Medea vi porta in viaggio in India. In questa prima puntata, scopriremo New Delhi, strani templi, i bazar e le strade delle città, brulicanti di persone

Arrivo a New Delhi

India. Appena esci dall’aeroporto vieni letteralmente investito da una quantità indescrivibile di ogni sorta di abitacolo pensabile e costruibile da un essere umano. Questi trabicoli circolano a due o a quattro ruote: biciclette, tricicli a pedale o a motore (con anche cinque persone a bordo, di cui solo i maschi con il casco), vecchie auto, taxi fatiscenti, camioncini, persino elefanti. E ovunque migliaia di persone che si muovono in continuazione in tutte le direzioni, sembra che un grande big-bang li abbia scararaventati da un centro misterioso e pulsante, immettendoli in un cuore vorace che li trascina in una loro ben chiara e prefissata destinazione.
India, dove chi si muove ha il viaggio nel sangue e la precarietà nella mente, come i pellegrini di Shiva che camminano per chilometri e chilometri solo per poter accogliere nel cavo della mano l’acqua sacra del Gange. Spiritualità e pulsione, purezza e caldo infuocato, che si scioglie in rivoli di sudore nei visi stanchi delle donne ferme ai semafori a chiedere l’elemosina con un bimbo appeso al braccio.
India, una terra che smuove dentro una catastrofe interiore che distrugge le tue sicurezze materiali e dove, se fai appena qualche chilometro tra le strade rurali, ti accorgi che il mondo potrebbe finire da un momento all’altro e che tu sei al centro di questo caos primigenio dove il bene e il male coesistono a pochi millimetri.
Prendi uno scassato pulmino delle guerre puniche e ti accorgi subito di non essere sbarcato su un altro pianeta, bensì in un universo parallelo dove le strade sono fiumane di persone, cani, sterco, vacche, rifiuti, capre, auto, carri, bici e moto. L’ordine è sparso, vince chi si infila per primo nello spazio libero. Il sorpasso è il modo di avanzare, il clacson è il ruggito delle belve che vogliono far sentire la loro voce e la loro predominanza sugli altri. Non esistono regole, vince il più forte. In questa giungla l’odore che entra dai finestrini è un misto di freni e di immondizia bruciata, di terra, di spezie e di decomposizione. La fine la riconosci nei musi smunti delle delle bestie, verrebbe da dire umane e non, che intravedi dal finestrino e dalle carcasse abbandonate ai lati della strada. Ogni metro è una sorpresa, ma la diversità di colori, odori, situazioni e l’apparente tranquillità con cui tutti si trovano a “combattere” quotidianamente per strada, è qualcosa di mai visto. L’autista non si scompone mai, neanche quando qualche essere vivente striscia accanto allo specchietto. Qui tutto è normale, qui tutto va bene così. Qui è l’India, semplicemente.

New Delhi, la città vecchia

Si vede che New Delhi è la capitale dell’India, sede del governo della più grande democrazia liberale al mondo. La città è compresa in un’area metropolitana che è la seconda più importante del Paese, e, attraverso i secoli, l’incanto di Dehli è rimasto intatto, facendo risplendere il potere e la gloria dei suoi sovrani attraverso i monumenti sopravvissuti. Oggi, otto milioni d’abitanti abitano in un’area di 1,485 chilometri quadrati, sulle rive del fiume Yamuna che scorre da un ghiacciaio himalaiano per unirsi con il Gange ad Allahabad. La città è idealmente divisa in New Delhi e Old Delhi.
La città moderna, ruota intorno a Connaught Place, di fatto è una mescolanza del vecchio e del nuovo: saltimbanchi per strada, orsi e scimmie danzanti sono ancora fonti di divertimento in alcuni quartieri più  popolosi. Questa è Delhi, che il poeta-re Bahadur Shah Zafar definisce: “il gioiello del mondo dove abitano soltanto quelli amati dalla fortuna”. Lo stile della città è internazionale e lo si pu osservare lungo la piazza bordata d’edifici coloniali con portici, dalla quale partono nove viali che dividono la zona. Ma quella che interessa a me è la Old Delhi, una sorta di città nella città  addensata in vicoli sempre più stretti, dentro i quali si affacciano case vecchie di cinquecento anni, alcune scolpite in stile Rajastano, altre più classiche di stampo britannico.Mi stupisce come i cortili interni brulichino di vita, le porte siano tutte aperte, e penso che nel quartiere ci debba essere una sorta di fiducia e bassa criminalità.
Siamo ora nell’area dei bazar, ci sono quello della carta, quello dei saree, infine quello dei gioielli. Quest’ultimo è sicuramente il più abbagliante e mi pare anche il più bello fino a quando non arriviamo al bazar delle spezie, chiuso in un complesso murario di quella che, qualche secolo prima, era un’abitazione sfarzosa, e che ora racchiude il più grande crocevia di profumi e sapori che i miei occhi o il mio olfatto abbiano mai incontrato. Il naso è letteralmente assalito dall’odore (e dalla polvere sottile sollevata dal vento) dei sacchi di peperoncino essiccato, di mango, masala, curcuma, cumino.
È qui, in questi sapori, che continuo ad assaggiare l’India, trovandola sempre più affascinante, maestosa, brulicante di vita, dove le persone, le bici, le moto, e le auto, persino i risciò sembrano un corpo unico in movimento, un lungo serpente o un fiume che vuole arrivare al mare portando con sè tutti i sapori e odori che incontra.

