Ogni mattina in Africa una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più in fretta del leone…

Sono certo che conoscete tutti questa storiella (anche solo per averla sentita raccontare in quella memorabile scena di un film di Aldo, Giovanni e Giacomo). Ecco, allora permettetemi di parafrasarla per raccontare la giornata di uno scrittore (o meglio autore) italiano: “Ogni mattina in Italia uno scrittore si sveglia e sa che dovrà correre più in fretta di…” Già, di chi? Di tanti. Degli altri scrittori, per cominciare; e poi dei lettori, degli editor e ovviamente delle case editrici. Perché essere scrittore significa anche questo, cercare di essere un passo avanti a tutti, scrivere oggi quello che (se tutto va bene), si leggerà domani, cercando di stare al passo col mercato, con i gusti del pubblico e in tutto questo scrivere anche un bel libro. E se pensate che questo valga solo per gli scrittori di professione (laddove per professione intendo quelli che scrivendo, e solo scrivendo, si pagano le bollette), beh, vi sbagliate. Anche uno scrittore – o autore – part time come il sottoscritto, la mattina si alza e comincia a darsi da fare. Perché anche chi nella vita fa altro e tiene la scrittura come hobby deve darsi delle regole.

Com’è la giornata di uno scrittore?

A me succede spesso, nelle interviste o nelle presentazioni, che mi chiedano com’è la mia giornata da autore. La trovo una domanda curiosa e interessante. E da quando hanno cominciata a farmela ho cominciato a rifletterci. Già, com’è la mia giornata? Un mix di ordine e metodo. Questa è la prima cosa che dico. E posso garantirvi che, a volte, questa risposta spiazza, perché non si pensa quasi mai che un processo creativo come dovrebbe essere quello della scrittura possa essere soggiogato a delle regole. Invece, che lo si creda o no, è proprio così che funziona: disciplina e criterio sono fondamentali se si vuole arrivare a vedere i propri sogni realizzati o anche, più semplicemente, se si vuole arrivare a vedere la propria idea tramutata in qualcosa di concreto: il famoso manoscritto, per intenderci. Sono stato criticato (raramente ma è successo), per questa visione disincantata dell’arte dello scrivere. Ma posso garantirvi che i più prolifici, apprezzati e bravi scrittori di ogni epoca, erano degli stakanovisti della penna (oggi del pc). Gente che si sottoponeva – e si sottopone – a turni massacranti di scrittura che nemmeno un operaio in fabbrica nell’Ottocento. Perché scrivere è una passione, ma come ogni passione va sostenuta con il giusto impegno e la giusta dedizione. Senza dimenticare che scrivere (per me sicuro, ma da quanto sento anche tra i colleghi è lo stesso) è anche una “droga” che dà dipendenza e che per questo devi assecondare sempre e ovunque.

Modi e tempi precisi

Dunque la mia giornata, scandita da orari ben precisi in fase di “stesura” del romanzo, prevede anche un altro elemento fondamentale: la costanza. Spesso faccio un’analogia che spiazza i “non addetti ai lavori”: scrivere è un po’ come costruire una casa. Come ogni casa è composta da un mattone, infatti, ogni libro è composto da una pagina. E fin qui il paragone regge, non trovate? E come non si può pretendere di costruire una casa mettendo un mattone ogni tanto (tipo quando non fa troppo caldo, ma nemmeno troppo freddo; o quando non si ha di meglio da fare), allo stesso modo non si può pretendere di scrivere un libro solo quando la musa ci illumina o quando ci sentiamo ispirati. Bisogna mettere quel mattone ogni giorno, non ci sono santi cui appellarsi. Ora, io sono così e non dico che sia il metodo giusto, né che sia l’unico o il migliore in assoluto. Ma per me funziona. Quando sono in fase “creativa”, dedico molto tempo e tutti i giorni al mio libro. E i giorni in cui, per qualche motivo non posso scrivere, sono i peggiori, perché mi sento di non aver fatto il mio “dovere”. Ma sia ben chiaro: mi sento di non averlo fatto con me, non con l’editore o i lettori.
Che volete, gli scrittori sono tutti un po’ folli…

Quando arriva l’idea

Questa è la mia giornata durante il periodo “creativo”. Ma in realtà la stesura di un libro comincia molto prima, cioè quando arriva l’idea. Che sia un personaggio particolare, una storia, un frammento o quello che volete, ogni storia nasce da un’idea. Io di solito lascio quella scintilla covare un bel po’, quasi come brace incandescente sotto la cenere che aspetta solo un ramo secco o una foglia accartocciata. Lascio che l’idea si sviluppi da sé, riflettendoci nei tempi morti della mia giornata, la sera prima di addormentarmi o anche in fila alla posta. E quando quell’idea è ormai matura, comincio a lavorarci. Scrivendo? Ancora no. Prima c’è la fase di preparazione del lavoro. Il che consiste nello studiare i vari personaggi principali (con tanto di apposite schede), l’ambientazione, lo stile e ovviamente la trama, che di solito butto giù a grandi linee, con un dettaglio importante: ne conosco anche la fine. Perché? Perché una storia è un viaggio, poco ma sicuro. E come quando si è in viaggio si ha una meta, allo stesso modo quando si scrive bisogna avere bene in mente da che punto partire e dove arrivare. Sennò si rischia di perdersi, di fare giri a vuoto e alla fine di ritrovarsi non a destinazione ma al punto di partenza. E noi non vogliamo che succeda, no? Né se siamo alla guida, né se siamo seduti al computer.

