Nel 2005, quando medeaonline era appena nata, abbiamo intervistato Alberto Granado una sera che era stato ospite della Casa del Popolo a Lodi, in Lombardia. Fu un incontro memorabile, denso di emozioni e speranza. Abbiamo deciso di riproporre oggi quell’intervista, cinque anni dopo, per ricordare un piccolo grande uomo la cui vita è stata sempre guidata dalla speranza.

LODI. Alberto Granado, il compagno di Ernesto Che Guevara nello storico viaggio in moto per l’America latina, è transitato a Lodi Domenica 13 Novembre, dopo un tour che lo ha visto poche ore prima a Cremona e Brescia. È stato invitato a Lodi presso il centro culturale “Casa del Popolo”, a seguito della proiezione del filmI diari della motocicletta, la pellicola del 2004 dal regista Walter Salles che si ispira al celebre viaggio intrapreso dai due grandi avventurieri. È arrivato da Cuba, suo paese d’adozione, per parlare di Ernesto Che Guevara, dell’uomo e del rivoluzionario, della situazione cubana ai tempi della rivoluzione e di quella ai giorni nostri. È stato accolto da una moltitudine di estimatori che hanno condiviso con lui una piacevole cena e un dibattito pubblico impostato come una chiacchierata tra amici. Granado, 83 anni portati con fervore spirituale e un po’ di stanchezza fisica, si emoziona ancora nel rispondere alle domande poste dalla platea e dagli intervistatori. Tutti vogliono sentire storie, aneddoti, curiosità sul Guevara uomo e sul Che rivoluzionario.

“Avevo 20 anni, Ernesto 14 quando ci siamo conosciuti,” spiega al pubblico intento ad ascoltare, “una grande differenza per quegli anni, ma avevamo in comune grandi passioni e sentimenti. L’amore per la letteratura di certo, ma soprattutto il sogno di un grande viaggio alla scoperta della vera America Latina. Dal momento in cui abbiamo cominciato a parlare del viaggio al momento in cui siamo montati in sella sono passati dieci anni. Era un sogno che coltivavamo da molto.”

Nella sala gremita si ente solo la sua voce, tremula per l’età ma sicura per le proprie convinzioni ancora intatte. “Provenivamo entrambi da famiglie benestanti, e l’impatto con la povertà e la miseria diffusa è stato fortissimo.” continua Granado “In comune avevamo un sentimento di sincera e profonda solidarietà. Mi ricordo bene di quella sera al principio del nostro viaggio: abbiamo incontrato degli operai indio, faceva molto freddo e uno di loro era senza vesti; non abbiamo esitato ad offrire le nostre. Scoprendo il volto nascosto dell’america, abbiamo sentito il bisogno di fare qualcosa, il dovere di cambiare le cose. Così è nata la nostra coscienza.”

È stata la strada giusta, trovarono Granado e Guevara la felicità? Glielo chiediamo con sincerità, come sempre si fa di fronte alla saggezza di un uomo non più giovane. Granado riflette un momento, poi ricomincia a parlare, lentamente ma con eccitazione: “Ho intrapreso il cammino verso la felicità, incamerando via via lezioni di vita che mi hanno reso uomo. Se oggi ripartirei? Certamente, perché leggere un libro non è mai sufficiente per conoscere il mondo. E’ necessario comprendere la sofferenza, vederla con i propri occhi, scoprire il modo per alleviarla, per convertirla in speranza”.

Giunge poi l’eco di una domanda falsamente retorica, ma sempre valida: che pensa Granado della commercializzazione dell’icona del Che? “Si riferisce alle magliette?” chiede. “All’inizio mi trovai contrario, poi compresi che era un modo per i giovani di manifestare il loro dissenso, la loro voglia di protesta, per di più in maniera pacifica. Non è vero che non sanno cosa significhi. Ammonisco però tutti dall’omologazione: il Che era duro anche con i suoi, critico anche nei confronti della propria ideologia se era il caso. Era duro con i bugiardi e duro con i pigri. Era duro nel dire la verità. A volte feriva le persone esprimendo i propri giudizi in modo incondizionato, ma in fondo la sincerità era la sua miglior dote.”

Le domande sono tante, Granado risponde a tutti, poi la stanchezza sopravviene, è sera tarda, è ora di riposare. “La mia fortuna è stata – conclude Granado – quella di aver conosciuto l’uomo Guevara al di là degli stereotipi talvolta angusti in cui è stato incanalato nel corso degli anni a venire. E il mio dovere è ora quello di dover spiegare alle persone le origini della sua storia, della nostra storia comune, frammento di una vita e di una grande amicizia.”

Poi si alza, indossa la sua giacca di cuoio, il cappello di feltro verde e impugna il suo bastone. La moglie, sempre al suo fianco, gli posa una mano sulla spalla. “Ha il sole dentro!”, esclama qualcuno dalla platea, mentre il vecchio Granado si allontana verso altre mete.