Continua la disamina di Medea sul Protestantesimo in occasione dei 500 anni della Riforma di Lutero. Punto cardine: l’interpretazione della prima lettera di san Paolo ai Romani.

La Riforma protestante si fa convenzionalmente nascere con l’affissione delle 95 tesi di Lutero, contro la vendita delle indulgenze, sulla cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre 1517. Quasi che la causa principale di questo grande movimento, che ha separato la cristianità, fosse il semplice desiderio di moralizzare la Chiesa. In realtà, la necessità di riformare, o per meglio dire correggere, alcuni comportamenti della Chiesa era un tema che dal Medio Evo in poi era stato ripreso più volte (si pensi a san Francesco e a san Domenico). In particolare, al tempo di Lutero altri pensatori erano giunti alla stessa conclusione. Erasmo da Rotterdam, in “Elogio della Follia” pubblicato nel 1511, critica fortemente la Chiesa per i suoi costumi rilassati. Infatti scrive: “Vescovi e cardinali, gli eredi degli apostoli, si danno alla bella vita, e i papi, i vicari di Cristo, vivono mollemente e senza pensieri”. Nonostante questo, però, Erasmo fu uno dei più fieri oppositori di Lutero. Questo perché la Riforma andava oltre la semplice critica ai costumi dissoluti di parte delle gerarchie ecclesiastiche e intaccava profondamente la sostanza della dottrina cristiana. In particolare rifiutò la capacità dell’uomo di cooperare, attraverso le opere buone e la carità, con Dio per la sua Salvezza.

L’Epistola ai Romani

L’originalità del pensiero luterano, infatti, è tutta teologica e si basa su una sua personale intuizione nell’interpretazione della prima lettera di san Paolo ai Romani. La sua prefazione a questa epistola, che Lutero inserì nella traduzione della Bibbia in tedesco, offre un riassunto teologico chiaro e significativo del Luteranesimo. Non a caso, l’Epistola ai Romani è alla base di tutto il sistema teologico della Riforma.
Lutero era afflitto e angosciato dal tema della Salvezza. L’idea di un Dio giusto che punisce i peccatori lo tormentava. Nonostante i suoi continui sforzi per vincere il peccato, temeva di non superare il giudizio di Dio. Per il monaco agostiniano non c’erano “opere” che lo potessero rendere “giusto”. Infatti nella prefazione della sua Opera Latina edita a Wittenberg nel 1545, scrive: “Io però, che mi sentivo davanti a Dio peccatore con la coscienza molto inquieta, benché vivessi come un monaco irreprensibile non potevo sperare di trovar pace mediante le mie opere riparatrici”. A tormentarlo era la frase presente in Romani 1, 1-17 “iustitia Dei revelatur in illo”, la giustizia di Dio è rivelata in esso (cioè nel Vangelo). Sempre nella prefazione della sua Opera Latina, infatti, scrive:

“Odiavo quella frase, “giustizia di Dio”, che, secondo l’uso e il costume di tutti i miei professori, mi era stato insegnato ad intendere filosoficamente come un riferimento alla giustizia formale, o attiva, come la chiamano, cioè quella giustizia con cui Dio è giusto e con cui punisce i peccatori e gli ingiusti”.

A causa di quel versetto, gli sembrava che l’idea di giustizia del Vecchio Testamento, con un Dio che punisce severamente chi non rispetta la “Legge”, continuasse ad esistere nel Nuovo Testamento, cancellandone il senso di Buona Notizia e di misericordia. Lutero si sentiva indegno e incapace di giungere alla Salvezza con le sue opere. Si sentiva immerso nel peccato e impotente di fronte a esso. Poi dopo notti di meditazioni e di studio, improvvisamente, l’ultima frase del versetto 1, 1-17 della prima lettera ai Romani, “Il giusto vivrà mediante la fede”, gli fece dischiudere gli occhi e comprendere che la giustizia di Dio non è quella che punisce o premia, ma quella che giustifica e perdona e grazie alla quale la persona giusta vive per un dono di Dio, cioè per la Fede. Sempre nella prefazione citata sopra, egli scrive:

“Esaltavo queste dolcissime parole, «la giustizia di Dio», con tanto amore quanto era stato l’odio con cui l’avevo odiata precedentemente. Questa frase di Paolo è stata per me il cancello stesso del paradiso”.

