Sperimentale, senza censure, geniale, così si potrebbe definire la produzione cinematografica di un regista discusso e controverso: Jesus Franco

Il regista dai cento nomi

Da James P. Johnson o Clifford Brown (e Clifford Brown jr), passando per Frank Hollman, A.L. Malraux, Dave Tough, Jeff Manner, David Kuhne, Manfred Gregor o James Lee Johson… una pletora di firme sotto una ancor più vasta filmografia, a cui si possono aggiungere Jess Frank e Jess Franco.
Tutti pseudonimi, però, e di una sola persona: Jesus Franco.
Del resto, tutti questi nomi messi assieme (molti tratti dal mondo del Jazz) sono molto più credibili della realtà secondo cui un solo regista, nella sua carriera, sia riuscito a dirigere 244 (duecentoquarantaquattro) film di qualsiasi genere, che spaziano dalla commedia all’horror passando per il noir, i musical e la sperimentazione.
E se questo non bastasse, oltre che regista Franco seppe essere tanto direttore della fotografia quanto sceneggiatore, compositore, montatore, persino direttore del doppiaggio e doppiatore egli stesso.
Impossibile parlare della filmografia di Franco se non per sommi capi, e in questo articolo parlerò di ciò che l’ha reso più famoso e per il quale viene spesso accostato a Jean Rollin (a torto): la sexploitation.

Nato per il cinema

Nato a Madrid nel 1930, fu una bizzarra “pecora nera” in una famiglia di cultura. In gioventù fu un grande appassionato di musica Jazz (il che spiega i suoi pseudonimi e numerose colonne sonore dei suoi film), ma dopo una laurea in giurisprudenza preferì recarsi a Parigi per studiare cinema e cercare di inseguire il sogno infantile, coltivato sin da quando aveva nove anni, di divenire un regista. In Francia, lontano dalla censura del regime franchista, riuscì a farsi una vastissima e onnivora cultura cinefila, con particolare riguardo al genere fantastico e gotico.
Franco esordì alla regia nel 1957, a ventisette anni, col documentario Albor de España. Due anni dopo vide la luce il suo primo lungometraggio (Tenemos 18 años del 1959), che aprì per lui la stagione delle commedie: La reina del Tabarín del 1960, per esempio, una commedia musicale ambientata nel 1913; oppure Vampiresas 1930 del 1962, che a dispetto del nome è una commedia ambientata in Francia nel periodo in cui il cinema passò da muto a sonoro. Nello stesso anno, però, vedono la luce due film molto importanti per la carriera del regista: Gritos en la noche e La mano de un hombre muerto, meglio conosciuti rispettivamente come “Il diabolico dott. Satana” e “Sinfonia per un sadico”nella nostra penisola.

