Arruolatevi, diceva, girerete il mondo…

Le cifre mentono, ma i capi di stato ed i ministri mentono ancora di più. Questo dovrebbe essere l’assunto da tenere bene in considerazione per poter comprendere i misteriosi meccanismi che presiedono il bilancio di uno stato. Sarebbe troppo complesso – per non dire noioso – metterci a vagliare una ad una, le entrate e le uscite di questi ultimi cinque anni di vita della nostra beneamata Repubblica. Volendo scegliere un settore tra i tanti che esemplifichi la politica del secondo governo Berlusconi (e della sua prosecuzione, il Berlusconi bis), perché non soffermarci sulle spese militari? Va detto, prima di ogni altra cosa, che il bilancio del Ministero della Difesa di fatto costituisce solo una buona approssimazione della spesa militare italiana. Non tiene conto infatti: delle spese delle cosiddette “missioni di pace” (finanziate con decreti ad hoc), delle spese per lo sviluppo degli armamenti (che finiscono nel bilancio del Ministero delle Attività Produttive), dei finanziamenti diretti o indiretti a favore dell’industria militare nazionale e per prodotti “dual use” (prodotti che possono avere una duplice utilità sia militare che civile) ed infine delle spese di quella parte dell’Arma dei Carabinieri che di fatto compie missioni militari. Tenendo in considerazione quanto appena detto, stando a quanto si dichiara nel “Bilancio di Previsione del Ministero della Difesa”, a partire dal 1997 le spese militari si sono mantenute pressoché invariate e si aggirano attorno all’1,5% del Pil. Altre fonti – tra cui la Nato – non tengono conto dei ministeri a cui vengono “smistati” questi soldi e delle altre sottigliezze che stanno tanto a cuore a chi compila i bilanci della Repubblica, e stimano come bilancio per spese militari italiano un 2% del Pil. Apparentemente sembrerebbe che questa voce di bilancio non abbia colore politico, ma le cose non stanno proprio così. Esaminando la “funzione difesa” (cioè la spesa riferita al funzionamento di esercito, marina ed aeronautica) a partire dal 1997 si nota una certa differenza tra l’approccio di una parte politica e quello dell’altra.
Governi di centrosinistra (incremento medio è del 2,3%)
1997 11.241
1998 11.229
1999 11.065 (non compresi i 467 milioni di euro del programma Eurofighter)
2000 11.871
2001 12.631
Governo Berlusconi II (incremento medio del 4,8%)
2002 13.665
2003 13.803
2004 14.148
2005 15.208
(Fonte Sbilanciamoci!)
Un altro dato interessante è rappresentato dalla percentuale di soldi destinati al personale dell’esercito. Parliamo del 53,3% dell’intera “funzione difesa”. Secondo i dati del Sipri (l’istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace) che considerano la totalità delle spese militari (il Bilancio Militare più tutte quelle voci che, misteriosamente, sfuggono e di cui abbiamo già parlato) gli eserciti europei aderenti alla Nato spendono in media per il personale una cifra pari al 75,5%, l’Italia spende l’85,3%. Giusto per fare qualche nome, consideriamo che questo valore per la Gran Bretagna è pari al 62%, per la Francia al 74% e per gli Stati Uniti parliamo di un 56%. Sempre stando alle dichiarazioni del Sipri (vedi Rapporto Sipri 2005) l’Italia con una “spesa militare” di 27,8 miliardi di dollari nel 2004 si è piazzata al settimo posto della graduatoria mondiale per il secondo anno consecutivo precedendo paesi come Russia, Arabia Saudita, Corea del Sud e India. Chiariamo ulteriormente la situazione. Nel 2004 ogni cittadino italiano ha versato 484 dollari per spese militari. Curioso per una nazione che, nella sua stessa costituzione dichiara di ripudiare “la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La cosa ancora più strana è, tanto per dirne una, che lo stato prevede per l’assistenza (maternità, disoccupazione, handicap, edilizia popolare ecc.) circa 545 euro pro capite (la media europea è circa il triplo). La cose diventano poi decisamente preoccupanti se misuriamo queste grandezze confrontandole col Pil: l’Italia dedica alle voci dello stato sociale il 2,7% del proprio Pil (poco più delle spese militari), mentre la media europea si assesta sul 6,9% (dati Eurostat). Viene spontaneo chiedersi il perché di tutte queste “anomalie”. Chissà, forse un giorno passerà definitivamente la “psicosi da post 11 settembre” e si potrà nuovamente tornare a ragionare con serenità su cosa è meglio fare dei nostri soldi. Ma, per carità, d’ora in avanti facciamo più attenzione quando sottoscriviamo i nostri contratti.

Post collegati

Mivar, finisce il sogno della tv made in Italy

“Bob Noorda, una vita nel segno del design”, la recensione

Intervista a Regine Schumann in mostra alla Dep Art Gallery