Di queste elezioni amministrative si sono già fatte mille analisi, e se ne faranno ancora altrettante. Per concludere il dibattito sarà necessario aspettare ancora una decina di giorni. In Italia, in fondo, si è esperti nel cambiare opinione alla svelta.

Indubbia la parziale vittoria del centro sinistra; o la parziale sconfitta del centro destra che dir si voglia. Vedremo tra due settimana se si tratterà di una vittoria piena e di una sanguinante sconfitta. Sì perché questa volta il premio in palio è importante: il governo nazionale. È chiaro che tutti aspettassero questo momento da mesi; il vivacchiare del governo era un modo per arrivare a questa tappa e poi vedere cosa fare. Napolitano lo aveva capito, Bossi pure. Forse il Cavaliere no e, tra due settimane, se ci sarà una sconfitta del centrodestra, la resa dei conti sarà inevitabile.

Nel frattempo resta, a nostro modesto avviso, una sola considerazione da fare: in queste elezioni amministrative, per una buona volta, hanno vinto la normalità e la moderazione. Chi scrive è uno di quelli che non ne può più di Silvio Berlusconi, non per odio o per invidia ma per sfinimento. Il ventennio berlusconiano è stato lungo, anzi lunghissimo, e di fatto è stato spezzato da un solo quinquennio, quello del governo del centrosinistra tra il 1996 e il 2001. Vent’anni in cui la politica italiana è andata progressivamente degradandosi, involgarendosi, svuotandosi. Non è certo tutta colpa di Silvio Berlusconi, ma il contributo di quest’uomo è stato enorme.

In definitiva, chi scrive crede che l’essersi affidati a Berlusconi sia stata la più grande perdita di tempo che il nostro paese si sia permesso nella sua storia unitaria. Sono stati anni lunghissimi in cui, di fatto, l’azione di governo è stata quasi nulla; si è vivacchiato pur di stare al potere, si è fatta della pura, ordinaria amministrazione, senza lanciarsi in alcun vero progetto per il Paese.

I roboanti annunci di liberalizzazioni selvagge e di shock all’economia si sono risolti in qualche svendita, in numerosi fallimenti e in molto clientelismo. Non è stata tutta colpa di un solo uomo, per carità, ma di un’intera classe di opportunisti e approfittatori senza arte, né parte (dal negoziante disonesto, al capitano d’industria dalla scarsa cultura d’impresa…) che, in questi lunghi anni berlusconiani, si sono sentiti legittimati ad agire come meglio credevano. Il governo li ha lasciati fare e più volte, senza ragione apparente, ha concesso loro moltissime forme di condono. Quella dell’amministrazione berlusconiana è stata una politica del nulla, che non ha portato da nessuna parte.

Purtroppo, accanto a un azione di governo nulla, priva di reali direzioni e programmi, lo scontro politico e la violenza verbale sono aumentati a dismisura, trasformandosi in norma. In Italia, gli italiani non se ne rendevano neanche più conto. All’estero, ancora oggi, gli stranieri appena possono, ci sfottono pensando ai parlamentari che mangiano la mortadella alla caduta del governo Prodi o alle gaffe reiterate di un presidente ormai “poco stimato” nei contesti internazionali. La lama a doppio taglio di un coltello sfilettato: violenti in patria e ridicoli all’estero.

Diverso il discorso della Lega: i suoi obbiettivi sono chiarissimi, al massimo sono mediati, spuri, diluiti, ma chiari. Condivisibili o meno ma esistono. E si sono manifestati da sempre attraverso i sentimenti più miseri dell’uomo: l’egoismo, l’odio, la paura dell’altro, il razzismo (allo stesso tempo verso il meridionale e verso l’immigrato). Possiamo discutere dell’intelligenza politica di Bossi e del malumore delle classi popolari del Nord, ma non stupisce affatto vedere che tutti i giornale europei (di destra o sinistra) descrivano da sempre la Lega come un partito “populista e xenofobo”. Non bisogna aver paura di dire le cose come stanno: in famiglia, si sa, si è più benevoli, qualche volta è utile avere un giudizio dai vicini di casa per comprendere come stanno le cose. L’egoismo leghista non ci ha portato da nessuna parte: il Nord non è più ricco, il Sud non è meno indisciplinato, gli interessi stranieri (francesi, tedeschi e americani in particolare) sono sempre più presenti in Italia, Paese che ha perso autorevolezza economica e politica, trasformandosi, come dice Bossi (ironia della sorte), in una colonia commerciale a vantaggio di Stati ben più organizzati del nostro. Sono sotto gli occhi di tutti le imprese svendute, cedute, smembrate, chiuse. Soprattutto al Nord. Che, per inciso, non è la regione più ricca d’Europa, come dice Tremonti.

Immobilismo berlusconiano e miopia leghista hanno, di fatto, trasformato l’Italia in un luogo in cui non sembra più così bello vivere; un Paese chiuso da una parte in un progressivo lassismo morale, sociale, economico e dall’altra in un cieco egoismo, il tutto condito da un’aggressività diffusa. E in Italia non ce ne rendevamo neanche più conto. Fino ad oggi.

Queste elezioni amministrative danno una strana impressione: sembra che la gente si sia stancata di violenza verbale e assenza di progetti. Le persone, questa volta, sembrano aver scelto semplicemente dei buoni amministratori con delle idee precise; persone che vogliono parlare poco e lavorare molto senza troppo alzare la voce. Dei moderati, insomma. Pisapia e Fassino in fondo, per quanto se ne possa dire, sono così: persone normali, moderate, che lavorano con degli obbiettivi precisi, senza voler troppo perdersi in chiacchiere. Anche a Napoli Lettieri e De Magistris danno la stessa impressione; dopo anni in cui a Napoli una classe dirigente Ulivo-PD ha lavorato male e con dubbi metodi era naturale che le persone serie cambiassero sponda e si rivolgessero altrove. È fisiologico, democratico: è la legge dell’alternanza. Purtroppo l’intervento funanbolico di Berlusconi ha rovinato molto della campagna elettorale napoletana: l’abolizione delle tasse sui rifiuti e l’interruzione della demolizione delle case abusive è in linea con le più meschine trovate del cavaliere.

Speriamo davvero che queste elezioni amministrative segnino un cambiamento nella volontà degli elettori: scegliere dei buoni amministratori e non degli imbonitori dalla lingua biforcuta è nell’interesse dell’Italia. È necessario ridarle la statura di un Paese normale, serio, coerente, propositivo, che sappia farsi portatore di valori importanti e profondi, come spesso è accaduto nella storia. E la storia italiana ha sempre visto la dimensione locale intimamente legata a quella generale, al punto che il Paese è stato spesso propulsore di valori politici, culturali e sociali divenuti universali e adottati dagli altri popoli. Se gli elettori lo hanno veramente compreso, allora le conseguenze di queste elezioni amministrative saranno travolgenti per il nulla berlusconiano e l’egoismo leghista. Il centrodestra potrà finalmente trovare una nuova strada, una dimensione europea, moderata, non più schiava di un padrone onnipotente o di una miope visione regionalista, e saprà farsi carico, insieme al centrosinistra, di nuove proposte per migliorare l’Italia. E con essa, finalmente, anche l’Europa.