Londra, dicembre 1901. Davanti a una colazione leggera, il dottor Robert William Felkin era pallido. Infinitamente più pallido delle maschere – avi corrucciati, boccacce di genî, demoni di chissà quali inferni – appese alla parete con altri ricordi delle avventure in Africa. E persino più pallido dell’Osiride verdognolo inquadrato a poche spanne dalla sua testa, in tinta coi misteriosi fenomeni che travolgono i cadaveri (lui era medico, ben lo sapeva) e insieme col rigoglio della vegetazione del Nilo. E in realtà più leggeva – perché non riusciva a buttar via il giornale – e peggio si sentiva. E non era un sollievo pensare a quanti altri, in quel momento, si trovassero nella stessa condizione.
L’articolo affettava sdegno, ma trasudava un certo divertimento. La storia squallida di un processo per stupro intentato al sedicente Theo Horos (vero nome Frank Jackson) e alla presunta Swami sua moglie e complice si era infatti colorita di dettagli tanto grotteschi e piccanti da calamitare ormai da giorni l’attenzione del pubblico: un baraccone di turpitudini assortite, pirotecniche spudoratezze e ingenuità idiote che stava facendo la fortuna dei giornalisti. Tanto più che a testimoniare contro la coppia giungeva un corteo di personaggi da fare invidia al tè del Cappellaio matto.

Per esempio il signor Wood di Brighton, capo di una piccola setta religiosa, l’Esercito del Signore: molto impegnato nell’esatta traduzione dei termini biblici tohu e bohu e nel patrocinio di una dieta alimentare a base di erba appena tagliata, gesso e acqua, il brav’uomo era certo di reincarnare Re Salomone, e con tale nome d’arte era noto tra i fedeli. Peccato che, almeno per qualche tempo, fosse stato anche convinto che in Madame Horos rivivesse la Regina di Saba: un’ipotesi almeno avventurosa, a giudicare dai ritratti della signora sui quotidiani, e che mettevano a dura prova l’immaginario simbolista sulla Seduttrice del Mattino.
Di fianco all’articolo, quel giorno, c’era una sequenza di quattro bozzetti della Swami alla sbarra, che puntava teatralmente il dito, intrecciava le mani o sembrava ficcarsi un dito nell’orecchio (“In ascolto” diceva la didascalia), evidenziando impietosamente mole e pappagorgia. Il quarto bozzetto la vedeva addirittura reclina in ostentata posizione di preghiera o meditazione, e in effetti il signor Wood aveva inizialmente giudicato l’Unione Teocratica guidata dalla coppia come un movimento spirituale di altissima dignità.
Eppure, come ora spiegava in aula, in un secondo tempo l’opinione era cambiata: e sulla base di una certa variante a un versetto del libro di Daniele, aveva tratto il giudizio che l’Unione andasse abolita e distrutta. Per quanto la connessione col libro di Daniele non risultasse così chiara all’articolista (e probabilmente neppure al magistrato), era un fatto che proprio nella sacra dimora di Wood gli Horos avessero agganciato una delle vittime, tale Daisy Pollex Adams, poi plagiata con confuse argomentazioni religiose e velocemente portata a letto. A Daisy era stata conferita anche una presunta iniziazione ai misteri di un certo Ordine Ermetico: e Felkin si scoprì sudato – nonostante la stagione, e la pioggia gelata fuori dai vetri – nel leggere la descrizione del Pubblico Ministero. “Era stato eretto un trono, dove stava assiso Theo come sorta di gran sacerdote. Dall’altro lato della stanza la Swami sedeva su un altro trono; entrambi apparivano paludati di fantastici costumi a simboleggiare, si può supporre, la più elevata esistenza ch’essi conducevano. Nel mezzo della stanza sorgeva un altare, sul quale si trovavano una croce di colore rosso, vino e acqua, simboli occulti e lampade, queste ultime distribuite anche attorno; erano presenti anche altri celebranti e ministri dell’Ordine, ciascuno con ornamenti speciali in riferimento a incarico e grado specifico. Quanto tutto fu pronto, la candidata all’iniziazione fu bendata fuori dalla stanza, legata con una corda lungo tutto il corpo, poi condotta sulla soglia per l’ingresso. Un officiante le venne incontro, e fu celebrato un rito di purificazione, poi esteso a tutta la stanza. La candidata fu condotta per tre volte attorno…” e così via. Con tanto di testo di un giuramento che il dottor Felkin, purtroppo, conosceva bene.

