Continua la corrispondenza di Medeaonline in giro per il mondo. La nostra collaboratrice Valentina Coluccia, appena tornata dalla Tunisia, ci racconta il suo viaggio in un reportage intrigante e accorato, descrivendo una terra splendida per luci e colori.

La Medina di Sousse

Entrando nella medina di Sousse la luce, anche in pieno inverno, è accecante, spudorata, invadente. Illumina ogni angolo e ogni anfratto e si insinua leggera fra le grate delle finestre, mostra e non mostra, appaiono sfumature di una quotidianità intima e segreta: una tenda mossa dal vento, una ciotola di terracotta messa ad asciugare, un profumo di pane e spezie che si è già disperso nell’aria. Spingendosi verso l’interno, i vicoli si stringono sempre più, le porte una di fronte all’altra quasi si toccano. Tutti passano e guardano, passano e ti sfiorano, sia con lo sguardo sia magari con una mano, ma il tocco è leggero, quasi non si sente e rimane come un’impressione di evanescenza, un odore non tuo che ti ha seguito per un po’.

Si intuisce che la Tunisia è una terra di contrasti. Tutto è molto piu’ intenso e sfacciato rispetto alla nostra occidentalità frenetica, convenzionale e a volte persino un po’ bigotta. Le case sono apparentemente pezzi di un puzzle di un grande cantiere in costruzione, a volte delle semplici impalcature di tubi arrugginiti e di calcinacci, quasi come degli scheletri incompleti, altre sono dimore quasi fiabesche che si individuano fra le inferriate di cancelli in ferro battuto di chiara origine moresca.

E in mezzo  a tutto questo, fra il brulicare di uomini, animali e motorette che si fanno spazio suonando un clacson impazzito, appare come per miracolo la torre di un minareto, l’unica in tutto il nord Africa, con pianta ottagonale. Una visione incastonata fra le mura bianche di un vicolo, che se non si fosse alzato lo sguardo per l’improvviso frullare d’ali di alcuni passeri fra i rami di un albero d’ulivo, sarebbe rimasto un tesoro nascosto, scalfito solo dallo scorrere del tempo.

E ancora, una porta finemente lavorata con colori prettamente distinti. Lo sfondo blu e la superficie divisa in grandi quadrati bianchi, ci racconta la storia di un matrimonio misto, dove la religione del padre, il blu, musulmana, racchiude e accoglie quella della madre, bianca, di origine cristiana. Il battente con la mano di Fatima, la figlia di Maometto, benedice quest’unione voluta da un Dio superiore alle divisioni che l’arroganza umana pone fratello contro fratello.

Separazioni che non si vedono fortunatamente negli occhi dei bambini di tutto il mondo, soprattutto in quelli dei ragazzi tunisini che giocano spensieratamente negli spazi lasciati liberi da una disordinata politica edilizia, per diventare i padroni incontrastati di un pallone che rimbalza fra gli spogli ciuffi d’erba di uno spiazzo illuminato dal sole. I loro occhi sono fieri e ribelli, mostrano il coraggio atavico che deriva dal sopravvivere sapendo trovare un’oasi nell’affascinante viaggio della propria vita.

Cartagine

Che strano effetto fa aggirarsi fra quelli che sembrano solo i ruderi di un glorioso passato che è stato. Pensare che in queste vie strette di pietra gialla si sono snodate le vite di uomini che, al tempo stesso erano padri, mariti, figli ed eroi e venire contemporaneamente avvolti dal silenzio, sotto un cielo evanescente e perlaceo, che inmalinconisce un po’ i pensieri.

Cartagine accoglie i passi di chi si avventura fra le sue strade in un’atmosfera di fascino senza tempo, ci si sente un po’ sgomenti e misteriosamente affascinati mentre, appoggiati ad una colonna si osserva il mare in lontananza, quelle onde fra cui si scontrarono romani e greci per il predominio del Mediterraneo.

La mente torna alla storia e, se solo si chiudono gli occhi, si può intravedere persino la figura un po’ sfocata e malinconica della bellissima regina Didone. Ella osserva  il mare con occhi tormentati, quegli stessi occhi che si erano illuminati d’amore per il troiano Enea, al quale si era abbandonata con fiducia e passione ma dal quale fu lasciata perché il guerriero troiano doveva affrontare da solo un altro destino e fondare Roma. La dolce regina, per il dolore e lo strazio di quella perdita, preferì togliersi la vita che continuare l’esistenza senza di lui, anteponendo così i suoi sentimenti a  quella che oggi definiremmo la “ragione di stato”. Del suo strazio rimane un’eco malinconico fra queste pietre antiche.

Finiti i sogni persi nei tornelli della memoria, se si aprono poi gli occhi e si torna bruscamente al presente, ci si rende conto che la presunzione, o forse soprattutto la paura degli uomini, non ha lasciato più nulla della Cartagine punica che tanto affascina gli stranieri che la visitano oggi. I romani, temendo che l’Impero di questa città in espansione minacciasse eccessivamente Roma, distrussero completamente la città e occuparono la Tunisia, che diventò la prima provincia africana di Roma.

Cesare nel 46 a.c. fece ricostruire la Cartagine romana e la rese fulcro di importanti attività commerciali, grazie alla coltivazione del grano, portando la “civitas romana” fra le strade troppo strette per i fasti e le celebrazioni dei consoli romani. Ne sono testimonianza le Terme di Antonino, di cui sono rimaste solo le fondamenta, che si intravedono sottoterra. Scendendo pochi passi verso il sottosuolo per osservare ciò che è rimasto di questo edificio, e cioè una piantina disegnata sulla pietra, riesco ad alzare lo sguardo verso il mare. Mutano il cielo, non i pensieri, coloro che fuggono attraverso il mare.

Deserto

Sta per sorgere l’alba sulle rive del grande lago salato nell’estremo Sud della Tunisia, a pochi chilometri dal confine algerino. Il tempo sembra essersi fermato e scolpito nelle rocce di sale che si intravedono sulla riva e sotto la sabbia. La luce rosata che si sta facendo strada all’orizzonte sembra spezzettarsi in mille pulviscoli di aurora e sconfigge, raggio dopo raggio, il buio fitto della notte. È un’eterna, millenaria battaglia che accade, giorno dopo giorno, da secoli ma che per questo non perde il fascino del suo incanto avvolgente, che si riflette negli occhi antichi dei beduini del deserto.

Vendono la loro mercanzia, anche se sono più silenziosi rispetto a quelli che vivono in città, è come se sentissero il peso della malinconia del deserto: distese multicolori di sabbia che cambiano sfumature in ogni loro sguardo. Sorridono nel viso ma sono immobili nei gesti, la loro sopravvivenza avviene in cambio del nostro lusso, uno scambio che a noi porta semplici orpelli, a loro il cibo quotidiano. Non esiste un prezzo da pagare per possedere la fiera nobiltà del loro portamento, non esiste moneta di così alto valore per poter comprare il vissuto delle loro mani.

Il deserto non pone domande e non offre risposte, sta a noi la scelta se guardare dentro se stessi e non smarrirsi in tanto silenzio o se trovare il coraggio di portare avanti le nostre scelte, sfidando pure il destino. Il deserto siamo noi con le nostre contraddizioni e le nostre paure ma soprattutto con le nostre speranze e i nostri sogni. Cosi come dicono gli arabi affidandosi a Dio:  insciallah.