BLOCCARE LE ‘RIFORME’, PER UN’ALTRA UNIVERSITÀ
Contributo della Rete dei Dottorandi e dei Ricercatori delle Università di Napoli

La Rete dei dottorandi e dei ricercatori delle Università di Napoli è nata dall’esigenza di bloccare e far ritirare i provvedimenti voluti da Tremonti, Brunetta e Gelmini con il decreto 112 (‘Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria’), poi trasformato nella legge 133 con il blitz del 6 agosto.

Tali provvedimenti si inseriscono in quel processo di smantellamento del sistema pubblico intrapreso da almeno 15 anni sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra. È da tanto, infatti, che nel quadro di una maggiore integrazione europea, si susseguono supposte ‘riforme’, volte ad assecondare i dettami del neoliberismo, a ridisegnare i rapporti fra capitale e lavoro, tagliando salari e spese sociali, diffondendo ovunque precarietà, e rendendo quindi sempre più instabili le condizioni di vita e di lavoro delle fasce più deboli della società.

Questo processo di precarizzazione ha trasformato la vita di milioni di persone: muovendo da una ristrutturazione del lavoro cosiddetto ‘manuale’ non ha risparmiato la Scuola e l’Università, ambiti che hanno subito pesantemente il dettato delle direttive europee in materia di formazione. Difatti,  in un sistema a capitalismo avanzato, l’Università è un posto-chiave, da ‘occupare’ a ogni costo, perché serve ad educare le future élite e ad abituare al lavoro gli sfruttati di domani. Non è un effetto collaterale di queste esigenze la progressiva autonomia delle università (statutaria dal 1989, finanziaria dal 1993 e didattica tra 1997 e 1999): un’autonomia attuata senza che venissero stanziati nuovi fondi, fatta passare sotto silenzio da buona parte della classe politica e docente in quanto utile strumento per i potentati locali, un’autonomia che ha definitivamente aperto le porte all’intervento attivo dei privati. A partire dalla riforma Berlinguer, il nostro sistema universitario si è allineato ai dettami della Dichiarazione della Sorbona del 1998, con l’introduzione del sistema dei crediti formativi e del cosiddetto ‘3+2’. Già questa ‘riforma’, infatti, presentata sotto l’ideologia della ‘armonizzazione’ dell’istruzione superiore europea, e apparentemente solo didattica, ha assestato un duro colpo alla qualità della formazione. Gli studenti sono stati frammentati in centinaia di lauree differenti quanto inutili, costretti a seguire obbligatoriamente i corsi, a raccattare crediti ovunque, a piegarsi a forme di lavoro non retribuito sotto la forma dello stage, studiando in modo parcellizzato, ossessivo e meccanico. Inoltre, il proliferare di università private e di convenzioni hanno completato quel processo che ha fatto dell’Università un ‘esamificio’.

Alle nuove consistenti esigenze didattiche si è sopperito tramite un ampio ricorso a forme di lavoro precario, tra cui le docenze a contratto e gli insegnamenti affidati a titolo gratuito agli assegnisti, che da sole coprono ormai la maggior parte dell’offerta formativa. La carenza di risorse degli atenei e di investimenti pubblici ne è certo una causa, frutto però di precise scelte politico-economiche. Se prendiamo in considerazione ad esempio il dottorato, appare evidente il doppio registro utilizzato: da un lato, si è aumentato il numero dei posti, aggiungendo anche quelli ‘senza borsa’ (l. 210, 3 luglio 1998), adottando il dato quantitativo come parametro per la definizione della qualità della ricerca. Dall’altro, si è continuato a considerare il dottorato il terzo livello della formazione senza riconoscerlo come una delle modalità del lavoro nell’Università, e senza preoccuparsi di valorizzare l’attività di ricerca dei dottorandi sul lungo periodo. Così il dottorato, momento di formazione e ricerca, ha assunto le caratteristiche di una vera e propria forma di lavoro precario, soggetto alle stesse logiche di ricatto e incertezza degli altri lavori atipici.
La situazione del precario della ricerca è ambigua. Come elemento in attesa di cooptazione, come aspirante membro di una corporazione di privilegiati quale quella dei docenti universitari, viene spesso considerato ancora in una fase di ‘apprendistato’; in realtà molto spesso egli oggi non è differente da un qualsiasi altro lavoratore precario, sottopagato e senza un orario di lavoro. Solo di sfuggita le sue mansioni attengono alla ricerca: il suo lavoro quotidiano consiste nell’esaminare gli studenti, nel correggere le loro tesi, nel sopperire alle mancanze nella didattica, nel correggere le bozze dei testi del proprio professore, nel fare fotocopie e ricerche bibliografiche a uso e consumo di altri, in incombenze amministrative di ogni tipo, nel procacciare i fondi, in prestazioni da segreteria… La stabilizzazione dei ricercatori è appannaggio di pochissimi ‘fortunati’, e questa legge, che rinforza il potere dei baroni, la rende sempre più impossibile. Per di più, una volta attraversata tutta la ‘trafila’ dottorato, post-doc, borse di specializzazione, assegno di ricerca, se non si ‘apre’ la possibilità di essere assunti a tempo indeterminato, il percorso intrapreso semplicemente si interrompe.