Fu più o meno così che gli affiliati alla Golden Dawn, il più famoso ordine magico del mondo moderno, trovarono all’improvviso in pasto alla stampa popolare nome e misteri del proprio veneratissimo gruppo. Che, beninteso, non c’entrava affatto: l’abuso per pratiche assai poco mistiche di parole-chiave e rituali fraudolentemente carpiti rientrava nel consueto modus operandi della coppia Horos.
La presunta reincarnazione della Regina di Saba vantava frizzanti rapporti con la giustizia dai due lati dell’Atlantico, e un buon numero di pseudonimi. Il giornale ufficiale dell’Unione Koreshana (che lei sosteneva di aver fondato a soli dodici anni) menzionava la truffatrice spiritualista Dis Debar; il certificato di matrimonio con Jackson la chiamava principessa Edith Loleta, baronessa Rosenthal, contessa di Landsfelt di Firenze; e le successive avventure l’avevano vista accreditarsi quale Swami Viva Ananda, dottoressa Madame Helena, nonché Swami Santissima Madre del marito Theo… a sua volta presentato come incarnazione di Gesù Cristo e Divinità-Madre in corpo maschile per il nuovo movimento dell’Unione Teocratica (guidato ovviamente da loro). Non si erano limitati a piccole truffe: a carico di entrambi era l’abuso sessuale su alcune ragazze, convinte di impalmare Theo secondo un rito particolarmente sacro, e la violenza sulla sedicenne Adams che in ultimo dubitava della divinità di lui. E appunto per contrabbandare le loro pratiche, gli Horos si erano fatti belli di concetti e riti della Golden Dawn. L’indignato smarrimento di iniziati DOC come il povero dottor Felkin – figura nobile di medico-apostolo, indipendentemente da certe bizzarre opinioni professate – non doveva dunque rappresentare che la punta dell’iceberg. Moltissimi adepti minori si ritrassero sconvolti, e il sordido processo finì con l’influire sulla storia dell’esoterismo nel mondo moderno.
Non sembri ingeneroso soffermarsi su questa crisi, che nulla toglie alla straordinaria officina di sogni dell’esperienza Golden Dawn, sorta emblematicamente all’apogeo dell’età vittoriana e collassata al suo termine, frantumandosi in templi più o meno alleati o rivali. Fondato a Londra per iniziativa di un gruppo di Massoni cultori di magia, l’Ordine dell’Alba Dorata aveva raccolto alcuni tra gli ingegni più brillanti e inquieti del momento, come i letterati Yeats, Machen e Algernon Blackwood e l’attrice Florence Farr. Anzi sull’appartenenza alla Golden Dawn correranno vere leggende, voci infondate che vi arruolerebbero personaggi vicini all’ambiente quali Bram Stoker o Sax Rohmer, o invece presenze del tutto estranee come Stevenson, Lord Dunsany, Chesterton, Rider Haggard o Talbot Mundy. Ed è interessante notare come queste affiliazioni vere o presunte all’Ordine verranno giocate nei profili biografici dei singoli autori, quasi a giustificare tout court i loro interessi (in senso lato) fantastici grazie a riflessioni maturate nell’Ordine: ciò che in qualche caso risponde a verità, mentre spesso va relativizzato nel contesto di sogni e suggestioni assai più diffusi, o invece di interessi autonomi e personalissimi.
Ma si va oltre, e alcuni interpreti hanno creduto di connettere la data di fondazione della Golden Dawn – 1888 – col caso dello Squartatore, magari identificandolo nel coroner e occultista William Wynn Westcott, uno del triumviri fondatori dell’Ordine: un personaggio forse non limpidissimo, ma certo innocente. Il fatto è che attorno a questa istituzione magica si è strutturato un vero e proprio mito, nutrito dei suoi segreti iniziatici, delle suggestioni romanzesche del mondo vittoriano e dell’impatto dei suoi membri sulla storia della letteratura visionaria, ma anche di frecciate malevole e scandalismi d’epoca, affermazioni incontrollate della saggistica moderna e vere e proprie bubbole.
