha sempre provocata in ogni angolo del mondo, in tutti i tempi. Che la provoca oggi nei Paesi che circondano la Cina. Hong Kong, per esempio, che è a pochi chilometri dalla Cina, pullula di prostitute. Così Formosa. E così tutti i Paesi del sud-est asiatico. Senonché, come abbiamo cercato di intuire, se non di esaminare, i diversi punti di vista sull’amore in Oriente e in Occidente, così è necessario sottolineare le differenze di sistema anche nel campo della prostituzione. La principale è che, nella maggioranza dei casi, la donna cinese sceglieva questo mestiere volontariamente e col benestare dei genitori, per nutrire la famiglia.
Si stabiliva un consesso familiare, si prendeva atto (realisticamente e razionalisticamente) della propria miseria e della propria fame, infine si chiedeva alle figlie, alle nipoti, alle parenti, il loro parere. Che era come chiedere di prostituirsi. Le volontarie assumevano il ruolo di eroine e dal consesso familiare come dal quartiere o dal villaggio erano tenute in così alto conto che, successivamente, non soltanto non avevano nessuna difficoltà a trovare marito, ma i giovanotti le stimavano e le ammiravano proprio per il loro passato. Non è diverso anche oggi in Vietnam dove molte ragazze e studentesse si offrono alla prostituzione per procurare fondi al Fronte di Liberazione Nazionale. Si aggiunga che la prostituzione in Cina aveva come maggiori clienti i ricchi e gli stranieri e non ci si deve stupire se ora i cinesi, per questa e mille altre ragioni molto più profonde, ce l’hanno coi ricchi e sono xenofobi. Oggi la prostituzione non esiste più, al punto che è molto difficile che una ragazza cinese si lasci fare anche soltanto un complimento verbale da uno straniero. In alcuni casi, dove la mancanza di tatto degli stranieri non ha saputo trattenersi, ci sono state denunce ed espulsione immediata dal Paese. Per concludere voglio aggiungere che la caratteristica, diciamo così, interiore oltre che esterna della prostituzione, è la volgarità. Perché prostituzione significa dare amore in cambio di denaro. Ora si potrà dire tutto dei cinesi, ma assolutamente non si può dire che sono volgari. La volgarità è estranea a questo popolo. In particolare alle donne cinesi, la cui leggerezza, dolcezza, ma soprattutto stile, non dico esclude, ma non conosce nemmeno che cosa sia la volgarità.
Siamo arrivati allo stile, così come mi sono permesso di tradurre la parola cinese li. In realtà vuol dire diplomazia, politesse, buone maniere, ma, tutto sommato, credo di aver tradotto giusto. Li è un termine confuciano che significa appunto tutte queste cose, ma significa, prima di ogni altra, Cina e cinesi. Come si esercita il li, per esempio tra innamorati? Si esercita col rossore. Un ragazzo e una ragazza si guardano e arrossiscono: buon segno. Vanno avanti per giorni e mesi guardandosi e arrossendo senza mai parlare. Buonissimo segno. Finalmente il giovanotto si confida con un amico che cercherà un altro amico o conoscente della famiglia della ragazza, o semplicemente della ragazza, e rivelerà, dopo tutti questi giri, i sentimenti del giovanotto: che, allo stesso modo, verrà a conoscere i sentimenti di lei. I due si incontrano in casa oppure per la strada e cominciano, come si usa dire anche da noi nelle campagne, “a parlarsi”. Ho visto centinaia di coppiette che “si parlavano”: a Pechino, nelle stradette appartate, nei parchi e in molti altri luoghi che ho visitato. Tra loro e le parole c’è la bicicletta. Oppure si tengono per mano. Quando si è parlato abbastanza (ma mai d’amore) cominciano i regali. I più apprezzati sono sassi, semplici sassi colorati che i due, di nascosto uno dall’altro, vanno a raccogliere su monti e colline, percorrendo chilometri a piedi, per