Valentina Coluccia ci accompagna alla scoperta dell'Ungheria e della sua misteriosa capitale

È primavera, in Ungheria. Lo si sente nell’aria che si abbandona al tepore dei primi raggi del sole, che finalmente scaldano davvero, e lo si vede nel verde dei campi, in queste brughiere di lunghe erbe pallide che sembrano nascondere in loro stesse, per offrirla un poco alla volta, la promessa dello smeraldo dell’estate. Mi trovo nella splendida cornice del Castello Festetics che sorge nella deliziosa città di Keszthely, sulla riva nord-occidentale del lago Balaton, a 190 km da Budapest. Il possente edificio che si staglia davanti ai miei stupefatti occhi è in stile neorococò, e, come ci spega la guida, una signora simpatica di mezz’età che parla un italiano pittoresco, è stato da poco ristrutturato e aperto al pubblico. La signora ci spiega che tanta maestosità e grandezza è stata possibile solo grazie alla cura e all’amore per la cultura della famiglia Festetics, antica nobiltà ungherese che qui abitò dal diciottesimo secolo, i cui eredi costruirono, al suo interno, il Museo Helicon e l’omonima biblioteca, che conserva numerose rarità bibliografiche. Ma i meriti di questa famiglia non finiscono qui. Infatti si può tranquillamente affermare che tutta la vicina cittadina di Keszthely ha usufruito della loro lungimiranza e apertura mentale, dato che sotto la loro spinta e guida in città sono nate farmacie, ospedali, scuole e persino un’Università, quella di Georgikon, prima  nel suo genere in Europa, una sorta di campus-laboratorio per l’agricoltura dove gli studenti vivevano e lavoravano insieme per la produzione vinicola e casearia. Mentre ascolto le sue parole mi allontano leggermente per entrare in una sala che già da lontano mi attira molto: è luminosa e ampia. Man mano che mi avvicino ne sento l’odore, direi legno e, non so, qualche cera per lucidarlo, ma anche l’odore della carta, che adoro, perchè mi riporta indietro ai tempi della mia infanzia, quando mi rifugiavo a leggere in una vecchia soffitta, lontana dal mondo. Appena entro, che meraviglia! Ci saranno migliaia di volumi (saprò dopo che sono  circa 80.000 volumi in diverse lingue) e, da come proclama un cartello all’ingresso, scopro che è l’unica biblioteca privata ungherese rimasta intatta nella sua forma originale con volumi che vanno dal ‘700 fino alla seconda guerra mondiale.

Una contessa maledetta

Le sorprese non sono finite, perchè noto anche una sorprendente collezione musicale con i manoscritti originali dei libri di musica di Haydn, di Pleyel e di Goldmark. Questi ultimi sono a disposizione dei ricercatori e così, aprofittando di uno sgabello lasciato libero da un ricercatore che spero sia andato a cercare il bagno più lontano del castello, mi siedo e inizio a sfogliare. Ecco cosa vedo:  primi esemplari di brani in ungherese, incisioni, disegni di indiscutible pregio. Ma tutto questo non mi basta e sentendo di avere una certa fretta, anche se nella biblioteca l’aria è stranamente immobile, sfoglio ancora qualche pagina fino ad arrivare al ritratto di una donna. Occupa un’intera facciata e sembra osservarmi con sguardo inquietante. Il suo viso ha uno strano fascino, come se la sua bellezza fosse assogettata a qualcosa di più grande e… malefico rispetto all’armonia delicata dei tratti concessale da madre natura. Sono ancora lì che la osservo quando, ecco che torna un ragazzo con una lunga e piuttosto selvatica barba nera: il proprietario dello sgabello usurpato. Quando mi vede al suo posto però non si scompone e anzi mi fa un bel sorriso, sorriso che sparisce immediatamente appena vede cosa sto guardando. Allora impallidisce e mi chiede in un francese un po’ stentato (vorrei sapere perchè passo sempre da francese, io…) se conosco la Signora del ritratto. Rispondo di no e allora lui… si fa il segno della croce! Ma non posso crederci, vorrei proprio sapere com’è che in un tratto mi sono ritrovata senza saperlo in Dracula di Bram Stoker. Il pensiero mi deve essere scappato ad alta voce, tant’è che alla parola Dracula, il mio religioso interlocutore mi fa cenno di sedermi e incomincia a raccontare una strana storia. Quella del ritratto, mi spiega infatti, non è altro che Elisabetta Bathory, la contessa sanguinaria, vissuta in un castello vicino a questo e di cui l’intera Ungheria è tutt’oggi terrorizzata. Narra infatti la sua storia che la nobilonna, nata nel 1560 e allevata nella magia nera, a quindici anni si sposò con il ventisettenne Ferencz Nádasdy,  da cui ebbe quattro figli, ma non era una donna tanto votata alla maternità quanto alla sua bellezza ,che voleva preservare  passando ore e ore di fronte allo specchio. Inesorabilmente però, come accade a tutti, la vecchiaia bussò alla porta e la Contessa trovò un modo davvero raccapricciante per allontanarla: farsi dei lunghi bagni con il sangue di fanciulle vergini. Il suo metodo era semplice: sceglieva come serve delle fanciulle giovani e ingenue e le seviziava senza pietà, sottoponendole alle torture più efferate, bruciandole vive, cucendo loro la bocca nel senso letterale del termine con ago di legno e filo di ferro o, quando andava bene, impalandole e dunque uccidendole “abbastanza” velocemente. Mentre mi racconta tutto questo sento venirmi la pelle d’oca e senza quasi accorgermene chiudo il libro di scatto. Non sono superstiziosa ma sai mai che qualche malvagità o influsso malefico residuo possa ancora in qualche modo giungere fino a noi, nel moderno 2015, era di internet e di tablet iper tecnologici superando le barriere di spazio, tempo e persino la logica?! No, no, grazie, che la Contessa rimanga pure nel suo scartafaccio, io ho il resto dell’Ungheria da visitare! Budapest, Arrivo!

