Si chiude con questo articolo il reportage dalla Scandinavia della nostra collaboratrice Valentina Coluccia. Il viaggio volge al termine, ma non la voglia di sognare!

Un brivido inquieto mi scorre sulla pelle anche in questa assolata giornata di luglio e il calore del sole non riesce a togliermi di dosso una strana e malinconica irequietezza. Mi trovo al Castello di Kronborg, sulla punta estrema della Zelanda, dove è più bassa la distanza tra la Danimarca e la Svezia. Qui, a Helsingor, William Shakespeare ha ambientato il suo Amleto, una delle tragedie più famose e conosciute al mondo.

Helsingor, o Elsinore come la chiama Shakespeare, si trova a circa 45 km a nord di Copenaghen e rappresenta una vera e propria porta di ingresso sul Mar Baltico. Il Castello fu finito nel 1585 ed è uno dei più visitati del Nord Europa, in quanto esempio elegante e ottimamente conservato di struttura rinascimentale ma anche fortezza militare che l’Unesco ha nominato patrimonio dell’umanità nel 2000.

All’interno del castello si possono visitare gli appartamenti reali, la stanza dei cavalieri e conoscere la vicenda mitica del vichingo Holger Danske, sempre pronto a difendere la Danimarca. La leggenda vuole, infatti, che se un giorno la Danimarca si trovasse in pericolo Ogiero il Danese (Holger Danske), che dorme nascosto in qualche segreto anfratto del castello, si solleverebbe per difenderla. Nell’attesa, riposa a braccia conserte nel “luogo protetto nel buio” delle Casematte, ossia quel sistema di vani, antri e cunicoli dove abitavano i soldati in tempo di guerra.

Ed è proprio qui che mi trovo, in questo momento, nelle Casematte, lungo i bastioni del Castello, in un raro momento di quiete. È strano, fino a poco fa c’era una moltitudine di gente che sgomitava, faceva foto o commentava rumorosamente le amenità del luogo, ma mi sono semplicemente appartata in un angolo un po’ riparato per scrivere in pace e, alzando lo sguardo, mi ha avvolta il silenzio. Forse sarà la suggestione per i dipinti che ho osservato prima e che ritraggono Ofelia, la sfortunata principessa innamorata di Amleto che si gettò nel fiume per la disperazione del suo amore non corrisposto. Intensissimo lo dipinto di Millais del 1852. Il suo volto mi è rimasto impresso perché esprime tutta la tragicità di una morte infelice e appassionata insieme, quando il sentimento diventa la lama che ti squarcia la pelle ma che ti permette, insieme, di sentire dentro le trafitture di luce che solo un amore puro ti concede, per appartenere davvero a te stesso e alle tue emozioni.

Fatto sta che, davvero, io una luce strana la vedo e, non senza un certo timore, abbandono lo sguardo intorno che si immerge, lentamente, in una penombra perlacea ed evanescente. E poi, lo vedo. L’ombra inquieta del principe Amleto cammina, in lente falcate, tenendo fra le mani il famoso teschio ghignante e meditando rancori, s’aggira stranito a profanare con i suoi pensieri nefandi la quiete di queste stanze . Suggestioni? Non so, ma sarà il suo volto tormentato e irriverente il ricordo più vivido di questa giornata danese, strappato alla nebbia che, pian piano, sta avvolgendo tutta la vallata.