#Recuperi 2 – Bloodbath House of the Death, la recensione

Vincent Price che si interroga sul senso di questa operazione cinematografica

Continua la serie di recensioni cinematografiche (e non) che hanno un comune denominatore: sono destinate ai genitori, quelli che non possono andare al cinema perché non hanno la babysitter e la prole li richiama al dovere, quelli che vedono il film di cui tutti parlano cinque anni dopo che tutti l’hanno visto. Questa rubrica vuole essere una guida – scritta da uno di loro – a cosa merita di essere recuperato oppure dimenticato per sempre.

A volte, quando ti si incrociano gli occhi per la stanchezza, scegli un film a caso così brutto, ma così brutto che fa il giro e diventa bello. Non è il caso di Bloodbath House of the Death (Netflix) nel senso che il film è brutto e basta. Anzi, non brutto, scemo. Prendete la comicità di un cinepanettone e trasportatela in Inghilterra, aggiungete elementi horror, una trama inesistente, effetti speciali da recita delle elementari, attori scappati di casa e una regia da filmino delle vacanze a avrete una vaga idea di cosa sia questo film.

La storia è semplice: una casa della campagna inglese (più becera) è maledetta e deve rimanere sempre disabitata perché il demonio la usa non si sa bene come e perché, quindi ciclicamente dei monaci assassini si occupano di liberare la casa dagli sventurati affittuari.

Gli ultimi disgraziati in ordine di tempo sono degli scienziati che, con un pannello di compensato, delle lucine di Natale e un finto radar disegnato a mano, vorrebbero spiegare il mistero della casa maledetta.

Non capisco come abbia fatto Vincent Price (l’esca a cui ho abboccato) a prestarsi a questa cretinata, spero l’abbiano pagato parecchio. Questo film è la prova che il cinema da minus habens lo hanno sempre fatto anche gli inglesi e non solo noi italiani.

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