La Giustificazione

Per Lutero, la Giustificazione avviene, quindi, per pura Grazia, senza che l’uomo possa fare nulla per ottenerla. La Giustificazione e, quindi, la Salvezza sono un dono, un dono di Dio per gli uomini. Ogni uomo è peccatore e mai potrà “salvarsi”, cioè andare a Dio, compiendo opere di religione o di carità. Sarà Dio, nella persona di Cristo, che lo salverà cancellando i suoi peccati. L’uomo può solo “credere” alla promessa che è nei Vangeli, cioè la sua unica operazione possibile sarà di affidarsi a quella promessa: “chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11, 25).
Alla luce di questa prima intuizione tutti gli altri passi della lettera ai Romani si chiarirono e gli confermarono di essere sulla buona strada. Infatti, ora comprendeva il senso di quanto contenutovi:

Romani 3, 23-25: “tutti infatti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, essendo giustificati gratuitamente per la Sua grazia, mediante la redenzione in Gesù Cristo, che Dio ha esposto per espiazione col Suo sangue mediante la fede”;

Romani 3, 28: “poiché noi riteniamo che l’uomo è giustificato per mezzo della fede, senza le opere della legge”;

Romani 5, 1-2: “giustificati dunque per la fede, abbiamo pace con Dio, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo saldi e ci gloriamo, nella speranza della Gloria di Dio”.

La Predestinazione

Il fatto che la Giustificazione e quindi la Salvezza fosse un dono di Dio aprì la strada a un altro concetto fondamentale della dottrina luterana: la Predestinazione. Infatti se gli uomini non possono salvarsi per mezzo delle proprie opere e se la Salvezza deriva solo da Dio, chi non si salva è perché Dio ha deciso di non salvarlo. Anche in questo caso la lettera ai Romani gli offrì il fondamento teologico:

Romani 8, 28-30: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati”.

Per Lutero l’affermazione “coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il disegno” non è universale, ma restrittiva, percò ne segue che altri non sono chiamati secondo quel disegno, cioè non sono predestinati. La predestinazione dunque è elezione alla fede per mezzo della parola di Dio, è misericordia, è figliolanza divina che comporta la giustificazione; ma non è propriamente prescienza, nel senso che essa non si basa sui meriti futuri dell’uomo, ma su una scelta, sia pure misteriosa, di Dio.
Altri passi dell’epistola sono per il monaco agostiniano particolarmente importanti nel confermare questa sua intuizione:

Romani 9, 14-18: “Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè:
Userò misericordia con chi vorrò,
e avrò pietà di chi vorrò averla.
Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole”.

Romani 10, 10: “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza”.

Romani 11, 5-6: “Così anche al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia. E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia”.

Infatti nella sua prefazione alla lettera ai Romani scrive:

“Nei capitoli IX, X e XI l’apostolo insegna l’eterna predestinazione di Dio, dalla quale ha la sua prima origine chi deve o non deve credere, chi può o non può essere affrancato dal peccato, affinché la nostra giustificazione sia tolta dalle nostre mani e posta soltanto nella mano di Dio. Ciò è anche estremamente necessario, perché siamo tanto deboli e incerti che, se dipendesse da noi, non un sol uomo si salverebbe. Il diavolo certamente li vincerebbe tutti. Ma poiché Dio è certo che la sua predestinazione non verrà meno e che nessuno gliela potrà impedire, possiamo ancora sperare contro il peccato”.

