Quella volta che un vampiro ha insidiato un prete per convincerlo a vivere una vita da libertino e c'è riuscito finché...

Un giovane seminarista è sul punto di diventare prete quando intravede, tra i presenti in chiesa, una donna bellissima che sembra fissare proprio lui con uno sguardo che lascia intendere disponibilità a diventare sua amante. Come sia possibile comunicare tutto questo con un solo sguardo non lo sa nessuno, ma le cose durante il Romanticismo andavano così.

Il seminarista, Romualdo, alla fine diventa prete e va in una parrocchia di campagna, ma l’interesse verso la sua amante immaginaria non passa. Scopre che la donna si chiama Clarimonde ed è nota per i suoi facilissimi costumi, tant’è che muore dopo un’orgia durata otto giorni (ipotizziamo per disidratazione).

A dare l’estrema unzione viene chiamato Romualdo che, rimasto solo con il cadavere, tentenna, mette in discussione la sua fede, soprattutto il voto di castità finché cede e bacia il cadavere che improvvisamente si rianima.

Lì Romualdo sviene, come da prassi nelle storie di vampiri, e quando riprende i sensi la sua vita è cambiata, si è sdoppiata: di giorno è un pretino di campagna timoroso di Dio, di notte è un puttaniere che convive more uxorio con Clarimonde in un palazzo di Venezia (ancora l’Italia, nell’immaginario ottocentesco epicentro del peccato).

Tutto sommato è un compromesso che a Romualdo andrebbe anche bene se non fosse per le continue prediche dell’abate Serapione (gasp!) il quale (probabilmente geloso, aggiungiamo noi) gli rivela il segreto di Clarimonde: è un vampiro.

Romualdo né ha la prova quando scopre che la sua amante lo narcotizza e poi beve il suo sangue, con parsimonia perché, essendo innamorata di lui, non può più bere da altri uomini e quindi deve centellinarlo.

Ecco un esempio di logica vampiresca.

Grazie a Serapione, Romualdo si sbarazza del vampiro ma, una volta rimasto solo e vecchio, privo della sua seconda vita di puttaniere e di Clarimonde, rimpiange un po’ l’aver dato retta a quel vecchio trombone dell’abate.

L’infaticabile Théophile Gautier pubblica per la prima volta questo racconto (il titolo originale era “La Morte amoureuse”)  nel 1836 sulla rivista “Chronique de Paris” (fondata da Balzac). Nella storia tornano alcuni temi già presenti ne “Il Vampiro” di Polidori ma ne vengono introdotti di nuovi. Il vampiro ha per aiutanti degli stranieri, africani o mediorientali, il vampiro come femme fatale capace di soggiogare i maschi con profferte sessuali.

Clarimonde, così come Lord Ruthven, è una libertina in vita e un’amante premurosa da vampiro.

Un vampiro innamorato, insomma, che apre la strada a un dilemma morale non da poco: c’è posto per l’amore dopo la morte?