E’ partito per il suo ultimo viaggio, lo scrittore russo Aleksandr Isaevič Solženicyn, per il suo ultimo eterno esilio. Il vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1970, è morto all’età di 89 anni a Mosca alle 23.15 di lunedi 4 Agosto per insufficienza cardiaca. Da tempo soffriva di ipertensione, ma aveva continuato a dedicarsi alle sue opere e recentemente era uscita in Russia una raccolta completa dei suoi scritti. Aleksandr Isaevič Solženicyn (Kislovodsk, 11 dicembre 1918 – Mosca, 3 agosto 2008) è stato uno scrittore, drammaturgo e storico russo. Attraverso i suoi scritti ha fatto conoscere al mondo i Gulag, i campi di lavoro sovietici, e, per questo merito, ricevette il Premio Nobel per la letteratura nel 1970 e fu esiliato dall’Unione Sovietica quattro anni dopo. Ritornò in Russia nel 1994. Nello stesso anno fu eletto membro dell’Accademia serba delle arti e delle scienze nel Dipartimento lingua e letteratura. Scopriamo, con questo approfondimento, uno dei maestri della letteratura russa contemporanea.

I primi anni
Aleksandr Solženicyn nacque a Kislovodsk in una famiglia di intellettuali cosacchi, figlio di una giovane vedova, Taisia Solženicyna (nata Ščerbak), il cui padre, un uomo di umili origini arricchito, possedeva grosse proprietà nel Kurban, a nord delle colline del Caucaso. Durate la prima guerra mondiale Taisia andò a studiare a Mosca, dove incontrò Isaakij Solženicyn, un giovane ufficiale dell’esercito, anche lui originario del Caucaso (la sua famiglia è restituita in maniera vivida nei capitoli d’apertura di Agosto 1914 e nel ciclo di racconti Red Wheel). Nel 1918 Taisia rimase incinta, tre mesi dopo Isaakij fu ucciso in un incidente di caccia. Aleksandr è cresciuto in povertà con la madre e una zia a Rostov; i suoi primi anni di vita coincidono con la guerra civile russa e a causa del regime le proprietà di famiglia furono espropriate e trasformate in un kolchoz nel 1930. Solženicyn ha affermato che sua madre combatteva per sopravvivere e non disse a nessuno del passato di suo padre nell’esercito imperiale. Taisia lo incoraggiò sempre nei suoi studi; morì nel 1940.
Solženicyn avrebbe voluto andare all’università di Mosca, ma la salute precaria della madre e le condizioni economiche in cui versava la famiglia non gli permisero di trasferirsi nella capitale, quindi si iscrisse alla facoltà di matematica dell’università di stato di Rostov (si laureerà nel 1941), e allo stesso tempo frequentò per corrispondenza i corsi dell Istituto universale per gli studi di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca. In questo periodo di regime  fu molto influenzato ideologicamente; come lui stesso chiarificò, non mise mai in dubbio l’ideologia di stato o la superiorità dell’Unione Sovietica prima di entrare in un gulag. Costretto ad abbandonare gli studi partì per la seconda guerra mondiale e divenne comandante di artiglieria dell’armata rossa. Inizialmente, a causa della sua salute cagionevole, fu assegnato in un posto lontano dal fronte, venne poi trasferito in Prussia Orientale (grazie alle conoscenze qui acquisite pubblicò poi una delle sue opere più rilevanti Agosto 1914). Fu coinvolto in combattimenti al fronte e decorato due volte. Nel febbraio del 1945 fu arrestato per aver criticato Stalin in una lettera privata ad un amico e condannato a otto anni di campo di lavoro in un permanente esilio.