All’Università italiana mancano di fatto almeno 30.000 ricercatori per rientrare nella media OCSE. Abbiamo il minor numero di dottori di ricerca e di ricercatori per abitante d’Europa e, nonostante i governi dell’UE si siano impegnati nel 2002 a destinare alla ricerca almeno il 3% del PIL, per ‘armarsi’ nell’aspra competizione sul mercato globale, il nostro Paese spende ancora oggi meno dell’1%, rinunciando alla qualità della ricerca e scegliendo per le nuove generazioni un futuro da manodopera poco qualificata ed a basso costo. D’altra parte però l’Italia è all’8° posto al mondo per spese militari (25mld di euro, oltre il 2% del PIL, in incremento continuo), senza parlare dell’evasione fiscale e dei 3mld di euro impegnati per finanziare i privilegi di una delle classi politiche più ricche e corrotte d’Europa!
Nella continuità, dunque, i provvedimenti del governo rappresentano un punto di non-ritorno: l’entità dei tagli permette un’effettiva ristrutturazione del sistema in maniera più funzionale per le aziende. Non c’è più bisogno di imporre crediti e innovazioni didattiche, dal momento che le università si vedranno costrette a cercare finanziamenti dalle aziende. Questo processo è evidente nelle misure imposte dalla legge 133:

– Blocco delle assunzioni: nei prossimi tre anni è prevista una sola assunzione ogni cinque pensionamenti. Il che vuol dire una drammatica riduzione del turn over e un conseguente invecchiamento della classe docente, già ora fra le più vecchie d’Europa. Ciò segnerà anche l’impossibilità d’accesso alla ricerca ed alla didattica dei più giovani, allungando in modo insostenibile i tempi del reclutamento. Saranno assunti solo i pochissimi che possono aspettare i tempi delle lunghissime e indecorose ‘liste d’attesa’: per gli altri che non vengono da una famiglia benestante c’è la rinuncia o la fuga all’estero. Un abbandono che impoverisce tutta la società, visto che l’istruzione e la ricerca non sono spese superflue, ma ciò su cui si gioca il futuro della collettività.

– Taglio ai fondi di finanziamento ordinario: fino al 2013 sono previsti tagli per 1mld 441 milioni di euro. Prendendo come riferimento il finanziamento assegnato per il 2008, già irrisorio visto che il 90% delle Università è costretta a sfondare i tetti di spesa, la riduzione è pari al 19,7% annuo. Questi tagli porteranno a un aumento indiscriminato delle tasse e del numero di studenti per docente, e ad un ulteriore peggioramento della qualità della didattica, della ricerca e di tutti i servizi, con riduzione delle borse di studio, peggioramento o chiusura di mense, biblioteche, laboratori, segreterie, residenze universitarie…

– Possibilità di trasformare le Università in fondazioni di diritto privato: le Università apriranno a soggetti privati, come singoli finanziatori o aziende, l’accesso negli organi direttivi degli Atenei per finanziarsi e sfruttare al massimo la loro ‘autonomia’.   Un’autonomia che non è altro che il vincolo che lega queste università-fondazioni alle logiche e agli interessi dell’attuale fase del libero mercato. Chiaramente, nessuno dà niente per niente, e così verrà alienato ciò che appartiene a tutti. Conseguenze: adeguamento dei programmi agli interessi delle aziende, maggiore controllo della ricerca (saranno infatti finanziati solo i programmi che rientrano in determinati criteri stabiliti dal governo o dall’UE), sino alla svendita ‘materiale’ del patrimonio immobiliare per reperire fondi.

Se critichiamo questa legge non è per difendere l’Università così com’è, bensì per pensarne una nuova, che apra spazi di sapere critico, e che permetta una ricerca di base non fondata sulle logiche del profitto. Se scuole e università veicolano, oggi più che mai, un sapere strutturato secondo tempi ed esigenze che rispondono alle necessità del mercato, crediamo però che il sapere e la cultura possano divenire una ricchezza collettiva quando sono fattore progressivo per tutta la società, quando svelano e contestano i discorsi del potere e dello sfruttamento.

Contro i provvedimenti di Tremonti-Brunetta-Gelmini si sono levate molte voci di protesta che lamentano una mancata concertazione. Di sicuro un governo che procede a colpi di decreto e di fiducia, che blinda ogni discussione trincerandosi dietro un voto parlamentare per nulla rappresentativo del Paese reale, consente una tale recriminazione: ‘il governo non vuole il confronto’, ‘procede da solo’, ‘non conosce le regole della democrazia’. Questo è senza alcun dubbio vero, ma chi sostiene una tale posizione finge di non sapere che da vent’anni a questa parte qualsiasi confronto avviene in una cornice già prestabilita. Anche quando si è davanti a un tavolo, non si discute veramente: si modificano i tagli, si limano i licenziamenti, si lavora sui dettagli.