Orloff e Von Klaus: l’inizio dell’Horror di Franco

Il diabolico dott. Satana, o per meglio dire dr. Orloff, è un illustre chirurgo che usa la pelle delle sue vittime (giovani artiste di cabaret) nel tentativo di curare la figlia gravemente ustionata.
Pur essendo una produzione a basso budget, e nemmeno un’assoluta novità, il Il diabolico dott. Satana va citato almeno per tre motivi: il primo è che è la prima apparizione del personaggio del dr Orloff, “scienziato pazzo” abbastanza tipico che però farà spesso capolino nelle produzioni del regista; il secondo è la comparsa nei panni di Orloff dello svizzero Howard Vernon, da qui in avanti uno degli attori-feticcio di Franco. Infine, per l’aver fissato i canoni di un particolare sottogenere, l’horror chirurgico, con un exploitation di puro concetto ma in cui non mancano alcuni dei punti cardine di Franco: gli incerti confini tra scienza, sadismo ed esoterismo e il rapporto morboso tra padre e figlia.
Spinto dal successo anche internazionale della pellicola, Franco continuerà a battere il filone horror anche col successivo Sinfonia per un sadico, film che rievoca le stesse atmosfere in bianco e nero molto contrastato de Il diabolico dott. Satana, ma in modo molto più sottile, tanto da sfociare nell’espressionismo delle scene finali (presenti nella sola versione francese). In questa pellicola, ambientata in una località rurale svizzera, una serie di omicidi di giovani donne che vengono inizialmente attribuiti al Conte Max von Klaus, discendente del sadico e maledetto Barone von Klaus (ancora Howard Vernon) che seminò il terrore molti anni prima. In verità gli omicidi sono opera del giovane nipote Ludwig, che vive nella celata ossessione per il suo antenato Barone. Non manca nulla dei classici stilemi del gotico e del bizzarro: la maledizione, una cripta degli orrori, un fantasma, un assassino e, ovviamente, delle donne in pericolo. Elementi che Franco dimostra di saper usare con una certa maestria e una certa ironia.
Da qui in avanti, la prima decade del cinema di Franco fu dedicata a film horror a colore in cui rappresentò scienziati pazzi e zombie (El secreto del dr Orloff del 1963), succubi, incubi, vampiri e altri mostri della tradizione Horror in voga negli anni in cui la Hammer seppe dare il meglio di sé.
Come per altri registi horror anni ’60, anche in Franco è possibile trovare un motivo conduttore: un sempre presente tono onirico e una certa schizofrenia della sceneggiatura che rende i suoi film difficili da seguire nell’evoluzione della trama, ma di certo affascinanti e dalle tematiche più mature di tanti b-movies americani dello stesso periodo.
Ma negli anni ’60 Franco non si limitò affatto al solo genere horror, e anzi riuscì a fare un po’ di tutto. Notevoli di menzione, comunque, sono anche i noir come La muerte silba un blues del 1963 e La spia sulla città del 1964, ma anche titoli più “modaioli” per quegli anni come James Clint sfida Interpol (1966) di chiara ispirazione bondiana, o il western Sfida Selvaggia del 1963.
Dopo molti film, però, nel 1968 uscì nelle sale uno dei suoi migliori film e che più segnò la sua carriera: Necronomicon – Geträumte Sünden, conosciuto anche come Succubus.

Deliri di erotismo

Si dice che Succubus (o anche Delirium) sia piaciuto a un certo Fritz Lang. Che questo sia vero o meno lo si lascia al sentimento del lettore, ma una cosa è certa: Succubus è il film più autorale e forse meglio girato di Franco, una delle sue migliori produzioni.
Janine Reynaud interpreta Lorna, una spogliarellista da night club dotata di una mente fragile e pericolosa che, in una continua alternanza tra sesso, numeri sadomaso e sogni psichedelici, confonde e mescola sogno e realtà fino all’omicidio.
Delirium è un horror torbido, onirico, surreale che a volte ricorda Buñuel per la commistione tra sacro e profano, ma che è soprattutto un manifesto in cui Franco snobba la narrazione ed esalta l’improvvisazione, accantona il realismo per l’eccesso, il delirio, la psichedelia.
A questo film ne seguirono parecchi altri, compresi i due decisamente brutti Fu Manchu che nemmeno la presenza di Christopher Lee riuscì a raddrizzare (The Blood of Fu Manchu e Il castello di Fu Manchu) e 99 donne del 1969, film canonizzatore del sottogenere “women in prison” come lo conosciamo ora. Per obbligo, suo malgrado (di Franco) diresse persino Romina Power in Justine ovvero le disavventure della virtù.

E Zoom sia

Vidi lo zoom e pensai: ‘Uh-oh’, e quando mi resi conto che stavo facendo quasi ogni scena di Dracula da solo, senza nessuno con cui recitare perché proprio non c’erano, le cose mi sembrarono anche peggiori. Klaus Kinski non c’era. Herbert Lom non c’era – Herbert e io non siamo mai nella stessa inquadratura, anche se siamo nella stessa scena; hanno montato tutto mentre letteralmente noi eravamo in nazioni differenti! E quando mi resi conto che stavano usando lo zoom e stavano girando con l’effetto notte, sostituendo i lupi con i pastori tedeschi, pensai: ‘Povero me, una grande opportunità sprecata’ e mi resi conto che le cose non sarebbero andate bene come previsto
Christopher Lee, a proposito di “il Conte Dracula” di Franco, del 1970

Franco è un regista spesso associato all’abuso di una tecnica molto mal vista nel cinema “serio”: lo zoom. Ma perché lo usava così tanto, spesso a sprosito? La risposta è che non era il solo, e condivideva questa caratteristica con molti altri registi di film di serie B. La ragione sta nella pura economia, concetto quasi sconosciuto ai cineasti “seri”; lo zoom permette di risparmiare budget quando hai poco tempo per girare e per stare sul set, quando devi ridurre i tempi di montaggio girando senza tagli. Franco ha alternato utilizzi interessanti dello zoom con tanti altri solo funzionali e ben poco eleganti. Ma il suo stile non è fatto solo di zoomate, anche se non è mai riuscito a togliersi di dosso questa reputazione.