Ora, alla luce del concetto di Giustificazione e Predestinazione di Lutero, le sue 95 tesi contro la vendita delle indulgenze rivelano tutta la loro potenza. Infatti, se solo Dio può giustificare e lo può fare secondo una sua misteriosa e autonoma scelta, la Chiesa non può certo vendere quello che non ha la facoltà e la capacità di concedere.

Il libero arbitrio ed Erasmo

Questa interpretazione di Lutero, da lui stesso chiamata “del servo arbitrio”, provocò la ferma opposizione di Erasmo, anch’egli frate agostiniano come Lutero, che da convinto umanista e uomo del Rinascimento non poteva accettare che l’individuo fosse privato della sua libertà di scelta e che non fosse l’artefice del proprio destino. Lo scontro fra i due segnò un momento fondamentale nella storia del pensiero occidentale e della modernità.

Come abbiamo detto all’inizio, anche Erasmo critica fortemente la Chiesa per i suoi costumi rilassati. La sua polemica contro alcuni aspetti della vita della Chiesa, però, non nacque da dubbi sulla dottrina tradizionale né da ostilità verso l’organizzazione in sé, ma, piuttosto, da un’esigenza di purificare le azioni e le istituzioni del Cristianesimo dai pericoli che le minacciavano, quali la corruzione, l’interesse di pontefici guerrieri, la vendita delle indulgenze, il culto smodato delle reliquie che inclinava verso una nuova forma di ‘idolatria’. In effetti Erasmo condivideva molti aspetti delle critiche di Lutero, ad esempio nei confronti delle indulgenze e dei formalismi esteriori del clero, come pure sulla necessità di un ritorno allo spirito originario del Cristianesimo. Tuttavia la negazione della libertà umana era per Erasmo incompatibile con la sua mentalità, perché gli sembrava svilisse la dignità stessa dell’uomo. Se, come affermava Lutero, l’essere umano non ha la facoltà di accettare o rifiutare liberamente la grazia divina che gli viene offerta, a che scopo nelle Scritture sono presenti ammonimenti e biasimi, minacce di castighi ed encomi all’obbedienza? Per Erasmo, che rimane nella tradizione cattolica, grazie al libero arbitrio l’uomo è l’artefice della sua salvezza oppure della sua dannazione. Nel 1524 con il suo scritto De libero arbitrio diatribe sive collatio satireggiò la dottrina luterana del “servo” arbitrio. In essa egli sostiene con forza argomentativa e scritturale l’esistenza per l’uomo di un libero arbitrio anche dopo il peccato, e la possibilità stessa di una cooperazione tra l’uomo e la divinità nel progresso verso la salvezza. Pertanto è sulla diade inscindibile tra libertà e cooperazione che si esprime la sua posizione.

Il servo arbitrio di Lutero è all’opposto, è l’esaltazione della religione soprannaturale e l’assoluta impotenza della volontà umana. Nel suo trattato De servo arbitrio, pubblicato nel 1525 in risposta a quello di Erasmo, leggiamo: “La volontà umana è posta tra i due (Dio e Satana) come un giumento, il quale, se sul dorso abbia Dio, vuole andare e va dove vuole Dio, … se invece sul suo dorso si sia assiso Satana, allora vuole andare e va dove vuole Satana, e non è sua facoltà di correre e cercare l’uno o l’altro cavalcatore, ma i due cavalcatori contendono fra loro per averlo e possederlo”.

Queste due diverse e inconciliabili interpretazioni della Salvezza furono la vera causa della separazione fra Chiesa cattolica e Protestanti. Ora, dopo Cinquecento anni e dopo un lento cammino ecumenico che ha portato i rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale e della Chiesa cattolica a firmare, il 31 ottobre 1999, la “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” in cui Luterani e Cattolici hanno cercato nella dottrina della giustificazione ciò che li unisce piuttosto di ciò che li divide, la domanda è ancora aperta: “Può l’uomo, per raggiungere la sua Salvezza, cooperare con Dio oppure no?”