La prigionia nei gulag

Solženicyn scontò la prima parte della condanna facendo diversi lavori, la “fase intermedia”, come la chiamò lui stesso, la passò in una sharashka, uno speciale centro per le ricerche scientifiche avviato dal Ministero per la sicurezza di stato. Quest’esperienza riemerge in Il primo cerchio, pubblicato nel 1968. Nel 1950 fu trasferito in un campo speciale per i prigionieri politici. Durante la sua permanenza nel campo della città di Ekibastuz in Kazakistan lavorò come minatore, muratore e operaio in una fonderia; da quest’esperienza trarrà Un giorno nella vita di Ivan Denisovich.
Dal marzo 1953 Solženicyn inizia una fase di esilio a Kok Terek, nel sud del Kazakistan. Si ammalò di tumore ma non gli venne diagnosticato e alla fine dell’anno vide da vicino la morte. Nel 1954 gli fu permesso di essere curato nell’ospedale di Taškent. Da quest’esperienza scrisse il romanzo Padiglione cancro e qualche eco c’è anche nel racconto The right hand. Fu durante questa decade di prigionia ed esilio che Solženicyn abbandonò il marxismo per posizioni più filosofiche e religiose; questo cambiamento trova un interessante parallelo in Dostoevskij e alla sua ricerca delle fede nel periodo passato in un carcere in Siberia un centinaio di anni prima. Tale cambiamento è descritto nell’ultima parte di Arcipelago Gulag.
Durante questi anni di esilio, e nella seguente estinzione della pena e ritorno nella Russia Europea, Solženicyn, mentre di giorno faticava o insegnava nella scuola secondaria, passava le notti scrivendo segretamente.

Solženicyn scrittore e l’esilio dalla Russia
«Fino al 1961 non solo ero convinto che non avrei mai dovuto vedere una sola mia linea stampata nella mia vita, ma, anche, a stento osai permettere ad alcune delle mie più vicine conoscenze di leggere quello che scrissi perché temevo che si venisse a sapere ». Finalmente, a quarantadue anni, avvicinò il poeta e capo redattore del Novyj Mir Aleksandr Tvardovskij col manoscritto di Un giorno nella vita di Ivan Denisovich. Il romanzo venne pubblicato nel 1962 con l’esplicita approvazione di Nikita Chruščёv – Tvardovskij capì che era necessario per un romanzo di quel genere – e rimase l’unico lavoro Solženicyn pubblicato in Russia fino al 1990.
Un giorno nella vita di Ivan Denisovich ebbe molto successo (venne addirittura paragonato alla Casa dei morti di Dostoevskij) portò i gulag all’attenzione dell’occidente. Provocò molte reazioni anche in Unione Sovietica non solo per il crudo realismo e la franchezza, ma anche perché era il maggior romanzo di argomento politico nella letteratura sovietica dagli anni venti, scritto da un membro esterno ai partiti, addirittura da un uomo che era stato in Siberia per “discorsi diffamatori” (la lettera su Stalin) sui leader politici, senza per questo subire censura. In questo senso la pubblicazione del romanzo fu un esempio quasi senza precedenti di libertà, un affrontare liberamente la politica attraverso il mezzo letterario. Molti lettori sovietici lo capirono, ma dopo che Chruščёv fu cacciato dal potere nel 1964, il tempo per tali romanzi si avviò lentamente verso la fine. Solženicyn non si arrese e tentò, con l’aiuto di Tvardovskij, di pubblicare Padiglione cancro in Unione Sovietica. Questo doveva però essere approvato dall’Unione degli Scrittori Sovietici, e sebbene molti lo apprezzarono, fu negata la pubblicazione in quanto non corretto e libero dal sospetto di insinuazioni e affermazioni antisovietiche (questo momento decisivo è documentato in La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria).
La stampa di questo lavoro fu rapidamente fermata; dato che era uno scrittore, divenne una non-persona, e, nel 1965, il KGB sequestra molti dei suoi manoscritti, compreso quello di Il primo cerchio. Nel frattempo Solženicyn continua segretamente il febbrile lavoro ad uno dei suoi romanzi più sovversivi, il monumentale Arcipelago Gulag. Il sequestro di questo manoscritto lo fece inizialmente disperare, ma gradualmente essere libero dalla pretesa di essere uno scrittore “ufficialmente acclamato”, lo fece avvicinare alla sua seconda natura, la quale fu sempre più irrilevante. Come sia sopravvissuto in questo periodo, senza alcuna entrata dalle sue pubblicazioni, sono oscure, dato che abbandonò il suo posto di insegnante quando sfondò come scrittore.
Nel 1970 Solženicyn fu insignito del Premio Nobel per la letteratura. A quel tempo non poté ricevere personalmente il premio a Stoccolma, perché temeva di non poter più ritornare dalla sua famiglia in Unione Sovietica una volta andato in Svezia. Propose di ricevere il premio in una speciale cerimonia all’ambasciata svedese a Mosca. Il governo svedese però rifiutò l’offerta perché tale cerimonia e la conseguente copertura mediatica potevano turbare il governo sovietico e quindi le relazioni diplomatiche con la Svezia. Alla fine Solženicyn ricevette il Premio Nobel nel 1974 dopo essere stato espulso dall’Unione Sovietica.
Arcipelago Gulag è un saggio narrativo, fra le più lucide e complete denunce dell’universo concentrazionario. Oltre alla propria esperienza personale, Solženicyn raccolse le testimonianze di altri 227 ex prigionieri e condusse alcune ricerche sulla storia del sistema penale sovietico. Il saggio tratta delle origini dei gulag all’epoca di Lenin e la creazione del regime comunista, descrivendo nei dettagli la vita nei campi di lavoro, gli interrogatori, il trasporto dei prigionieri, le coltivazioni nei campi, le rivolte dei prigionieri e la pratica dell’esilio interno. La pubblicazione del libro in occidente portò la parola gulag nel vocabolario della politica occidentale e gli garantì una veloce punizione da parte delle autorità sovietiche.
Solženicyn, a causa della sua popolarità in occidente, si guadagnò l’inimicizia del regime sovietico. Avrebbe potuto emigrare anche prima dell’espulsione, ma aveva sempre espresso il desiderio di restare nella sua madrepatria e lavorare dal suo interno per cambiarla. In questo periodo fu difeso dal violoncellista Mstislav Rostropovič, che a causa del suo supporto con Solženicyn fu costretto ad esiliare.
Il 13 febbraio del 1974 Solženicyn fu deportato dall’Unione Sovietica alla Germania Ovest e privato della cittadinanza russa. Il KGB trovò il manoscritto della prima parte di Arcipelago Gulag. Proprio qualche ora prima che venisse arrestato e mandato in esilio, il 12 febbraio 1974, Solženicyn scrisse forse la sua opera più significativa, l’appello “Vivere senza menzogna“. Meno di una settimana dopo i sovietici fecero una rappresaglia contro Evgenij Evtušenko per li suo appoggio a Solženicyn.

