Valentina Coluccia ci porta in viaggio nella fredda Europa centrale: dalla Svizzera all'Olanda alla Germania

 

In treno dal Gottardo verso Lucerna

Chi me l’ha fatto fatto fare di scegliere come meta delle mie peregrinazioni invernali l’Europa del centro e del Nord lo sa solo Dio che, probabilmente, si sta davvero divertendo un sacco a rovesciare dal cielo un tripudio-tempesta di neve che avvolge il vagone del treno svizzero in cui sto viaggiando, trasformandolo in un batuffolo di zucchero filato. Fiabesco quanto vi pare, eppure io rimpiango un sole africano che mi scaldi la pelle e mi bruci le palpebre e dunque ogni occasione è  buona per distogliere la mia mente da cotanto gelido e, al tempo stesso, soffocante candore, anche “orecchiando” qualche  brandello di conversazione altrui. Ed eccomi accontentata: si presenta nello scompartimento un signore distinto, ben vestito. Appena mi scorge, si toglie subito il cappello con galanteria (molto gradita) d’altri tempi. Si accomoda e, come da mio desiderio, incomincia una conversazione. “Eh signorina,” attacca, “non ci sono più  le mezze stagioni!” Ed effettivamente non si può dargli torto, dato che dal 21 dicembre siamo entrati ufficialmente nell’inverno e, d’inverno, nevica.  “D’altra parte,” continua, “qui in Isvizzera andare al mare costa molto e dunque ci si va raramente…” Anche questo ragionamento non fa una piega dato che in “Isvizzera”, come la chiama lui, il mare lo vedo un po’ lontanuccio, ma… Andiamo avanti, non saranno di certo le barriere geografiche a inibire questa conversazione:  “Sa,”continua infatti imperterrito,  “perché  la vita qui è cara?” “Ehm… no.” Povo a rispondere, al che lui subito controbatte: “Ora glielo dettaglio (voce del verbo dettagliare?!): è per via degli Euri che ci avete voi altri in Europa!” Ops… ho forse sbagliato treno? Penso, ma poi vedo il cartello con sopra scritto: “Lucerna” e mi tranquillizzo. Così  lui continua: “Voi pensate che rindondando la vostra ricchezza (Rindondando? Ma cosa vorrà  dire?! Rendendola eccessiva? Facendola risuonare? Effettivamente un po’ “suonata” incomincio a sentirmi anche io..), ebbene voi la tralasciate in tutto il mondo!” Tuona lui, prendendo ancora  fiato, quasi sovraeccitato. “Ah” Gemo io, temendo per il prosieguo della conversazione e pensando a come potermi  “tralasciare” subitaneamente in un altro vagone per sfuggirgli. Ma lui, con l’astuzia del leone della savana che ha adocchiato la sua preda, mi agguanta con la sua mano (come noto ora decisamente pelosa) e conclude: “Ad ogni modo stia serena, qui in Isvizzera ci abbiamo il segreto bancario: questa nostra conversazione  non la riportero’ a nessun altro”. Detto questo, si alza e se ne va. E io ho imparato un’altra lezione: attenta a ciò che desideri, potresti essere esaudita!”.

Olanda Marken e Volendam: tra zoccoli e mulini  a vento

Di certo questi sono due dei luoghi più comuni quando si descrive il territorio e le usanze dei Paesi Bassi. Ma se si ha voglia di capire davvero da dove provengano queste tradizioni, non si può non andare nel cuore della questione e cioè nei più antichi villaggi di pescatori olandesi, muniti di pazienza causa penuria di strade (una sola in doppio senso di circolazione) e di giacche a vento (tanto per rimanere in tema di mulini), partendo all avventura. Detto fatto. Il primo villaggio che visito è  Marken. È davvero un antico borgo di pescatori conservato perfettamente, tanto che, per garantirne l’integrità e conservazione appunto, è concesso di abitare a Marken solo ai discendenti diretti degli antichi abitanti. Cioè pescatori. Cioè persone caparbiamente intenzionate a conservare e a salvaguardare quanto ereditato. Molto particolare è la sua ubicazione, nasce infatti su di un’isoletta collegata alla terraferma da una diga. Per le vie del paese le persone girano vestite con i costumi tradizionali. E che non vi scappi da ridere, altrimenti  vi arriva uno sguardo tagliente come una stilettata  che vi fa rimangiare, in tutta fretta, il vostro sorrisetto. Sono costumi bellissimi, anche se danno l’idea di essere un po’ scomodi. Si va poi a visitare un produttore di zoccoli e una fattoria dove il formaggio, denominato Edam, viene ancora prodotto manualmente; lo si può assaggiare sorseggiando un bicchiere di jenever, il vino tipico. Non male. Ci si sposta poi a Volendam, la località più nota della costa dell’Jsselmeer.Ha un aspetto incantevole perché  il villaggio è costruito sulle rive dello Zuiderzee e ha un porticciolo ben conservato, dietro al quale si inerpicano, su di un dolce pendio, case di pescatori costruite su pali e stradine strette in un dedalo di viuzze: sembra di essere in un antico e bucolico labirinto. Piccoli zoccoli sono appesi davanti alle porte. Anche qui, come nel resto dell’Olanda, molte case sono visibilmente “storte”, quasi da far concorrenza alla nostra “Torre di Pisa”: è  per  via del cedimento progressivo delle palafitte su cui sono costruite, anche se un pescatore ci rassicura che il processo di affodamento è  lentissimo. Sospiro di sollievo: niente Titanic, per questa volta. Per concludere la visita di questi posti ameni, non posso farmi mancare una camminata sul bel lungomare, partendo dal porticciolo. Qui, man mano che ci si allontana dalle casette dal tetto spiovente, dai fiumiciattoli sormontati dai ponticelli in legno, il silenzio che si sente è quasi assordante. Si può proprio dire che non si sente nessun rumore, se non il cinguettio degli uccellini. Per strada non si incrocia più nessuno. Sta facendo buio. Forse è il caso di rientrare o rischio un tête à tête col il famoso cavaliere senza testa di olandese memoria.