Come dare forma alle idee

Quindi anche in fase di “creazione” e di sviluppo dell’idea il lavoro da fare è parecchio. Io di solito lo faccio camminando per casa, penna alla mano, pronto a buttare giù ogni idea che possa arricchire quella scintilla iniziale. È una fase molto importante e delicata; anche faticosa, se volete. Ma penso che faciliti moltissimo il compito successivo: la stesura vera e propria. Che resta la parte più bella, quella in cui ci si può sfogare e lasciar andare la fantasia (o la mente) a briglia sciolta. Anche in questo (sì, ora avete il permesso di darmi dell’abitudinario) di solito sono molto rigido: scrivo se possibile sempre negli stessi orari e sempre nello stesso posto. Toglie anche questo poesia all’arte di scrivere? Forse sì. Ma credetemi, aggiunge molto al lavoro. Ritagliarsi la propria nicchia, facilita (e non di poco) la scrittura. Con ciò non voglio dire che si debba sempre e solo scrivere negli stessi posti. Anzi! Quando lavoravo nei call center, tra una telefonata e l’altra (lo so, non si dovrebbe) avevo sempre con me qualche pagina di un mio romanzo da correggere o da rivedere. E quando lavoravo in aeroporto ed ero assegnato a una postazione più tranquilla del normale avevo sempre il mio quaderno degli appunti per buttare giù un’idea o anche un capitolo da riscrivere poi il pomeriggio a casa. E anche oggi che lavoro nella redazione di un grosso giornale, nei tempi morti ho sempre il file del mio romanzo a portata di mouse per rivedere questa o quella scena, aggiustare un dialogo o anche solo dargli una letta per vedere se fila.

Scegliete dove e quando

Quello che voglio dire, dunque, è che scegliersi un posto e un orario per scrivere aiuta a reiterare quel momento, a mettere quel mattone (o quella pagina), giorno dopo giorno. Senza per questo negarsi un’eccezione. Se si riesce a trovare il ritmo posso garantirvi che anche la stesura di un romanzo lungo (i miei superano senza problemi il milione di battute), può essere fatta in tempi relativamente brevi, anche due o tre mesi. Poi, ovvio, ognuno deve trovare la sua cadenza, ma per me questo metodo funziona. Terminata la fase di stesura si potrebbe pensare che il più sia fatto. E che le giornate tornino a essere libere. Col cavolo. È finita solo la parte divertente del lavoro. Perché poi comincia quella che io personalmente odio di più: l’editing. Che è una brutta parola inglese per definire la correzione e rilettura dei propri scritti. Lasciato riposare il testo qualche tempo (di solito tre o quattro mesi, scadenze editoriali permettendo), è il momento di riprenderlo in mano. E di stravolgerlo. Così si torna a fare gli stakanovisti della tastiera. Ogni giorno stesso orario e stesso posto, col file del romanzo aperto davanti agli occhi.

Uccidili senza pietà

Io nel rileggerlo mi rendo conto quasi sempre di un numero enorme di parole e frasi che possono benissimo essere eliminate (“Uccidili. Uccidili senza pietà”, suggeriva Stephen King a proposito di tutti i brani inutili nel suo libro “On writing”). E allora comincio a tagliare, a modificare, a spostare intere frasi o perfino capitoli. Un lavoro faticoso, ma indispensabile. Spesso molti autori inesperti hanno la convinzione che la prima stesura sia anche la più genuina e quindi hanno remore (per non dire idiosincrasie) a revisionare i loro testi. E così – occupandomi anche di editing professionale con l’agenzia che ho fondato so di che cosa parlo, ahimè – inviano i loro testi esattamente come sono stati partoriti in prima stesura. Con tanto di refusi, errori/orrori grammaticali, impaginazione “ad capocchiam” e compagnia bella. Mai, mai, mai farlo. Il libro va riletto, corretto e stravolto fino alla nausea, se necessario. Io faccio anche quattro passaggi e per il mio ultimo romanzo sono arrivato a sei (dopo la consulenza di un paio di amici-lettori-scrittori esperti che mi hanno indicato le falle). E vi posso garantire che la prima e l’ultima stesura non sono nemmeno parenti, né dal punto di vista delle dimensioni, né da quello dei contenuti. Ma allo stesso modo vi posso garantire che l’effetto finale è superiore a quello iniziale in maniera innegabile.

La prima stesura di un romanzo

Che ci crediate o no, non potrei pensare di mandare in stampa la prima stesura di un mio romanzo. Nemmeno quella di questo articolo (che per inciso sto rileggendo per la quinta volta). Ok, detto come nasce l’idea e come la sviluppo durante la giornata, diciamo che il libro è giunto ormai alla casa editrice. A quel punto per me comincia la fase di relax. E le giornate, incredibilmente, da cortissime che erano tornano ad avere 24 ore. Il libro nel frattempo è in mano agli editor, il che mi dà modo di godermi almeno un paio di settimane di riposo. Di solito, infatti, a stento arrivo a un mese, perché poi ci sono le bozze da rivedere e ricorreggere (argh!) e c’è la pubblicazione, che alla fine toglie ancora più tempo, tra presentazioni, fiere ed eventi vari. Ma quelle tra un libro e l’altro sono di sicuro le giornate più tranquille (sebbene io le utilizzi per prendere appunti su nuove idee, le scintille di cui parlavo sopra che poi maturano pian piano). E quando la scintilla è cresciuta abbastanza si ricomincia. Da capo. Mi sveglio la mattina e so che dovrò ricominciare a correre più veloce degli altri scrittori, dei lettori, degli editor e ovviamente delle case editrici. Ma va bene così. Perché le mie giornate più belle sono quelle in cui posso sedermi al pc, nei miei orari e nella mia “nicchia”, col mondo chiuso fuori, a scrivere le mie storie.