Per questo siamo contro ogni forma di concertazione: abbiamo vissuto in prima persona anni di mediazioni da parte dei sindacati confederali, delle associazioni studentesche, di quelle dei dottorandi. Del resto, l’elementare dato storico è che le peggiori trasformazioni del mercato del lavoro e del mondo dell’istruzione e della formazione in generale sono state portate avanti col loro palese appoggio. Nei fatti queste mediazioni non hanno portato ad altro che a trattative al ribasso ed all’affossamento di quei movimenti che intendevano invertire la rotta del  processo di precarizzazione e smantellamento dello stato sociale in atto.

Noi della Rete dei dottorandi e dei ricercatori delle Università di Napoli giudichiamo questa riforma, più ancora delle precedenti, una vera e propria barbarie, l’attacco finale al sistema dell’istruzione pubblica. In consonanza con la ristrutturazione neoliberista del mercato del lavoro, siamo frammentati in miriadi di contratti diversi, sottopagati o senza alcuna retribuzione, senza diritti né riconoscimenti di alcun tipo, vincolati a logiche corporative. Possiamo accedere ad un contratto decente solo se ‘affiliati’ alla giusta cordata di ordinari, siamo costretti a subire la spartizione di posti ad personam, e meccanismi di reclutamento corrotti e farseschi, portati avanti attraverso lo scambio di favori secondo consuetudini che si consolidano nel più totale spregio delle leggi e dei regolamenti esistenti. Questi elementi ci rendono difficile riconoscerci come soggetto capace di una pratica di lotta; ma di fatto, nelle mansioni concrete, nella nostra attività quotidiana, siamo un soggetto unitario. Per questo crediamo di poter essere motore di questo movimento senza l’appoggio di poteri forti e delle istituzioni.
Oggi più che mai rivendichiamo il fatto che l’Università italiana si regge sul lavoro di circa 60.000 precari, oltre la metà di tutti gli addetti alla didattica e alla ricerca. Insieme agli studenti e ai lavoratori essi sono i primi a risentire di questa situazione e, proprio come loro, non hanno privilegi da difendere e devono allearsi per contrastare l’asservimento del pubblico agli interessi del privato e ai disegni di Confindustria. Bisogna quindi mettere in comunicazione le diverse esperienze di lotta, collegando ogni Dipartimento, ogni Facoltà, ogni Ateneo, dando visibilità a ogni acquisizione che permetta l’estensione di diritti. La connessione tra le lotte ha sempre una funzione ricompositiva: è per questo che ci assegniamo il compito di unificare quei soggetti che non hanno la possibilità di ritrovarsi e riconoscersi all’interno di un contesto di precarizzazione diffusa dentro e fuori l’Università. Siccome spesso il contratto non c’è affatto, siccome a volte la formalizzazione della propria prestazione d’opera è solo una lontana promessa, non si può aspettare un contratto nazionale per mettere in pratica lotte antagoniste.

Vogliamo denunciare – a pari titolo e senza paura di prestare il fianco alla propaganda strumentale della destra –una situazione di lavoro sfruttato, che coinvolge sistematicamente l’intero ciclo dell’istruzione e del mondo del lavoro. In relazione con queste realtà, la nostra Rete si propone come luogo di discussione e confronto fra figure come docenti a contratto, dottorandi, assegnisti di ricerca, borsisti ecc. che vivono il ricatto di contratti atipici, estremamente flessibili, e tuttavia garantiscono il funzionamento dell’Università a condizioni di retribuzione inesistenti o minime.
Confermando negli ultimi anni la propria tendenza ad assimilare logiche privatistiche e di mercato, l’Università, che ha incentivato e istituzionalizzato le figure precarie, senza legittimarle ufficialmente, è oggi scissa: da un lato c’è l’Università reale, sorretta da un lavoro invisibile, ma insostituibile; dall’altro c’è un’Università legale, in cui questo lavoro non è riconosciuto.

La Rete, nata nel cuore della lotta contro il pacchetto di Tremonti-Brunetta-Gelmini, vuole essere punto di riferimento per tutte le figure precarie nell’intento di unire consapevolezza critica e pratiche di lotta. Ci proponiamo dunque di aprire una discussione con tutti i precari a partire da questa piattaforma, per rispondere colpo su colpo a qualsiasi attacco e a qualsiasi mediazione al ribasso, contro ogni contrattazione sulle nostre vite, per bloccare queste ‘riforme’, per mettere in discussione la gestione finanziaria delle Università e le politiche di cooptazione.

Fonte: DOTTORANDI E RICERCATORI DELLE UNIVERSITÀ DI NAPOLI
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