LODI – Maggio 2006. Due poltrone vuote di fianco a un tavolino, un salotto in miniatura, bello per chiacchierare: così appare il palco del Teatro alle Vigne a Lodi, una fresca sera dei primi giorni di Maggio. Gli spettatori in attesa in platea. Ogni tanto qualcuno occhieggia verso quelle poltrone, hanno forse percepito un’ombra. Niente. Si continua a parlottare. Poi all’improvviso (nessuno se lo aspettava in quel momento) l’ospite entra sorridente, giocoso, insieme al suo collega e amico Giorgio Boatti. Era atteso, molto atteso, Gad Lerner, per questa sera dei primi giorni di Maggio. Un ospite atteso per una rassegna ben organizzata dal Comune di Lodi e ricca di grandi incontri e avvenimenti: la quarta edizione della rassegna I sette peccati capitali, dedicata quest’anno all’avarizia. Lerner, noto giornalista e scrittore, è intervenuto per presentare la sua ultima pubblicazione, Tu sei un bastardo, una riflessione cruda e a tratti divertita sull’apparente necessità del mondo contemporaneo d’addentrarsi in un’irrequieta ricerca della propria identità e delle proprie origini. L’identità: un incrollabile pilastro per spavaldi difensori d’intoccabili dottrine, la banale scusa spesso usata per giustificare azioni poco lodevoli, uno specchio opaco per manichei alla ricerca di una propria autogratificazione. O più semplicemente: l’ennesimo prodotto culturale da consumare come una maglietta e da gettare poi nella spazzatura (al massimo da tingere una volta cambiato il colore di moda…). Una bella serata dal titolo intrigante: Identità avare, prodighe mescolanze. Un’occasione per incontrare un protagonista del giornalismo contemporaneo, un’opportunità per avere un giudizio sul movimento sessantottino da uno personaggi di spicco degli anni della contestazione. Gad Lerner ci accoglie con cortesia, sorridente, in parte stupito di dover esprimere in così breve tempo un giudizio sopra un argomento tanto complesso quanto amato. Accetta gentilmente di rispondere alla nostre domande.
Per cominciare: un giudizio su quell’esperienza. Cos’è rimasto di quegli anni? Qual è l’eredità di quel periodo, di quel movimento?
«E’ Difficile dirlo così, in due parole.» sussurra aggrottando le sopracciglia «In Italia non è andato al potere. Si è verificata una frattura generazionale (che non si è verificata né negli Stati Uniti, né in Germania, né in Francia) per cui il sistema politico non ha assorbito tutte le spinte libertarie, e se si vuole anche sovversive, di quel periodo. E questo lascia ancora, secondo me, una ferita aperta. Una ferita che è stata quella degli anni settanta, della violenza politica; ma è stata anche questo senso di estraneità al sistema politico che è ancora molto diffuso.»
“Si gridavano cose brutte nei cortei…”, parafrasando Nanni Moretti in “Caro Diario” od erano cose valide ieri come oggi? Esiste un “rinnegare” alcune delle istanze di allora da parte dei protagonisti di quella stagione?
Il viso di Lerner si fa serio, riflessivo: «Io non devo “molto”, devo “tutto” a quell’esperienza collettiva.» ci confida «Devo tutto all’elaborazione dei suoi linguaggi, dei suoi codici, anche in termini giornalistici: pensiamo all’esperienza con il quotidiano di Lotta Continua. E quindi certamente non potrei buttare via tutto. Riconoscendo che abbiamo detto e pensato anche delle fesserie, e che io ho avuto la fortuna, a differenza di altri miei compagni, di non commetterne (ma questo sarà anche un caso…), se penso a quegli anni, non solamente perché sono gli anni della mia gioventù, ci penso con un senso di gratitudine.»
Lei ha intervistato Jean Paul Sartre. La generazione del ’68 ha avuto molte figure politiche, letterarie, filosofiche di riferimento (pensiamo a Marcuse, Lacan, Guevara). Esistono ancora oggi i maestri? La generazione del ’68 ha saputo essere maestra per quelle successive?
«La generazione del ’68 ha pochi maestri al suo interno. Alcune figure, io credo significative, che restano: da Joska Fisher, a Daniel Cohn-Bendit, ad Adriano Sofri, ad Adam Michnik, ma sono figure rare. Invece, di maestri in giro ce ne sono moltissimi, il più spesso li troviamo lontano dai riflettori e al riparo dai mass media. Quindi ciascuno deve cercarseli per contro proprio.»
Lo ringraziamo. Lerner se ne va, con cortesia. Sarà poco giornalistico, ma a noi piace esprimere un breve giudizio sul nostro ospite. Ci hanno colpito i suoi capelli mossi, un poco ricci. Ce li siamo immaginati ancora scuri mentre parlava a Jean Paul Sartre con concitazione, con quel poco di timore e di presunzione giovanile che fa affrontare le cose con un piacere immenso. Si parlarono davvero. Un giorno di quelli in cui si credeva che la mattina dopo sarebbe scoppiata la rivoluzione. Quei ragazzi ci credevano. E forse la rivoluzione arrivò, in un’altra forma ma arrivò.

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