In occidente
Dopo qualche tempo passato in Svizzera si trasferì negli Stati Uniti invitato dalla Stanford University per “facilitare [il suo] lavoro e ospitare la sua famiglia”. Andò ad abitare all’undicesimo piano della Hoover Tower, parte dell’Hoover Institute. Solženicyn si trasferì a Cavendish, nel Vermont, nel 1976. L’8 giugno 1978 gli venne conferita una laurea ad honorem in letteratura dalla Harvard University al conferimento della quale tenne un famoso discorso di condanna alla cultura occidentale.
Nei successivi diciassette anni Solženicyn lavora alacremente nel suo ciclo di quattro romanzi storici La ruota rossa completati nel 1992.
Nonostante l’entusiasmo con cui fu accolto negli Stati Uniti, seguito dal rispetto per la sua vita privata, Solženicyn non si sent’ mai a casa fuori dalla sua madrepatria. Il suo inglese non divenne mai scorrevole nonostante i vent’anni passati in America, anche se lesse i sui lavori in inglese fin dalla sua giovinezza incoraggiato dalla madre. Più importante, lui sdegnò l’idea di diventare una star mediatica e di addolcire le sue idee e il suo modo di parlare per adeguarsi al linguaggio televisivo.
Gli avvertimenti di Solženicyn sul pericolo di aggressioni comuniste e l’indebolimento della tempra morale dell’occidente sono generalmente ben accolte dagli ambienti conservatori occidentali, e ben si adattano alla durezza della politica estera di Reagan, ma i liberali e i laicisti sono sempre più critici e lo considerano un reazionario per il suo patriottismo e per essere ortodosso. Viene anche criticato per la sua disapprovazione della bruttezza e insipidità spirituale della dominante cultura pop, incluse la televisione e la musica rock.