Il problema è che, quando hai una simile reputazione, puoi girare un film intero senza zoom. Puoi addirittura non portarlo nemmeno. Negli ultimi dieci anni ho fatto dieci riprese con lo zoom, e ne ho fatte molte con il crab dolly, ma tutti ancora dicono che uso lo zoom. È qualcosa del passato. Il problema è che, quando fai film molto economici, non hai tempo per i movimenti di macchina e io volevo avvicinarmi agli attori, Mi resi conto che l’avevo usato troppo e dissi, mai più lo zoom. Mai più
Jesus Franco, 1994

Le vampire lesbiche e l’erotismo torrido

Arriviamo comunque al 1971, anno in cui Franco firma un’altra pietra miliare della sua carriera: Vampyros Lesbos. Un film ribelle, acido come la sua colonna sonora Jazz, in cui le donne sono tutto e gli uomini nulla. La vampira Susanne Korda (interpretata da Soledad Miranda) con la sua sessualità esibita per la gioia del pubblico voyeristico, sa essere sinuosa ed elegante che sia davanti allo schermo o nel locale di streaptease in cui si apre il film. Passionale e bisessuale (ma con una decisa preferenza per le donne), perennemente poco o per nulla vestita, la vampira andalusa è di una bellezza ipnotica, maestosa, tanto da far passare in secondo piano l’ironia per il personaggio che interpreta quando la si vede prendere il sole e fare il bagno in mare. Le fa da contraltare Linda Westinghouse (Ewa Stromberg), la cui bellezza nordica ben si sposa sia a Susanne quanto al ruolo di “Jonathan Harker al femminile”, stregata e sedotta dalla vampira. Gli uomini? Non pervenuti. Morpho (servo di Susanne) è un uomo-manichino, così come il ben poco efficace marito di Linda; persino Franco in persona si riserva una piccola parte: quella del viscido e laido portinaio Memmet. Del resto, egli stesso diceva di considerare le donne migliori degli uomini.
Purtroppo, però, Soledad Miranda abbandonò presto questo mondo: morì nel 1970, a soli 27 anni, per le conseguenze di un incidente stradale. L’effimera musa di Franco prese parte anche a un altro film di poco precedente: Il conte Dracula del 1970, dove diresse il “dracula per eccellenza” di quegli anni, Christopher Lee, che stanco di come la Hammer stava trattando il suo personaggio si fece convincere a girare con Franco un Dracula più ispirato all’originale di Stocker.
Questo secondo periodo di Franco, comunque, fu ben diverso dal precedente: un misto di sesso esplicito, horror erotico, e soprattutto per le scene sadomaso che lo resero famoso (titoli che parlano da soli: Le contesse perverse del 1974, Confessioni proibite di una monaca adolescente del 1977, debolmente ispirato al noto e scandaloso romanzetto epistolare Les lettres portugaises del 1699, o Frenesie erotiche di una ninfomane sempre del 1977). Nell’ultimo periodo Franco girò film spesso commerciali, ma poté contare su budget ben più consistenti rispetto al passato, e infatti alcune produzioni sono al top della sua carriera.
Fu peraltro in questo periodo che conobbe l’attrice Lina Romay (al secolo Rosa María Almirall Martínez), che divenne sua moglie e recitò in un centinaio dei suoi film, fino alla morte nel 2012.