Tutti pazzi per il ratto

È quasi sera, qui a Deshnok, una graziosa cittadina a circa trenta chilometri da Bikaner. Sto prendendo il fresco sulla terrazza dell’albergo quando mi si avvicina un garbato signore: “madame, mi dice, do you want to see somethingh very special?” E figurati se mi perdo l’occasione di scoprire qualcosa di nuovo! Mi metto velocemente alle sue calcagna dopo che mi ha invitato a seguirlo con un cenno della testa. Usciamo in strada e ci dirigiamo lungo un viottolo sterrato alla fine del quale ci sarà, mi annuncia, il più famoso dei templi indiani dedicati a divinità particolari. Incuriosita gli chiedo quali siano queste misteriose e ieratiche presenze che andremo a visitare ma lui si limita a sorridermi e ad accelerare un poco il passo. Vedo il tempio in lotananza e, in effetti, è un meraviglioso edificio in stilentardo gotico moghul, incrocio di architetture islamiche persiane ed indiane ed è un vero piacere per lo sguardo. Ma più mi avvicino più… non so… sarà il caldo, ma mi pare proprio che le colonne del tempio ondeggino… o meglio che ci sia qualcosa, alla loro base, che ondeggia, creando delle sinuose onde e ombreggiature affascinanti. Sono sempre più intrigata, fino a quando arrivo vicino, davvero vicino, e scopro che… sono code di ratto! Per la precisione quelli che a me sembrano milioni, ma che il vecchio precisera: «sono “solo” ventimila ratti sacri, venerati da indiani che provengono da tutto il Paese e che li credono reincarnazioni dei devoti del dio della morte Yama». I roditori scorrazzano liberamente per il tempio, si abbeverano in grosse ciotole poste a terra colme di un liquido biancastro che sembra latte, (di cocco scoprirò poi) e mangiano delle polpettine di non so cosa che vengono loro offerte, della serie “un morso tu, uno io”, usanza che, si dice, porti molta fortuna sia al devoto che al topo. Io? Grazie no, ho già mangiato per il prossimo millennio.
Mi sembra di svenire ma poi penso che lo farei… sui topi, dato che c’è  ne sono così tanti e che, soprattutto..sono impegnati a (come si può dire elegantemente?), beh ecco ad ‘espletare’  le loro naturali funzioni naturali sul pavimento (e nei templi indiani si entra sempre a piedi nudi).
Che fare? Incresciosissimo dilemma: entrare o non entrare, appunto, a piedi nudi? Otello era un dilettante al mio confronto. E poi… e poi mi faccio coraggio e, sperando di avere messo i calzini più spessi che ho in valigia, mi avventuro più in profondità. A onor del vero non ci sono suoni particolarmente sgradevoli, tipo squittii o lotte fra ratti scandite da sibili e rotolamenti, in realtà la maggior parte dei topi sembra dormire satolla raggruppata in ceste o negli angoli più caldi. C’è anche chi ne accarezza qualcuno che è rimasto sveglio, chi ne tiene qualcuno in braccio, ma io (ah, questo proprio no), mi sibila il mio di cervello all’orecchio, ricordandogli l’odio ancestrale che da sempre ha contrapposto donna a ratto. E dunque, avendo osservato tutto con attenzione e persino un po’ contenta di aver osato tanto, esco dal tempio. Ciao Karni Mata Temple, io e i miei calzini ti abbiamo visitato con coraggio ma fra i due solo io ritornerò in Europa! E a questo pensiero li sfilo, senza guardarli sotto, li appallottolo e li appoggio sopra un muretto (di cestini vicino, neppure a parlarne…), alla mercé di qualche indiano che si sentirà perfino fortunato. Paese che vai… ratto che trovi!

Gente dell’India

Come si vive in India per noi occidentali è un profondo mistero. In realtà, da quando hanno ottenuto l’indipendenza, hanno regole e leggi democratiche e diritti e doveri universali, ma questa ufficialità  scritta si scontra con una percentuale altissima di analfabetismo e miseria. La guida dice che gli analfabeti sono solo il dieci per cento della popolazione ma io non credo. Vedo i bambini sulle strade a chiedere l’elemosina e non penso proprio che solo una percentuale così  bassa non sappia né  leggere né  scrivere  e che questa sia, anzi, la regola e non l’eccezione. La guida è  benevolente nei confronti degli occidentali, dice di aver viaggiato e dunque si suppone abbia una mente aperta, ma io leggo nel sottofondo dei suoi gesti e della sua voce una sorta di disprezzo velato, un distacco che risulta più evidente quando proibisce tassativamente di dare soldi o oggetti alla folla di bambini  che, in ogni villaggio, ci accoglie festosa. Dice che, se lo facciamo, li rendiamo indolenti e poco propensi allo studio e al lavoro, ma io mi chiedo se davvero queste creature, la cui famiglia ha già  deciso per inesorabile povertà e destino di non mandare a scuola, sarebbero stimolate diversamente senza il dono di un piccolo oggetto che a noi non toglie nulla ma che a loro, forse, risolve la giornata. Alla fine, ognuno di noi lotta continuamente per raggiungere anche solo uno scampolo di felicità  e dunque non siamo molto diversi nei nostri desideri, la differenza sta nel saper cosa desiderare.
Arrivata qui, col caldo, le mosche insistenti sul viso e sulle braccia, camminando fra i rivoli maleodoranti, pensavo quasi ossessivamente a che cosa avevo bisogno: una doccia calda, dell’acqua, sapone, dei fazzoletti profumati e poi, nel giro di qualche ora, avendo  donato i fazzoletti, le caramelle, penne e matite che avevo in borsa, e realizzando, allo stesso tempo, che non li avrei più potuti comprare durante tutto il viaggio (si dona spesso, magari, pensando: ‘questo lo ricomprerò, non è importante’), mi sono resa conto di cos’è  realmente la felicità e, in senso lato, il benessere, se è  possibile distaccarlo dai bisogni materiali o se siamo così  profondamente intrisi di consumismo da non poterne fare a meno. È ancora troppo presto per dare una risposta.