Che il malvagio persegua il male è cosa nota, ma sapreste trovare una definizione esaustiva e soddisfacente di “Malvagità”?

È una domanda molto meno banale di quanto possa sembrare. Cos’è il male? Una questione semplice che, all’apparenza, ha una risposta semplice: il male è tutto ciò che è opposto al bene, ossia è indesiderabile. Prima di parlare di malvagi è necessario trovare una definizione di “Male” meno superficiale e stereotipata di quella che si intende nel linguaggio comune che si dimostra del tutto inadeguata.

Ciò che ha potenza d’esser mosso o di agire in un determinato modo è buono; e ciò che ha potenza di essere mosso o di agire in un altro modo contrario al primo è cattivo.
Aristotele

Semplificando molto per tutta la tradizione classica, che va da Aristotele a S. Agostino, la definizione di “Male” si basa su un solo assioma: il male è l’antitesi dell’essere, e quindi è una forma di non-essere. Aristotele si spinge anche oltre, sostiene che la tendenza dell’universo in generale, e dell’animo umano in particolare, sia sempre volta al bene.

C’è un solo bene: il sapere. E un solo male: l’ignoranza.
Socrate

Le conseguenze del caos

Il bene è dunque diretta conseguenza dal sapere dell’uomo, e il Male è il suo contrario: caos contrapposto all’ordine, ignoranza contrapposta a sapienza, istinto selvaggio contrapposto all’educazione e alla morale. È questa serie di considerazioni a rendere apparentemente semplice discriminare ciò che è buono, positivo, giusto, da ciò che è malvagio, non etico, ingiusto.
Ma è sempre Aristotele, nell’Etica a Nicomaco, a porsi un dilemma che considero fondamentale: egli sostiene che il Male sia un atto volontario, dunque se per l’uomo virtuoso l’oggetto della propria volontà è il bene, per il malvagio bene sarà invece il male.
Con questa considerazione Aristotele coglie un aspetto molto importante, ossia il fatto che il malvagio persegue un fine che egli ritiene giusto. Ciò che ha impedito al filosofo di approfondire l’argomento, probabilmente, risiede nella sua profonda convinzione dell’associazione tra Bene e Sapere, e pare anzi che il concetto stesso di una “sapienza del male” gli sia del tutto estraneo, quasi inconcepibile.
Per Aristotele e per tutta la filosofia antica sono la morale e l’etica innate, la nostra coscienza individuale e come collettività a dirci a priori cos’è giusto e cos’è sbagliato. Potremmo azzardarci a dire che il tutto si riduce a una mera questione di cuore e stomaco, e dato questo per assodato il loro studio si è sempre concentrato su altri aspetto: da cosa il Male nasce e in che misura un malvagio è responsabile delle sue azioni nefaste.

Quasi tutto ciò che si addomanda intemperanza in piaceri e che si vitupera negli uomini come se malvagi egli fossero di volontà loro, non si vitupera a ragione; imperocché malvagio niuno è di volontà sua, ma sibbene malvagio è il malvagio per alcuno laido abito del corpo e per allevamento salvatico, le quali cose inimiche sono a ognuno, e gl’incolgono contro sua voglia.
Platone, Timeo

La colpa personale

La visione Aristotelica e Agostiniana di un Male come pura colpa personale è messa in discussione secoli più tardi dall’Illuminismo, forte di forza intellettuale tale da scalzare anche concetti tanto radicati. Per esempio Kant, ne Religione nei limiti della semplice ragione, sostiene un concetto contrario a quello aristotelico, secondo il quale esiste un’inclinazione congenita e istintiva volta al male, che egli definisce male radicale: un qualcosa che non può essere eliminato in quanto radicato nell’esistenza stessa dell’uomo. Questa inclinazione è ciò che spinge l’essere umano, razionalmente cosciente dell’esistenza del Bene, a perseguire irrazionalmente il Male. La discussione verte dunque sul libero arbitrio, e sulla possibilità stessa che l’ambiguità della realtà sia tale che il bene stesso possa generare male. Ma anche l’Illuminismo pecca dove peccavano i filosofi greci: pur annoverando grandi progressi, non è stato in grado di definire, una volta per tutte, cosa sia il male.

Al di là del bene e del male

Una visione nuova e diversa, slegata da concetti morali e religiosi, arriva ancora più tardi con Nietzsche. In una delle sue opere più mature, Al di là del bene e del male, Nietzsche critica il dogmatismo di tutti i filosofi precedenti, accusandoli di cieco pregiudizio morale slegato dalla realtà. Con una disanima che sfocia nella psicanalisi, Nietzsche smonta i lavori dei suoi predecessori relegandoli a giustificazione dei loro pregiudizi personali ribattezzati “Verità”, ovvero fulgido esempio della volontà di potenza applicata alla filosofia e ai filosofi. Per Nietzsche il Male e il Bene classicamente intesi non esistono, sono termini astratti per definire espressioni dell’unica forza che anima l’essere umano (la volontà di potenza) attraverso la quale tutto ciò che ci è stato trasmesso attraverso il mito, la religione, la credenza e ogni altra sorta di morale si rivela una menzogna, un’illusione, una superstizione.
Il Male non è, dunque, ciò che è indesiderabile, e non è nemmeno possibile inquadrarlo entro precetti morali o etici a livello oggettivo e assiomatico. Il Male è l’espressione violenta della volontà di potenza di altri che prevarica la nostra.

L’uomo è cattivo

L’uomo, sostiene sempre Nietzsche, è un illuso per sua stessa natura e volontà: non essendo in grado di accettare il fatto ineluttabile dell’insensatezza dell’esistenza, ovvero della totale assenza di uno scopo ultimo per cui vivere, si è fatto una domanda che contiene un’affermazione. Domandarsi “Qual è il senso della vita”, infatti, presuppone che un senso ci sia.

“L’uomo è cattivo”, così parlano con mio conforto i più saggi. Ah se fosse pur vero anche oggi! Giacché il male è la migliore energia dell’uomo.
Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Metafisiche, religioni e morali hanno cercato di rispondere a questa falsa domanda con risposte altrettanto false, hanno reso l’uomo un credulone disperato che si consola come meglio può affidandosi alla menzogna che più gli aggrada, e che si è scelto come Verità.
Il “Bene” e il “Giusto” nelle loro accezioni astratte, universali, sono concetti generati da presupposti viziati all’origine, di fatto sarcofagi di cartapesta costruiti per non dover affrontare il nulla che si nasconde nel profondo dell’animo umano, e di cui si ha il terrore. Queste menzogne sono tutto ciò che l’uomo è riuscito a ideare nel suo sforzo per trovare un senso alla propria esistenza.
Sia che il Bene vesta i panni della volontà di un Dio infinitamente buono, o del lume della Ragione e del progresso, esso non muta la sua sostanza di mero e debole appagamento, di effimero senso di pace capace di riempire per un po’ di tempo il vuoto della perenne inutilità umana. Ma allora come può, un velo così sottile resistere senza strappi e spingere i cosiddetti “buoni” a essere disposti a tutto pur di difenderlo?