Ritorno in Russia

Nel 1990 la cittadinanza sovietica di Solženicyn fu ripristinata e nel 1994 ritornò in Russia con sua moglie Natalia, che era diventata cittadina statunitense. I loro figli restarono negli Stati Uniti (più tardi il più vecchio, Ermolay, ritornò in Russia per lavorare per il Moscow office of a leading management consultancy firm). Da quel momento Solženicyn ha vissuto con la moglie in una dacia a Troice-Lykovo (Троице-Лыково) ad ovest di Mosca, tra le dace di Michail Suslov e Konstantin Černenko.
Dal suo ritorno in Russia nel 1994, Solženicyn ha pubblicato otto racconti brevi, una serie di “miniature” o poesie in prosa, le memorie dei suoi anni in occidente e la storia in due volumi delle relazioni tra russi ed ebrei (Due secoli insieme). In quest’ultimo lavoro Solženicyn rifiuta l’idea che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 furono il risultato di una cospirazione ebrea. Nello stesso tempo però accusa sia i russi che gli ebrei di aver avuto rapporti con persone che agirono in complicità col regime comunista.
L’accoglienza di questo lavoro conferma la figura polarizzante di Solženicyn sia in patria che all’estero. Secondo i critici il libro conferma le idee antisemite di Solženicyn e della superiorità della Russia sulle altre nazioni. Il professor Robert Service della Oxford University ha difeso Solženicyn definendolo “assolutamente corretto”, notando che Lev Trotsky stesso rivendicò la sproporzione rappresentata nella burocrazia sovietica. Usando una sottile argomentazione, Joseph Brodsky nel suo saggio Catastrophes in the Air (in Less than One) asserisce che Solženicyn, mentre era un eroe nel palesare le brutalità del comunismo sovietico, non riuscì a vedere la probabilità che i crimini storici che lui ha portato alla luce siano la conseguenza del carattere autoritario ereditato dalla vecchia Russia e dello “spirito severo dell’Ortodossia” (idolatrato da Solženicyn), non imputandoli quindi all’ideologia politica.
I suoi scritti politici più recenti, come Come ricostruire la Russia? (1990) e Russia in collapse (1998) Solženicyn critica gli eccessi oligarchici della nuova democrazia russa opponendo una nostalgia per il comunismo sovietico. Difende inoltre il moderato e autocritico patriottismo (come opposizione ad un estremo nazionalismo), indispensabile per l’autonomia locale in una Russia libera e manifesta preoccupazione per il destino dei venticinque milioni di russi negli stati dell’ex Unione Sovietica. Chiede inoltre che venga protetto il carattere nazionale della Chiesa ortodossa russa e lotta contro l’ammissione di preti cattolici e pastori protestanti in Russia da altri paesi. Per un breve periodo condusse un programma televisivo dove espresse brevemente le sue opinioni. Tale programma fu sospeso a causa dei pochi ascolti, ma Solženicyn continuò a mantenere un relativamente alto profilo nei media.
Tutti i figli di Solženicyn sono cittadini statunitensi. Uno, Ignat, è un acclamato pianista e direttore d’orchestra. La più completa edizione (30 volumi) delle opere di Solženicyn è in corso di pubblicazione in Russia. La presentazione dei primi tre volumi ha avuto luogo a Mosca.

Interessare notare il giudizio di Solženicyn sull’occidente dopo la sua esperienza di vita fuori dall’Unione Sovietica:  « Finché non sono venuto io stesso in occidente e ho passato due anni guardandomi intorno, non avevo mai immaginato come un estremo degrado in occidente abbia fatto un mondo senza volontà, un mondo gradualmente pietrificato di fronte al pericolo che deve affrontare… Tutti noi stiamo sull’orlo di un grande cataclisma storico, un’inondazione che ingoierà le civiltà e cambierà le epoche. » Detto da chi ha conosciuto un gulag sovietico…

Bibliografia
Un giorno nella vita di Ivan Denisovič (1963)
La casa di Matrjona
Divisione cancro (1967)
Il primo cerchio (1969)
Reparto C (1969)
Una candela al vento (1970)
Agosto 1914 (1971)
Lettera al patriarca di tutta la Russia
Arcipelago Gulag (1973-1978)
Lettera ai leaders sovietici (1974)
Vivere senza menzogna (1974)
La quercia e il vitello: saggi di vita letteraria (1975)
Discorsi americani (1976)
Lenin a Zurigo (1976)
Tutto il teatro (1976)
Ricostruire l’uomo : scritti e interviste su Polonia, Russia e Occidente
Novembre 1916 (1984)
Marzo 1917 (1986)
Aprile 1917
Tre storie (1986)
Come ricostruire la nostra Russia? (1990)
La questione russa alla fine del secolo 20° (1995)
Ego (1995)
Il mestiere dello scrittore: “Tra autoritarismo e sfruttamento”
Duecento anni insieme, vol. 1 “Ebrei e russi prima della rivoluzione” (2003)
Miniature (2006)
Duecento anni insieme, vol. 2 “Ebrei e russi durante il periodo sovietico” (2007)
Filmografia
Conversazioni con Solženicyn. Documentario in 4 parti da 45 minuti ciascuna realizzato nel 1998 da Aleksandr Sokurov

Fonte : wikinotizie – wikipedia