In questi giorni si sono sentite numerosi voci levarsi per ricordare Enzo Biagi. Un grande giornalista italiano. Uno dei più grandi. Non di certo il solo (come dimenticare i grandi nomi…), ma di certo il più amato. Dal grande pubblico, soprattutto. Per il suo immenso lavoro di divulgazione, per i suoi memorabili servizi, per le sue intramontabili trasmissioni. Un grande giornalista, bolognese per nascita, milanese per adozione, una delle figure che hanno segnato indelebilmente l’immagine dell’Italia del dopoguerra. Soprattutto uno dei visi più noti della Rai, di quella MammaRai cui tutti (con un po’ di nostalgia) siamo affezionati, e di cui lui ha rappresentato certamente il “papà” ideale.È giusto ricordarlo per la sua tenacia, per la sua forza morale e professionale: il diritto alla cronaca, all’opinione, sempre e dovunque, in maniera gentile, dolce, ma decisa e chiara, senza alcuna paura. Una logica chiara, semplice, pulita. Una prosa scorrevole, leggibile da qualsiasi persona, eppure profonda, colta, acuta. Potremmo ricordarlo in mille modi, ma a noi, oggi, piace ripensarlo così, con gli occhi di un bambino.

Sì, perché me lo ricordo bene, come fosse oggi. Fu mio nonno che me la regalò, fu un regalo bellissimo, di quelli che non si dimenticano mai. Un regalo eccezionale. Mi disse: «È scritto da un grande giornalista, sai quelle persone che scrivono sui giornali.» e aggiunse: «Leggilo, imparerai tante cose sul nostro paese, sulla nostra storia. Su di noi».
Era un grande librone, anzi: tre grandi libroni, contenuti in un cofanetto di cartone illustrato. Illustrazioni bellissime, che saltavano subito all’occhio di un bambino di sei, sette anni, un bambino che aveva da poco scoperto cosa voleva dire leggere, e incominciava a conoscere i fumetti sulle pagine a colori di Paperino e Topolino. E fu una scoperta straordinaria: centinaia di pagine disegnate con uno stile molto diverso da quello cui ero abituato, quello dei personaggi di Walt Disney. Uno stile nuovo, reale, che voleva spiegare la realtà. Senza finzioni. E lessi il libro con voracità, con curiosità. Era la prima volta che leggevo la storia, la lessi così, prima d’impararla alle elementari. E questo grazie a lui, al suo inventore, a Enzo Biagi. Quel libro è “La storia d’Italia a fumetti”. Un opera geniale, colossale, unica.

La “storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi” è un progetto, nato alla fine degli anni settanta, con il fine di raccontare la storia utilizzando il fumetto come innovativo mezzo di comunicazione. Lo scrittore e giornalista italiano si prometteva di narrare, in maniera didattica, la storia del bel paese (“Dalla caduta dell’Impero Romano ai giorni nostri”, come afferma il sottotitolo), usufruendo del contributo dei maggiori fumettisti ed illustratori italiani (artisti come Milo Manara, Marco Rostagno, Carlo Ambrosini, Alarico Gattia, Aldo Capitanio, Paolo Ongaro e Paolo Piffarerio). Viene raccontata la storia del nostro paese, dall’invasione dei Barbari alla nascita delle città, dalle Crociate a Masaniello alle due guerre mondiali, alla guerra fredda.
L’opera, inizialmente pubblicata in volumi, ottenne un forte successo di pubblico tanto che lo stesso Enzo Biagi varò subito un altro progetto, la “Storia del mondo a fumetti di Enzo Biagi”, raccontata attraverso le vicende dei popoli che lo hanno abitato, lungo il trascorrere delle epoche storiche. Dall’Africa dell’antico Egitto, culla della civiltà dei Faraoni, sino alla battaglia di Mandela contro l’apartheid. Continente per continente, sono raccontate le vicende dei protagonisti che hanno cambiato la storia, dal re Hammurabi, a Giulio Cesare, da Carlo Magno a Gandhi e, insieme, l’evoluzione dei costumi e delle tecniche che hanno trasformato la vita quotidiana dei popoli. La chiarezza espositiva di Enzo Biagi è arricchita da straordinarie tavole a fumetti che vantano i disegni di alcune delle più prestigiose firme del fumetto d’autore italiano (di nuovo Milo Manara, oltre ad altre prestigiose firme del calibro di Sergio Toppi, Dino Battaglia e Hugo Pratt).

Le versioni più recenti hanno dato spazio all’attualità, diventata, per mezzo della penna di Biagi, storia: la tragedia del Vajont, il terremoto in Irpinia, gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, Tangentopoli, l’omicidio di Marco Biagi, l’introduzione della moneta unica, i crack finanziari di Parmalat e Cirio, la guerra in Iraq. Sino al novembre 2004, quando è uscita in libreria l’ultima edizione de ” La storia d’Italia a fumetti”. Sfogliando l’indice si può apprezzare l’aggiunta di venti pagine, in cui vengono raccontate le vicissitudini italiane dall’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 fino alle olimpiadi di Atene del 2004. L’opera completa esce attualmente raccolta in volume compatto con sovraccoperta di Milo Manara, Mondatori editore.

Era la metà degli anni ottanta quando ricevetti in regalo la “Storia d’Italia a fumetti”. Ero un bambino che aveva appena imparato a leggere. Un bambino che si trovava tra le mani una grande opera, frutto dell’intuizione di un grande giornalista e della collaborazione dei più grandi fumettisti italiani (nomi che ci sono inviadiati in tutto il mondo). E di questo prezioso regalo ringrazio ancora il mio caro nonno.

Vi lascio con le parole di Biagi, la chiusura della sua storia a fumetti.
«Si dice: “Domani è un altro giorno”. Che porta sempre con sé altre vicende. Oggi una parola insolita è entrata nei nostri discorsi: terrorismo. Vuol dire paura, eversione, minaccia e il nuovo pericolo viene dall’estremismo islamico. Il Papa intanto è andato a Lourdes, malato tra i malati, penso abbia chiesto alla Madonna la grazia della pace, il rifiuto della violenza: Caino non deve continuare a tessere le sue trame. Le Olimpiadi si sono appena concluse: trentadue medaglie ad altrettanti campioni italiani e il nostro maratoneta, Stefano Baldini, sul podio, ha cantato Fratelli d’Italia anche se in certi momenti i nostri compatrioti non sembrano neppure parenti. Ognuno di noi, ogni giorno, deve affrontare la gara della vita: il premio lo danno, la sera, la propria coscienza e il rispetto degli altri (Milano, 31 agosto 2004).»
Grazie Enzo. Da parte mia e di quel bambino che ha conosciuto la storia attraverso la tua penna.