Sul Corriere del 25 Novembre Ranieri Polese presenta il nuovo libro di  Francesco Bonami e Luca Mastrantonio “L’irrazionalpopolare. Da Bocelli ai Suv. Viaggio tra gli incomprensibili miracoli d’Italia” (Einaudi), una sconfortante panoramica sull’attuale situazione culturale italiana. Vi proponiamo la sua analisi.

« Il nazional-popolare è morto e sepolto. La categoria gramsciana che ha ispirato politica e cultura della sinistra (del Pci, prima di tutto) per oltre mezzo secolo, oggi non vale più. Si proponeva, Gramsci, di realizzare un’alleanza tra ceti intellettuali e masse lavoratrici, per la conquista, prima ancora che del potere, dell’egemonia. Oggi però l’egemonia culturale — e il potere politico — sono in mano a Berlusconi.

Il popolo cui pensava Gramsci non c’è più, lo Stato-nazione si è dissolto. Tra spinte federaliste e frammentazioni in varie tribù (il popolo del calcio, quello della tv, quello della musica ecc.) la società italiana è totalmente trasformata. A conferma di quel decesso avvenuto ecco i risultati della nuova sfida tv del sabato sera, con Maria De Filippi che straccia Pippo Baudo, alfiere e testimonial del nazional-popolare. Sì, perché Baudo e i suoi programmi (1987, Fantastico) furono bollati dall’allora presidente Rai Enrico Manca con l’epiteto «nazional-popolari», che Manca usava come un insulto. Partiti da questa premessa, il giornalista Luca Mastrantonio (dirige le pagine culturali del Riformista) e lo storico e critico d’arte Francesco Bonami (è stato direttore della Biennale 2003) si sono messi a studiare l’Italia di oggi, in cerca di una nuova categoria in grado di farci capire il paese com’è.
Nasce così il saggio (Einaudi, 287 pagine, 17,50) che ha per titolo una parola-manifesto, Irrazionalpopolare. Già, ma che vuol dire? Raccontano i due autori che hanno cominciato esaminando persone, fatti, fenomeni di grande successo, la cui fortuna però è inspiegabile, non giustificata, irrazionale. Per esempio Bocelli, cantante senza grandi doti canore né di interpretazione, che però è una celebrità nazionale e mondiale. Infatti, il criterio dell’irrazionalpopolare è questo: «è bello perché piace agli altri». Non ci sono più valori assoluti, la critica che un tempo li certificava è morta, l’unico parametro è quello del mercato. Non c’è più, del resto, nemmeno l’alto e il basso. In questa forma derivata e deviata della società dello spettacolo che è l’Italia di ora, è il momento dei supermediocri, una grande famiglia in cui Bonami e Mastrantonio includono praticamente tutti: Simona Ventura, il Benigni dantesco, Moccia, Fabrizio Corona, Pavarotti, Lele Mora, Beppe Grillo, Baricco (che accusa la critica di non essersi occupata di un suo libro, ma è lui che non l’ha letta). Quando e come è iniziato tutto questo? Nel libro si assume come data l’11 settembre. In realtà, per l’Italia, la mutazione è cominciata prima. Tra l’89 (la fine della Guerra fredda) e la discesa in campo di Berlusconi passando attraverso Tangentopoli.

Che poi sono gli anni del trionfo della televisione modello Drive in, dei talk-show dove quello che conta è esserci perché chi c’è «dev’essere importante», dell’impero dell’Auditel. In questi anni i politici si mettono a fare intrattenimento (D’Alema è ospite di Gianni Morandi, Fassino va da Maria De Filippi) mentre i comici fanno politica. Solo che i comici (Grillo e lo stesso Ricci) diventano permalosi e senza ironia peggio dei politici. Il connubio satira e politica di sinistra, iniziato con Benigni che prende in braccio Berlinguer, finisce — male — quando, alla festa dell’Udeur, Roberto si fa prendere in braccio da Mastella. Nella progressiva scomparsa della politica, quello che conta è il supporto: le reti Mediaset per Berlusconi, le figurine Panini con l’Unità e poi le feste romane per Veltroni. Ma siccome la politica si fa con le ricerche di mercato, è naturale che il Cavaliere abbia la meglio. Parallelamente, abbiamo assistito alla cultura alta che per sopravvivere si fa bassa: è il caso di Pavarotti & Friends, con il supertenore che canticchia — malissimo — brani rock e pop. Così Benigni: il suo TuttoDante non innalza l’attualità al livello dell’Alighieri (come fece Carmelo Bene a Bologna), ma abbassa la Commedia all’attualità, intercalando battute sui politici.

Accanto a queste figure colpite da inspiegabile successo, ecco un panorama di cose e fatti che Bonami e Mastrantonio esaminano con dovuta perplessità: l’illogica diffusione dei Suv così come le affollatissime mostre di Impressionisti; il culto di Padre Pio (l’esumazione del corpo e la maschera di cera ecc.) e la mancata visita di Ratzinger alla Sapienza di Roma (se i fisici dell’università contestano il papa nel nome di Galileo, per cui peraltro la Chiesa aveva già chiesto scusa, il pontefice si è comportato come Nanni Moretti che si chiedeva: mi si nota di più se vado o se non vado?); i centri commerciali e il Billionaire. Non compare mai, nel libro, la parola mito: un bene, visto l’abuso che se ne è fatto (ricordate gli 883, Sei un mito?). Ma c’è anche un perché. «Non ci sono più divinità, quello di cui parliamo sono involucri vuoti. I miti sono misteriosi, nessuno sa mai se esistono davvero. Da noi tutto esiste anche troppo e non c’è più nessuna forma di mistero, la gente si diverte a dividere con la massa anche i dettagli più insignificanti e privati della propria esistenza».

E a proposito di involucri vuoti, non è un caso se una delle trasmissioni più seguite sia quella dei pacchi. Fra i tanti personaggi che popolano questa terra desolata, sono pochissimi quelli che si salvano. Marco Paolini (il vero teatro civile), Fiorello (l’uso creativo di un vecchio mezzo come la radio) e l’artista Maurizio Cattelan. Che ogni volta riesce a sorprendere e turbare, come nel caso dei bambini-pupazzi appesi a un albero a Milano. La polemica che seguì — i bambini furono rimossi — ha avuto il pregio di mostrare la schizofrenia della società irrazionalpopolare: in tv si guarda senza batter ciglio la guerra e altre atrocità vere, ma di fronte al carattere simbolico dei pupazzi impiccati la gente ha paura. Categoria estetico-culturale, dato antropologico, l’irrazionalpopolare non ha nulla di moralisteggiante. Sottintende invece un giudizio politico, crudele ma non vano. Alla domanda se vede maggiore vitalità a destra o a sinistra, Bonami risponde così: «Vitalità da nessuna parte. Cialtroneria vivace a destra, stanca presunzione senile a sinistra anche nelle frange più giovani. La sinistra è come la nobiltà, crede nella divinità del proprio stato. La destra è come un mancino obbligato a scrivere con la mano destra. E l’Italia è come un vecchio re cieco che detta la propria storia a un mancino monco al quale è rimasta solo la mano destra con cui scrivere. Chi leggerà la storia non capirà più nulla». Viviamo in una sorta di agonia, dice Mastrantonio; ma «l’agonia ha anche momenti di euforia. La cultura di sinistra, morta e trapassata, è in pieno rigor mortis. Meglio allora l’agonia».

Fonte : Corriere.it