Un pub dal fascino kitch

Un divano un po’ sdrucito, dove quando ti siedi affondi con la schiena e senti  quell’odore a metà fra lo stantio e il desueto, nostalgico ricordo dei salotti della tua infanzia e, al tempo stesso, dolce-amaro sesto senso che ti ritrascina, quasi bruscamente, nel presente. Si prova tutto questo quando si è seduti nel pub Szimpla Kert di Budapest, locale ricavato in un edificio in rovina nella città vecchia, oggi deposito-contenitore dove si trova un po’ di tutto quello che appartiene ad una persona nel corso della sua vita terrena. Appena entro, infatti, davanti al mio sguardo si stagliano biciclette appese al soffitto, pezzi di automobili vecchie, manopole di antiche radio, strani dipinti vagamente onirici e surrealistici che ti fanno sentire come l’orologio sciolto di Dalì, avvolto da una strana ma confortevole mollezza che ti intorpidisce piacevolmente i sensi. E ancora tappeti dai colori sgargianti che ti portano immediatamente nell’atmosfera di un souk marocchino, tra il vociare dei commercianti, le contrattazioni, gli odori delle spezie, gli occhi che misurano dedali di stradine che si intersecano fino a perdersi in un luminoso labirinto. Poi oggetti di design e ferri vecchi appesi alle pareti, rimanenze di arredamento rivitalizzate per l’occasione e più che mai rigogliose, quasi lussureggianti nella loro ritrovata utilità, tanto da sembrare create apposta dal genio un po’ folle e bizzarro di un architetto moderno. Il clou della giornata lo sperimento all’ora di pranzo, quando casualmente mi trovo in zona e provo ad entrare nel locale e assisto dal vivo ad un’ improvvisata fiera multietnica di cui rappresento, al momento, l’unica componente    italiana. Davanti ai miei occhi e, dato il volume, anche dentro alle mie orecchie, si vendono e comprano a prezzo di mercato, prosciutti, salami, formaggi, conserve e persino della pasta condita da qualche spezia odorosa, sento basilico e pomodoro, forse una punta d’aglio, da consumare sul posto, o se non si è particolamente affamati come me al momento, già sazia dall’andirivieni colorato e dal pout pourry olfattivo in cui sono immersa, da portar via in una ciotola di plastica ben sigillata. Tutto questo è parte vera di Budapest: dove tutt’oggi  è possibile prendere in gestione uno spazio abbandonato e trasformarlo in un gigantesco pub decadente pieno di fascino, dando spazio alla creatività e alle proprie idee più segrete e appassionate facendone un lavoro reale.