Per altro verso, tuttavia, il mito è fondato su dati concreti. Al di là di ogni salutare diffidenza verso il mondo dell’occulto, è impossibile non restare colpiti dalla ricchezza di dottrina di questi eruditi, dal lussureggiante fiorire di simboli a cui si appellavano, dai sogni febbrili intessuti nelle loro tecniche esoteriche: per esempio quella sui viaggi in astrale, coltivata in particolare nel gruppo della Sfera (sorto in seno all’Ordine attorno alla diva Florence Farr), e che prefigura certi trip postmoderni per il virtuale. Nel laboratorio Golden Dawn si tentava di coordinare ad ampio raggio e in termini di scuola i più diversi filoni dell’esoterismo colto approdati al mondo moderno, preludendo in qualche modo alle riflessioni di Jung: e se l’Ordine rappresentava per i massoni una risposta al disinteresse generale delle Logge verso l’occulto, divenne presto un approdo per simpatizzanti di tutte le classi sociali, spiriti insoddisfatti delle risposte tradizionali della religione e del materialismo, ma non attratti dallo spiritismo in gran voga, né dall’esotismo della Società Teosofica.
Da un certo punto di vista, la Golden Dawn doveva rappresentare per i suoi membri un club non molto diverso da altri, un luogo di incontro con amici dai medesimi interessi: ma al contempo la suggestione dei temi e il senso stesso di una ricerca collettiva lo resero un’esperienza unica. Alla severa formazione delle sue cattedre confluì un corpo vastissimo di tradizioni soprattutto occidentali, trasmesse lungo un dedalo di cerchie rosicruciane, massoniche e illuminatiche: e, a suggerire qualche brivido aggiuntivo, tutto veniva avvolto di un manto impenetrabile di mistero. Terribili obbligazioni vincolavano alla segretezza gli adepti: e anche per questo il pubblico profano – e gli stessi iniziati inferiori – in occasione del caso Horos finirono col travisare completamente il senso dei fatti.
Qualche critico ha citato l’incenso e l’orina per evocare l’atmosfera in cui si muoveva un mago antico, lo scrittore latino Apuleio (II sec. d.C.): anche nel suo caso un processo un po’ squallido – che ci lascia la fortunata autodifesa De magia – aveva visto connessioni tra esoterismo e interessi profani (in quel caso il supposto plagio per magia della vedova Pudentilla da lui impalmata). Se ovviamente il povero Apuleio ha poco a che vedere con l’arcitruffatrice Madame Horos, la dialettica tra sacrario e latrina – o piuttosto bordello – non rappresenta qualcosa di troppo raro nelle camere dei segreti, con buona pace di Harry Potter. E d’altra parte l’impatto deflagrante del caso Horos sull’Ordine era preparato da una crisi sorda, maturata negli anni, tra personaggi di indubbia statura intellettuale ma alla deriva tra menzogne e incompatibilità caratteriali, narcisismi assortiti e interessi di piccolo cabotaggio. Proprio questo contrasto stridente tra sogni elevati e beghe di cortile rende il tramonto della Golden Dawn un teatrino paradigmatico di infinite miserie dei gruppi dell’età moderna, e non solo quelli iniziatici.
In Italia continuano ad apparire opere sull’Alba Dorata, ma in genere di carattere tecnico, cioè edizioni di testi dal suo deposito esoterico, con dottrina e istruzioni più o meno “pratiche”. Francesco Dimitri, nel bellissimo saggio Comunismo magico (Castelvecchi) ha ben mostrato come istanze progressive di rinnovamento della società siano state espresse anche col linguaggio dell’occultismo: tuttavia i fremiti ombelicocentrici che ci vediamo intorno non autorizzano nell’oggi, almeno da noi, eccessive illusioni sul livello delle aspettative da una formazione magica.
Al contrario, sulla storia della Golden Dawn in Italia si è fermi al saggio di Francis King (Ritual Magic in England – 1887 to the present day, intitolato per Mediterranee Magia rituale. Dai Rosacroce alla Golden Dawn), fondamentale ma non recente (1970). In particolare restano intradotti gli studi di R.A. Gilbert, al presente la maggiore autorità in materia, che offrono materiali affascinanti per una contestualizzazione culturale del fenomeno e anche per una storia della letteratura legata all’Ordine. Compresa quella fantastica, tra i linguaggi forse più fedeli alla magia dell’Alba Dorata.

[fonte: Carmilla on line – Franco Pezzini]