Per lo spettatore che entra per la prima volta al Museo Guggenheim di New York la sfida è di non lasciarsi distrarre troppo dal celeberrimo edificio di Frank Lloyd Wright e di concentrarsi sulla mostra in corso. Si tratta di una vecchia polemica che dal 1959, anno di apertura del l’edificio, accompagna il museo. Il primo consiglio è di prendere l’ascensore, salire all’ultimo piano, percorrere lentamente la rampa che riporta al piano terra e farsi trascinare dallo spazio fluido per scoprire progressivamente l’esposizione in corso. Wright aveva progettato il museo con questa intenzione e la curatrice, Valerie Hilling, responsabile tra l’altro degli eventi al Guggenheim di Abu Dhabi, l’ha rispettata allestendo la sorprendente mostra dedicata al Gruppo ZERO.

Questa è la prima esposizione monografica organizzata all’interno di una grande istituzione internazionale dedicata al movimento tedesco che, dalla prima mostra collettiva del 1959 e per tutti gli anni ’60, si proponeva come avanguardia transnazionale in grado di rinizializzare l’arte partendo da un nuovo grado zero. Un’esperienza artistica fondamentale, quanto oggi misconosciuta, di cui la mostra al Guggenheim cerca di comprendere l’importanza. Benché il Gruppo ZERO fosse formato da celebri individualità, ha faticato ad essere riconosciuto dalla storiografia come un movimento collettivo unitario, a differenza di altre esperienze artistiche come l’Arte Povera. Con questa esposizione la frattura tra attualità e Storia è risanata.

Il Movimento nasce nel 1957 a Düsseldorf in Germania per opera di Heinz Mack e Otto Piene e recluta artisti in tutta Europa, in America e in Giappone, concentrandosi nel Vecchio Continente in quelle città caratterizzate da un forte ruolo industriale: Amsterdam, Anversa, Düsseldorf e Milano. La mostra al Guggenheim “ZERO: Countdown to Tomorrow, 1950-60s” intende investigare le strategie artistiche, le opere, le mostre, la terminologia, le pubblicazioni che riuniscono gli artisti sotto l’etichetta “ZERO” in un discorso coerente, legittimando il valore collettivo e il grado d’influenza di questa esperienza artistica sull’arte dei decenni successivi.

Il Gruppo ZERO si oppone innanzitutto agli stili dominanti nell’Europa degli anni ’50: l’espressionismo astratto, il “tachisme”, l’arte informale, a cui contrappone la spontaneità dell’espressione personale, la libertà della composizione, l’uso poetico di materiali contemporanei, i processi di lavoro provenienti del mondo industriale, l’uso di nuove tecniche e la rilettura di quelle tradizionali. La pittura è affrontata in modi inedito, riducendo la tavolozza a colori puri come accade nelle opere di Yves Klein, usando linee e griglie per enfatizzare la struttura come nelle opere di Walter Leblanc, o includendo una larga gamma di materiali come accade nelle opere di Henk Peeters e Piero Manzoni.

Spesso la pittura si confonde con la scultura, come nel caso di Günther Uecker, che utilizza i chiodi per creare texture, o come nelle opere di Enrico Castellani, costruite estroflettendo la tela monocroma attraverso supporti lignei e punzonature. Non si può più parlare di pittura ma di lavoro sulle superfici, che possono essere tagliate, ricucite, assemblate, prassi adottata dalla maggioranza degli artisti, da Pol Bury a Heinz Mack a Jan Schoonhoven, fino a Yves Klein che inizia a bruciare i supporti. La mostra espone anche qualche Lucio Fontana, che può essere considerato il predecessore della scuola milanese, senza aver mai fatto parte del Gruppo ZERO.

Accanto alla superficie c’è lo spazio, che assume il ruolo occupato un tempo dalla scultura e dall’architettura. La luce e il dinamismo sono centrali per permearlo. I supporti in rilievo, le forme tridimensionali, le tessiture, spesso in movimento, compongono installazioni che possono occupare intere stanze. Il “Light Ballet (Light Satellite)” e il “Light Ballet (Light Drum)” di Otto Piene (1969) proiettano la luce contro le pareti, il pavimento e il soffitto passando attraverso cilindri cavi e sfere in cromo e vetro.

ZERO rifiuta il passato, si concentra sul presente, anticipa i tempi, distrugge il futuro. Ogni azione è eseguita per soddisfare un piacere estetico che non si priva del gusto di denunciare, provocare, ironizzare, stupire. La sua poetica fa la sintesi tra il dadaismo e l’astrattismo, contribuisce allo sviluppo dell’arte cinetica, del minimalismo, e persino dell’Arte Povera, anticipando molte delle traiettorie artistiche contemporanee. A questi artisti non importa quale strada prendere, l’importante è che sia quella dell’avanguardia.

Osservare le opere del gruppo ZERO, percorrendo lentamente la rampa del Guggenheim di New York, giustifica appieno il titolo scelto dalla mostra. Pensando all’arte di questo inizio di XXI° secolo,  il “Countdown to Tomorrow”, il conto alla rovescia verso il domani, è iniziato alla fin degli anni ’50 ed è arrivato al suo zero. Oggi.

Articolo scritto in collaborazione con mostreinmostra

Info
COUNTDOWN TO TOMORROW (1950-60)
Durata: fino al 7 gennaio 2015
Sede espositiva: Solomon R. Guggenheim Museum , NewYork
Orario: Aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 17:45. Chiuso il giovedì.
Info: 001 212 423 3500
Indirizzo: 1071 Fifth Avenue, New York, NY 10128
Sito internet: www.guggenheim.org