Il Paese del Gulasch

Gulasch, patate e magiari, ma non scadiamo nei luoghi comuni! Ecco, succede spesso che quando si viaggia per il mondo ci si imbatta in pregiudizi o anche in semplici dicerie, molte volte gastronomiche, riguardo alle tradizioni, gli usi e i costumi di un popolo e la sua storia e quello ungherese non fa eccezione. E dunque, digiuna di ogni informazione a riguardo, oltre che di cibo vero e proprio, entro in un ristorante di periferia (mi sembra che qui sia meno facile cadere nella trappola cattura-polli-turisti) e ordino a un solerte cameriere, accorso subito a servirmi, un Gulasch. Dico la verità: quello che mi aspetto è senza dubbio uno speziato e saporito spezzatino, magari con delle patate e verdure accanto, ho già l’aquolina in bocca quando arriva una fondina di minestra. Rossa. Senza dubbio molto liquida. L’odore è invitante e l’aspetto, per quanto, come già detto, brodoso, non è male a sua volta, ma quel che mi è stato servito è la cosa più lontana al mondo rispetto al piatto di carne in umido che mi aspettavo. Immergo il cucchiaio, lo porto alla bocca e vengo immersa e sommersa da tanti sapori insieme: la morbidezza dei pezzetti di carne che, sminuzzati si mescolano nel fondo del piatto e riemergono come una speziata e stuzzicante sorpresa, le patate, cremose e insaporite dal pomodoro e dalla paprika e, infine, anche il gusto dolce-croccante della cipolla, che deve essere stata abbrustolita prima di essere aggiunta alla zuppa. Il cameriere mi guarda con simpatia, intuisce che sono straniera e mi chiede se desidero del pane per la zuppa, e poi, vista la mia iniziale perplessità (dissoltasi, in realtà, molto velocemente sin dalla prima cucchiaiata), mi racconta spontaneamente che il vero gulasch è proprio questo: una minestra che costituiva il piatto tipico dei nomadi (o meglio dei pastori chiamati appunto gulyás) della prateria ungherese che preparavano questa carne facendola cuocere insieme alle cipolle a tal punto da far asciugare tutto il liquido di cottura fino ad essiccarla completamente. Mi spiega ancora che la carne veniva poi utilizzata, quando occorreva prepararla per un pasto, facendola semplicemente rinvenire in acqua calda, aggiungendo, magari qualche altra verdura fresca tipo rape e altre patate. Ecco dunque svelato il mistero! Gli ungheresi si rifiutano come noi italiani di essere ridotti a pizza, mandolino e polpette e rimangono coerenti rispetto alle loro tradizioni senza venire inscatolati in etichette predefinite.Non spezzatino di gulasch, dunque, ma l’originale zuppa magiara! A questo punto e fatta tutta questa premessa non posso che allegarvi la vera ricetta:

Ingredienti

800 gr spalla di manzo, 800 gr cipolle, 800 gr patate, 1 cucchiaio farina, 1 cuchiaio e mezzo paprica, 3 cucchiai concentrato di pomodoro, 100 gr strutto, timo, rosmarino, maggiorana, 1 foglia alloro, mezzo dl brodo, sale.

Preparazione

Tagliate la carne a dadi e le cipolle a fette sottili. Far lessare le patate, spellarle e tenerle al caldo. Far sciogliere lo strutto in una casseruola, rosolarvi la carne infarinata mescolando bene, aggiungere le cipolle e far rosolare anche queste. Dopo 10 minuti unire la paprica, salare e mescolare bene di nuovo. Far cuocere per circa 20 minuti, mescolando spesso e aggiungendo quando è necesssario qualche cucchiaio di brodo. Unire il concentrato di pomodoro diliuto in due dl d’acqua e gli odori. Cuocere a pentola coperta e fuoco bassissimo per circa tre ore e mezza. Servire il goulasch caldissimo con le patate lesse.

