Il romanzo “Se una notte d’Inverno un viaggiatore” si presenta al lettore innanzi tutto come un libro nel senso più stretto del termine: rappresenta un prodotto editoriale, un insieme d’elementi che abitualmente possono costituire un libro; risulta quindi un ottimo saggio d’analisi e in certi casi di critica di quelle strutture che costituiscono i romanzi e, soprattutto, di quel sistema di produzione, d’identificazione e di consumazione del prodotto libro nel nostro secolo, in particolare del secondo dopoguerra.

In una conferenza tenuta qualche anno dopo la pubblicazione del libro (1979), Calvino si esprime riguardo a quest’opera definendola “un romanzo sul piacere di leggere romanzi” in cui “è il lettore che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire”.

E in effetti è un insieme d’incipit appena abbozzati (ma mai casualmente incompiuti…)  a costituire l’asse portante di questo libro: dieci inizi di romanzi, che potrebbero benissimo funzionare come racconti autonomi, ma che sono in grado di creare nell’insieme, mediante l’espediente ingegnoso dell’intreccio in seconda persona, uno stato di attesa tale da dare un senso di continuità.

È proprio questo gioco di rapporti tra il particolare e l’insieme, tra la struttura significante e il significato nascosto tra le righe, tra ciò che è univoco e ciò che è interpretabile, tra il gioco dei generi, il mestiere dello scrivere e quello del leggere, che rende quest’opera realmente indicativa delle problematiche tipiche del prodotto “libro” contemporaneo.

Dagli anni sessanta la letteratura si è trovata di fronte a realtà nuove, che, se non possono considerarsi propriamente delle innovazioni, risultano però dei sistemi nuovi di riflessione teorica e di una conseguente presa di posizione della produzione artistica. Lo strutturalismo in particolare (cui seguono di conseguenza lo studio delle modalità dei segni, delle loro interpretazioni, e della loro trasmissione) trova rappresentanti a livello mondiale, da Roland Barthes a Umberto Eco.

Ed è proprio il romanzo di Eco, di un anno successivo a questo di Calvino, “il nome della rosa”, che sembra incarnare tutti i problemi proposti da queste nuove correnti filosofiche e letterarie. Il lavoro di Eco risulta però molto diverso dalla proposta di Calvino: il primo affronta tutto in maniera implicita, nascondendo tra le righe ogni possibile risvolto teorico o apparentemente intellettualistico (non per niente agli occhi dei più è apparso come un ottimo giallo!), il secondo esplicita tutta la sua problematica in modo da far affiorare tutto prepotentemente.

Risultano così dieci possibili romanzi, uno diverso dall’altro, per tecnica e contenuto, per messaggio e interpretazione, per stile e struttura; compaiono personaggi che incarnano diversi, se non opposti, modi di intendere la lettura di un testo, il suo utilizzo, la letteratura tutta. Compare una spietata analisi, non sempre polemica a dire il vero, sul modo in cui il nostro tempo intende l’uso e il consumo del prodotto libro, su come considera la sua nascita, e soprattutto come valuta il sottile confine che è sempre più labile tra esperienza artistica e prodotto editoriale puramente soggetto a spietate leggi di mercato.

Risultano così emblematiche le figure delle due sorelle incontrate dal lettore protagonista, Ludmilla e Lotaria, interpretate più come allegorie che come reali personaggi (nel senso tradizionale: psicologicamente studiati, con una propria personalità, propri comportamenti…): la prima tutta rivolta ad una smaliziata lettura del libro, quasi un consumo fino a se stesso, una sincera fruizione di emozioni, la seconda arroccata a metodi e sistemi di lettura, d’interpretazione, di svisceramento del testo, molto accademici e intellettualistici, un vero e proprio calcolatore letterario, a cui spesso manca il piacere di una “vera” lettura (discutibile il termine “vera”, proprio perché Calvino non da risposte a tale proposito, piuttosto pone solo problemi: è da considerarsi “vera” la lettura di Ludmilla o quella di Lotaria?).

Ancora, è la figura dl Flannery un altro interessante spunto da cui l’autore, insieme alle peripezie del falsificatore Marana, e all’invenzione della Società Mistificatrice degli Apocrifi, analizza la già tanto discussa situazione del mercato del libro, dalla sua diffusione alla sua reale presenza artistica. Proprio per l’impalpabilità delle risposte, per la loro inadeguatezza, tutta la vicenda assume un carattere caotico, incomprensibile, irrazionale. È il lettore il protagonista, il vero fruitore del prodotto-libro, colui che si trova al centro di questo vortice inconcludente, inintelligibile.

Momento difficile per i lettori delle nuove generazioni. E per gli scrittori. Cosa resta da fare? Calvino non ha dubbi a proposito. Può sembrare banale; ma alla fine è meglio sposarsi e vivere tutti felici e contenti.