Il mondo dell’università italiana è in fermento. Perché? Per rispondere vi proponiamo la lettera aperta agli studenti scritta dalla Facoltà di lettere dell’Università di Pavia. Un esempio, una goccia in un mare enorme, per capire quello che sta succedendo in questi giorni. Per capire dove stanno andando i giovani studenti, i ricercatori, dove sta andando il futuro dell’Italia.

Care Studentesse, cari Studenti,

l’anno accademico appena iniziato è caratterizzato da iniziative di protesta di cui forse non conoscete le ragioni ma che senz’altro vi riguardano, non solo per le conseguenze immediate, come il rinvio dell’inizio delle lezioni, ma anche e soprattutto per le motivazioni. Perciò riteniamo giusto informarvi su che cosa sta accadendo.

Spesso la visione dell’Università
che emerge dai mass-media non è positiva: si racconta di un’Università inefficiente, che spreca risorse. Tuttavia, i dati non sostanziano questa visione: mentre, secondo dati OCSE, l’Italia è, tra i paesi più industrializzati, al trentesimo posto su 33 negli investimenti per la formazione universitaria (0.9 % del PIL, a fronte del quasi 3 % degli USA), la ricerca italiana si colloca tra le prime dieci al mondo. Il rapporto tra l’investimento e il risultato della ricerca non è quindi affatto sfavorevole.

Non si può non vedere, però, che l’Università italiana non gode affatto di buona salute. Tuttavia i rimedi proposti recentemente rischiano di aggravare, anziché risolvere, questa situazione. Per l’Università pubblica italiana si prospetta infatti uno scenario preoccupante: sono stati approvati (legge 133/2008 Tremonti + Legge 1/2009) o lo saranno nel prossimo futuro (disegno di legge Gelmini sulla riforma universitaria) i seguenti provvedimenti:

1. tagli insostenibili (avvenuti già da due anni per circa il 15%) al finanziamento pubblico agli atenei, che porteranno la maggior parte degli stessi al commissariamento per incapacità di far fronte alle spese correnti entro il 2011 a meno di un abnorme incremento delle tasse universitarie;

2. una revisione della docenza universitaria che, mettendo a esaurimento il ruolo degli attuali ricercatori e istituendo figure precarie, riduce le possibilità di intraprendere e proseguire una carriera in università, concentrando ulteriormente il potere nelle mani di pochi;

3. una revisione degli organi di governo degli atenei che, riducendo drasticamente la partecipazione di rappresentanti democraticamente eletti, fa sì che le decisioni siano prese solo dal Rettore e da un ristretto Consiglio di Amministrazione di cui devono far parte anche persone esterne all’università.

Molti di noi temono che queste riforme rischino di portare allo smantellamento dell’università pubblica, compromettendo seriamente sia la ricchezza di una didattica e una ricerca ad alto livello, sia il diritto allo studio, in particolare dei meno abbienti.

Anche nella nostra Facoltà, come in molte altre a Pavia e in tutta Italia, in segno di protesta numerosi ricercatori si erano dichiarati indisponibili a tenere i corsi loro affidati per l’anno accademico in corso. È una scelta del tutto lecita, che non si configura come uno sciopero, perché essi per legge non hanno obbligo di docenza. Anche se per voi sono professori a tutti gli effetti, il loro stato giuridico non è lo stesso dei docenti. Con la riforma il loro ruolo verrebbe messo ad esaurimento, e i ricercatori già in servizio, reclutati essenzialmente per compiti di ricerca, diverrebbero di fatto dei docenti a basso costo, penalizzati nella ricerca e nelle prospettive di carriera, a causa dei tagli ai finanziamenti e alle possibilità di rinnovo dell’organico.

Tuttavia, per non creare un grave danno agli studenti e alle loro famiglie, i ricercatori hanno accettato di riprendere in gran parte il loro “volontariato”, garantendo la copertura degli insegnamenti fondamentali, purché la Facoltà li sostenesse condividendo adeguate azioni alternative di protesta. Questa lettera, il rinvio delle lezioni di una settimana, la mancata attivazione di numerosi insegnamenti opzionali esprimono con forza il disagio dei ricercatori, condiviso dall’intero Consiglio di Facoltà, e rappresentano un’azione simbolica in questa direzione. Inoltre, secondo quanto deliberato dalla Facoltà il 22 settembre, sono previste altre forme di protesta che saranno attivate anche in relazione all’iter legislativo del Disegno di Legge.

Pavia, ottobre 2010
La Commissione incaricata dalla Facoltà

Fonte: unipv.it