House of Terror

Un ascensore ti strappa alla luce e ti trascina, lento, fino alle viscere della terra. Le pareti della cabina sono di vetro e tutt’intorno è buio quando, all’improvviso, le porte si aprono e ti trovi in una sorta di sotteraneo: nell’oscurità due dei tuoi sensi sono sollecitati più degli altri, l’udito nell’intendere dei rumori che sembrano quasi lo scorrere delle zampette di topi in una cantina, e l’olfatto, perchè un tanfo di fogna e di umido ti invade le narici. Forse vi starete chiedendo dove sia e, sinceramente, per un momento, nonostante abbia scelto di mia volontà di visitare questo museo-monumento alle oscenità e crudeltà dei regimi nazisti e comunisti che hanno sfigurato l’Ungheria in un passato fin troppo recente. Me lo sto chiedendo anche io. Mi trovo nel Museo del terrore, realizzato nel palazzo che dal 1944 al 1956 ospitò il centro di tortura comunista per gli ipotetici oppositori del regime e ancor prima, negli anni ’40, fu sede del Partito delle Croci Frecciate, cioè degli stretti collaboratori della Germania nazista. Non mi trovo dunque di fronte ad una ricostruzione storica ma dentro ad una verità realmente esistita e vissuta, toccata con mano e pagata col sangue di migliaia di persone che qui sono state torturate e sono morte, senza pietà, in nome della libertà. È un museo dal vivo agghiacciante, spaventoso, fa venire i brividi. Si segue un percorso attraverso stanze e corridoi, piano dopo piano si ripercorre la Storia del Paese dall’inizio del Nazismo, sino alla caduta del comunismo e della cortina di ferro, nel 1989. Non c’è finzione, non c’ è fantasia, c’è solo, tragicamente, la Storia. E allora, con la mia consueta voglia di sapere e di conoscere, forse un po’ mio malgrado questa volta, inizio il mio percorso camminando in silenzio. Entrata nella prima sala, la luce sparisce, le pareti sono nere, si sente una musica inquietante. Una macchina scura al centro della stanza è nascosta da una leggera cortina marrone e, sulle pareti, vengono proiettati video e fotografie che mi fanno percepire immediatamente dove sono: nel cuore dell’invasione nazista in Ungheria. Proseguo nella seconda stanza: pareti nere come nella prima, ma questa è chiaramente la Sala del Consiglio, dove trovo divise nere con croci uncinate appese alle pareti, stivali lucidi, sedie scostate da un tavolo. La portata delle decisioni prese in quella stanza da chi indossava quelle divise è ancora li che aleggia nell’aria, in un’atmosfera di rabbia e sopraffazione.

Le stanze della morte

Altra stanza. Pareti bianche: la sensazione di sollievo visivo dura poco quando intuisco che i mattoni neri hanno lasciato il posto non alla pietra ma al sapone e mi rigettano nell’angoscia deI campi di sterminio. Ancora avanti. Cambio di regime. Una voce, questa volta allegra, quella propaganda comunista, proclama parole confuse di cui però intuisco il senso: sono indicazioni su come bisogna vestirsi, come tagliare i capelli, su cosa è vero e cosa no, su cosa è giusto e cosa non lo è, su cosa si deve pensare ma soprattutto in cosa si deve credere. Accanto c’è la stanza confortevole e luminosa della biblioteca del partito, dove il lavaggo del cervello era praticamente indolore grazie alla lettura di libri e giornali chiaramente indirizzati, ovviamete censurati rispetto a tutto quello che possa anche solo vagamente aver potuto concernere, ancora una volta, il concetto di libertà. E poi ancora il dolore, con schermi che proiettano le storie di persone che piangono lacrime amare raccontando la propria storia, di delusione, di amarezza, di privazioni e di rappresaglie, di sogni strappati in mille pezzi e finiti nell’oblio. Quando scendo nel sotterraneo e nelle carceri dove c’erano le celle di tortura, ormai sono quasi diventata uno spettro dolente e angosciato a mia volta. Ho voglia di uscire, scappare via, tornare a respiare l’aria pura di questa primavera ungherese e davanti al bivio di rimanere nell’ignoranza o di conoscere una verità per quanto distruttiva e forse scomoda, quasi a peso morto vado avanti lo stesso e proseguo la visita. Alcune celle sono così strette che non ci si può sedere, altre così basse che non si può stare in piedi, più in là una sedia, una forca, alcuni cavi elettrici.
Mi basta. Esco dal museo e non ho più molto da dire, anzi voglio restare un po’ in silenzio con me stessa e i miei pensieri. Cammino lentamente nel crepuscolo e penso che solo il silenzio potrà restituire un po’di pace ai vivi, perchè i morti hanno ormai pagato con la loro voce tutte le sofferenze.