dimostrare in questo modo quanto il regalo sia prezioso. Poi vengono i quaderni, una penna biro e magari, se vogliono proprio sbilanciarsi, le opere di Mao. Infine, dopo le parole e i sassi, si sposano. Né l’una né l’altro hanno mai avuto rapporti sessuali e dunque, al matrimonio, il rossore è fiamma. Parenti e amici li prendono in giro. Così, con la coperta imbottita a fiorellini, il cuscinetto quadrato e qualche pentola, che costituiscono il corredo di lei, mettono su casa. Le rette parallele comincia la loro strada nello spazio e nel tempo. Come si può ben capire, date le premesse, i bambini nascono subito e sono i più bei bambini del mondo. Li fanno e non se ne accorgono. Si grattano la testa, quando si parla di questa loro, chiamiamola così, distrazione, e dicono: «Il Partito raccomanda di non fare più di tre bambini. Per la salute della madre che deve innanzi tutto lavorare, poi per l’educazione dei piccoli. Se sono tanti la madre non ha il tempo di amarli, curarli e educarli come si deve». Questa è, in breve, la politica del Partito per quanto riguarda “la pianificazione delle nascite”, come si chiama in Cina. Gli antifecondativi esistono, ma nessuno li usa: perché si vergognano e i vecchi si indignano.
Talvolta le rette si intersecano, non nell’infinito, allora divorziano: cinque minuti in tribunale. Alla moglie non spetta nulla perché lavora, il marito ha l’obbligo degli alimenti per i bambini. I figli illegittimi sono rarissimi e hanno gli stessi diritti degli altri. Anzi, in modo molto bello, l’articolo 15 della legge sul matrimonio dice a questo proposito: «…a nessuno è permesso maltrattare o di provare disprezzo per i figli nati senza matrimonio». Ma anche i casi di divorzio sono rari e la famiglia cinese è pur sempre la famiglia cinese, quella convenzione massima che, al contrario dell’Occidente posseduto dal diavolo romantico, in Cina coincide con l’amore: che è prima di tutto stima, poi silenzio, poi scrupolo perenne dei doveri reciproci, silenzio, poi rispetto, ancora silenzio e sorrisi. Le parallele non litigano, si sa. Così è facilissimo vedere per la strada un vecchietto con quattro lunghissimi peli bianchi di barba e una vecchietta traballante su piedi di bambola che si tengono per mano, con una mano, e con l’altra tengono i nipotini.
Faccio questi pensieri e ricordi in treno. È il mio ultimo giorno in Cina. Ecco la frontiera. Le formalità si svolgono rapidamente, più rapidamente che per altri perché sono accompagnato, scortato e salutato da qualche piccola autorità. Comincio ad attraversare, da solo, il ponte ferroviario che taglia il confine. Loro stanno a guardarmi e a farmi gran sorrisi e cenni con le mani. Mi dicono, all’ultimo momento: «Ritorni, ma non solo, questa volta: vogliamo vedere sua moglie e i suoi bambini». Che non ho.
Salgo sul treno in partenza all’altra estremità del ponte, in territorio franco, insieme a qualche inglese, tedesco, europei che si precipitano sui venditori di whisky, di sigarette americane, di cioccolato, di Coca-Cola, di giornali: i nostri vizi quotidiani. Poi il treno comincia a correre. È domenica: lungo la baia disseminata di piccole spiagge vedo ragazze cinesi in bikini, dai lunghi capelli, in piedi su motoscafi scintillanti. Le spiagge affollate di bagnanti e di invisibili transistor da cui salgono fino al treno le canzoni dei Beatles; insieme alle canzoni salgono sul treno ragazzine “ye ye” in minigonna e “capelloni” cinesi. Ecco la periferia, fatta di casamenti uno addossato all’altro sulla collina, ecco i primi grattacieli, ecco, di colpo, Hong Kong dove si può comprare e vendere quello che si vuole, soprattutto l’amore, e dove le idee sono le sole che non valgono nulla: ecco, insomma, l’Occidente.

Goffredo Parise