Luci Rosse (R.d.l.)

I Paesi Bassi, per tradizione storica, si sono sempre prestati ad essere uno Stato molto tollerante, accogliendo nei suoi confini profughi politici, perseguitati religiosi, donne e uomini “diversi”che potevano finalmente sentirsi in salvo ed essere liberi di professare il loro credo, assecondando la loro natura. È  in questo spirito che si deve visitare in città il Red Light District, e cioè il Quartiere a Luci Rosse, denominato anche ‘Rosse Buurt‘, una zona tranquilla ma allo stesso tempo turbolenta, che costituisce in maniera visibile e tangibile una delle tante contraddizioni di Amsterdam: misterioso regno di mendicanti e furfanti, di mezzani e prostitute. Si estende a Est del centro, dalla Stazione fino a Muntplein, ed è percorso da molteplici stradine in cui è facile perdersi trovandosi a portata di mano, come se fossero dei normali negozi, i sexyshop, esercizi commerciali autorizzati alla vendita di droghe, luoghi in cui si esibiscono spogliarelliste per spettacoli particolari, o ragazze che si mostrano allo sguardo dei passanti ergendosi, quasi a poster tridimensionali di loro stesse dalle vetrine, come miglior  pubblicità  per le loro attrattive. Sia se cammini velocemente, sia che attardi il tuo passo, le vetrine ti vengono incontro tutte assieme, una di seguito o di fronte all’altra. Si snodano sia nelle strade principali che in vicoli cosi stretti che bisogna strisciare l’uno contro l’altro in due file per raggiungerne un’estremità o l’altra, sentendo, in questo contatto forzato e al tempo stesso misterioso, in questi sguardi che si incrociano per un solo momento, un che di misterioso e fugace. La luce rossa è  data dai neon che illuminano le vetrine, e questo è anche il motivo per cui non si vedono mai lampadine rosse nelle case olandesi. Le vetrine sono aperte di notte, mentre di giorno le tende a veli rossi vengono sostituite con altre di colore bianco, come a voler segnalare che in quel momento il locale è una comune abitazione. Peccato che il numero telefonico trascritto sopra un cartellino appeso all’interno tradisca le reali intenzioni, con la concreta opportunità di poter prenotare per tempo una visita notturna. D’altra parte perché stupirsi? Lo insegnava il buon vecchio  Oscard Wilde: “Si può  resistere a tutto, ma non alle tentazioni”.

Duomo di Colonia e d’Anversa

Le cattedrali gotiche: che incredibile bellezza unita ad un’inarrestabile volontà di tensione dell’anima a Dio, che fa rimanere sospesi  tra spiritualità ed eresia, tra la purezza del cielo e la più terrena delle megalomanie: la sfida alla forza di gravità. E così rimango davvero a bocca aperta davanti al Duomo di Colonia, incastonato nel cielo plumbeo e nevoso di questo fine dicembre come un fitto ed elegante ricamo di guglie e pinnacoli, arditi archi rampanti e contrafforti, gocciolatoi mostruosi che sporgono, invadenti, dalle superfici decorate. All’interno ampie vetrate, coloratissime, archi acuti, vertiginosamente alti, che conferiscono allo sguardo un senso di smarrimento e di esaltante ebbrezza. Penso a come sia vero che l’arte gotica rappresenti la manifestazione architettonica più esplicita per mostrare l’arditezza della tecnica e il virtuosismo costruttivo a cui l uomo è potuto giungere. È  come se avesse spinto l’architettura a svilupparsi in una ascensionale verticalità delle forme: su, su e ancora più su,  fino all’inverosimile. Ancora più forte questa sensazione la avverto in uno degli edifici gotici più  belli d’Europa: la splendida cattedrale di Nostra Signora ad Anversa, non a caso edifico che fa parte del Patrimonio culturale e artistico dell UNESCO. La cattedrale è visibile da ogni punto della città, maestoso è il suo campanile, il cui orologio brilla alla luce del sole. Non suonano le campane, ma un carillon. All’esterno ferve la vita cittadina, che sembra concentrarsi in una piazza piena di gente e di vita. All’interno sbalordisce il silenzio:si possono  ammirare le grandi opere di Rubens, e, ascoltando le struggenti melodie dell’organo, si può  sostare per qualche momento davanti alla statua di Maria, illuminata da mille candele. Oltre alle quattro opere di Rubens, anche le due pareti laterali del Duomo sono un accostarsi, quasi miracoloso, di capolavori fiamminghi. La straordinarietà di questo posto è quella di veder concentrata tutta la storia della pittura fiamminga, collocata esattamente  nel posto dove le opere erano state pensate e destinate. Tutt’altra cosa che vedere le stesse cose in un museo!