Da circa una ventina di giorni è scaricabile sul sito dei Wu Ming un breve saggio di Wu Ming 1 (Roberto Bui) intitolato “New Italian Epic“. Titolo evocativo per una riflessione culturale che parte da lontano, dal settembre 2001 di fronte agli aerei schiantatisi sulle Twin Towers, sebbene sia stata formulata in occasione di una recente conferenza dello stesso Bui al Mit di Boston. Il testo fa il punto su quella che è stata individuata da Bui, ma anche da Carlo Lucarelli su Repubblica, come la nuova tendenza della narrativa italiana degli ultimi cinque anni. Che sta succedendo quindi? Esiste davvero un movimento coeso e inedito, nonché chiaramente identificabile, che possa dare il segno di una discontinuità tematica e stilistica con il recente passato?

Secondo me esiste, ma la questione non è semplice, né riconducibile a una sola scuola o a un preciso comune sentire. Nel suo scritto, già scaricato da oltre undicimila persone, Bui compie un percorso teorico di grande interesse, proponendo una chiave interpretativa globale nei confronti di “opere letterarie” – e non di autori – che coinvolge, solo per citarne alcuni, scrittori come gli stessi Wu Ming, Evangelisti, Saviano, Genna, Scurati, Lucarelli, Guarnieri, De Cataldo, Balocchi, Muratori ma anche Camilleri e Carlotto. Il punto di partenza sono gli anni Novanta, «il decennio più avido della storia» secondo Joseph Stiglitz, e il «più illuso, megalomane e barocco», nell’analisi certo condivisibile di Bui.  Qui si crea la frattura, qui il postmoderno mostra i suoi limiti e la sua inadeguatezza alla rappresentazione. Qui parte la riflessione di una nuova generazione di autori. Esauritasi nella propria inconsistenza la proposta consolatoria della narrativa di genere, mostrati i limiti di una produzione letteraria piaciona e superficiale che faceva del consumo e della spettacolarizzazione della gioventù la principale chiave interpretativa dei cambiamenti sociali, alla fine degli anni Novanta secondo Bui si forma una nuova sensibilità culturale. Nasce una nuova epica, intesa come narrazione di fatti storici e mitici che non escludono la guerra e la sua brutalità, le forti contrapposizioni ideali, la lotta per la sopravvivenza, i viaggi iniziatici o anche la pura avventura. E se Bui è consapevole di quanto sia vasto il campo di azione e la differenze tematiche dei diversi protagonisti di questa nuova scena, non esita a disegnare un profilo comune. Ma a mio avviso l’emergenza di questo nuovo forte sentire nasce principalmente da una reazione. Le grandi storie degli scrittori italiani, ai quali aggiungerei anche l’apocalittico Altieri della  Trilogia di Magdeburg, muovono dall’avvenuta consapevolezza della mediocrità dei tempi, abilmente occultata nel decennio dell’euforia liberale prima menzionato. Ora però non ci si può più nascondere. La crisi è ovunque e diventa oltremodo vivente nella urgenza del quotidiano, nel suo sconfinamento in tutti i cambi della comunicazione e della creazione artistica. L’uomo comune, con le sue piccolezze e la sua prevedibilità è il vero protagonista della caduta del modello occidentale. Il suo trionfo mediatico, realista solo nella miseria, e la sua debolezza spirituale vengono innalzati come modello di cittadino inconsapevole e manipolabile. La nuova generazione di scrittori individuata da Bui, chiaramente legata anche da un vincolo biografico molto forte, testimonia attraverso le opere l’esigenza di un respiro più profondo: una narrazione che affronti apertamente la potenza del mito, nella sua funzione originale di allegoria, e che sappia in questo modo anche recuperare un impegno sociale e politico, finora annichilito nella commedia postmoderna che tutto coinvolge e che confonde in un frullatore esistenziale ogni possibilità di critica. La storia non è finita, come qualche bella anima liberale vorrebbe farci credere. Inevitabilmente continua. Sta a noi riuscire a interpretarla.
[di Alessandro Bertante. Articolo apparso originariamente sul quotidiano Liberazione dell’8 maggio 2008 e ripubblicato su Carmilla on line]