Ritorno al nulla (e verso il porno)

Anche questo periodo florido, però, giunse a una fine. Tornato nella Spagna liberata dal regime Franchista, si dedicò a micro produzioni autorali e di ogni genere, dall’horror alle produzioni per bambini, sfornando parecchi film all’anno. Per Franco è un periodo piuttosto felice, ma l’approvazione della legge Miró uccide lui e la gran parte del cinema di exploitation spagnolo, obbligando tutti i film classificate S (erotico ma non porno) dovevano essere proiettate in cinema per adulti. Ovviamente, quel genere di pubblico esige porno esplicito, e dunque Franco si trova costretto a girare veri e propri porno con trame sciatte e attori pessimi, ma in cui lascia il suo marchio mettendo a nudo le meccaniche della pornografia. In El mirón y la exhibicionista, per esempio, il guardone e l’esibizionista rappresentano il rapporto tra la pornografia e il pubblico che la segue, mettendo gli spettatori di fronte a se stessi. Nota di colore: a questi porno prese parte attiva anche la moglie di Franco.

Un ultimo tentativo (forse)

Sul finire degli ’80 Franco si spostò nuovamente in Francia, dove parve tornare al cinema “normale”, con attori di un certo nome e produzioni internazionali. Ci mise la buona volontà, ma lo smalto non era più quello di vent’anni prima. Degno di nota però è I violentatori della notte (1988), un film relativamente a buon budget e che pare una reunion di tutti i volti dell’exploitation degli anni d’oro: Stephane Audran, Telly Savalas, Helmut Berger e tanti altri. Persino Howard Vernon si concede un cameo nei panni di Orloff. In Dark Mission, sempre del 1988, Christopher Lee torna a lavorare con Franco nei panni di un boss della droga. Ma l’esito è molto poco felice, triste destino di questo e praticamente di ogni altro film del periodo.

Colpo di coda per Orson Welles

Quello tra il grande Welles e Franco è un rapporto che nasce da lontano, quando nel 1965 il regista chiese al nostro di girare la seconda unità di Falstaff. Per questo, e per l’ammirazione che provava per Welles, Franco accettò la proposta di Oja Kodar (vedova di Welles) di completare la “tela di Penelope” del compianto marito: il Don Quijote su cui lavorava da più di vent’anni.
Il film fu presentato nel 1992 al Festival di Cannes, ma purtroppo il generoso tentativo di Franco, al quale dedicò un anno di lavoro, venne stroncato dalla critica. Uno smacco probabilmente non inaspettato ma certamente amaro.

Ultimi bagliori d’una fiamma che si spegne

Tutte le volte che la carriera di Franco sembrava dovesse finire, puntualmente i fatti hanno dimostrato il contrario. È il caso del discreto revival che gli fornì il mercato dell’home video e del dvd negli anni ’90 e nei primi duemila, con i suoi classici riscoperti e nuove opportunità che ne conseguono. È l’inizio di un breve ma intenso ciclo americano, che inizia con Tender flesh del 1997,  un bizzarro ed esasperato collage del se stesso degli anni d’oro con cui tenta di recuperare la linfa vitale di allora, ma senza riuscirvi. Seguirono Lust for Frankenstein e Mari-Cookie and the Killer Tarantula del 1998, che a dispetto dell’ottimo inizio (un’inquadratura dall’interno di una vagina dove una tarantola depone le sue uova) si perde in un film in cui Franco pare, ancora una volta, scimmiottare se stesso.
L’avventura americana, comunque, si conclude con Snakewoman del 2005. Tornato ancora una volta in Spagna, resta confinato in microproduzioni di fortuna e con l’aiuto del digitale. L’ultimo suo film è del 2012 e si intitola Al Pereira vs the Alligator Ladies, confezionato pochi mesi prima della sua morte, avvenuta il 2 aprile 2013, e che riuscì persino a riportarlo in sala dopo anni e anni di direct to video. Ultimo lavoro a lui attribuibile: Revenge Alligator Ladies del 2013, uscito postumo.
Dietro a una macchina da presa, fino alla morte e anche oltre.

Sapete, [Jesus Franco] è nato con una cinepresa in mano. Io dico sempre che se Franco fosse vissuto nel sedicesimo secolo, allora i fratelli Lumière, che hanno inventato il cinema, sarebbero anche loro vissuti in quel periodo, perché è impensabile che Franco non sarebbe stato un film-maker
Howard Vernon