Inauguriamo con questo articolo una corrispondenza con il caporedattore di arte e società di Medeaonline, Paolo Magri, che in questo momento si trova in Giappone. Ci racconterà in presa diretta il Paese del Sol Levante visto con gli occhi di un europeo

Il viaggio in aereo è stato piacevole, 14 ore tra Parigi e Osaka con scalo a Seul. Con i mezzi di oggi anche un viaggio del genere trascorre veloce, è confortevole: un paio di capitoli di un libro, un film, una chiacchierata, una cena, un mezzo riposo che non si può chiamare sonno. Ma intendiamoci: un viaggio più riposante di una cuccetta Reggio Calabria-Milano e siamo passati dall’altra parte del mondo. Queste cose dovrebbero fare riflettere e, forse a malincuore, ti danno il senso inevitabile di vivere in un villaggio globale, un mondo dove i riti collettivi sono ormai sempre gli stessi, la lingua comune un inglese approssimato dalle mille intonazioni ed accenti.

Nell’Asia più profonda

Non essere mai stati in Asia, e nell’Asia più profonda, non scusa i nostri radicati pregiudizi di occidentali in contrasto con lo stato ormai assodato delle cose. Pensare che i paesi emergenti restino ancora emergenti e non emersi fa parte di questi preconcetti. É infatti impressionante constatare dall’aereo il conglomerato industriale attorno a Seul: le centinaia di ciminiere fumanti, le immense opere di ingegneria civile che tessono la costa, e in lontananza lo skyline da dieci milioni di abitanti che dalla piccola Corea del Sud fornisce all’occidente molte delle sue automobili, dei suoi cellulari, della musica che ci fa danzare in estate. L’aeroporto di Seul, neanche a parlarne, trasforma Fiumicino in una stazione di treni regionali. L’immensa galleria servita da tapis-roulants ridefinisce il concetto stesso di aeroporto, trasformato in un tempio del consumismo, in cui ritroviamo le solite marche del lusso occidentale, italiane e francesi in testa.

Pregiudizi occidentali

I pregiudizi verso il Giappone per noi occidentali, pendono invece da tempo a loro favore: dall’ascesa economica del dopoguerra all’invasione dei Manga, alla rilettura di Tarantino dell’immaginario nipponico, l’aggettivo “giapponese” è ormai sinonimo di precisione simil-svizzera, di bellezza zen, di buon gusto e delicatezza, d’amore per le tradizioni. Sono partito con Elise per questo viaggio senza troppa riverenza. Ho sempre trovato interessante la cultura giapponese come ne trovo interessanti molte altre, come del resto ho sempre trovato inutile far finta di essere qualcun altro quando sono semplicemente occidentale, e nella fattispecie italiano. Scrivo questi appunti di viaggio credo con imparzialità, come chi passeggia per strada senza aspettarsi niente di particolare ma con gli occhi aperti e curiosi di vedere cosa succede.

A Osaka il benvenuto di Renzo Piano

E cosa succede inizia all’aeroporto di Osaka, un’opera faraonica progettata dal nostro Renzo Piano. Un aeroporto sorto dove prima c’era solo il mare di fronte al porto di Osaka, sopra zattere di cemento armato che hanno creato terra dove prima terra non c’era. Un taxi ci attende: un camioncino di quelli nipponici inesistenti nel resto del mondo, dalle forme tonde, fumettistiche, gestito da una compagnia di trasporti organizzata come una società di crociere. Il viaggio verso Kyoto lo facciamo in compagnia di altre sei passeggeri, tutti giapponesi presi a rimirare i loro cellulari. Il tassista è rapido nei movimenti, preciso nelle mosse, sicuro nella guida; si orienta usando cartine stampate su fogli A4, è sveglio, elegante nella sua uniforme da tassista degna del capitano di una nave. È efficientissimo, rispecchia tutti i pregiudizi positivi che abbiamo sui giapponesi. Dal finestrino, il paesaggio notturno svela un tragitto di un’ora e mezza senza alcuna campagna, in cui una città si sostituisce all’altra in un solo sistema urbano continuo e diffuso. Senza capire bene quando, siamo arrivati a Kyoto davanti all’hotel.

La misteriosa Kyoto

A prima vista, Kyoto può deludere. Considerata la città della cultura giapponese in ragione del suo millenario ruolo di capitale dell’impero prima di Tokyo, può sembrare un conglomerato di edifici stancamente moderni che convivono con qualche casa tradizionale e qualche tempio in legno. Ma allontanandosi progressivamente dal moderno centro minerale, la città svela tutto il suo fascino: templi millenari e palazzi imperiali secolari, diciassette dei quali fanno parte del patrimonio mondiale dall’UNESCO, si nascondono nel mezzo di giardini zen mozzafiato, la cui bellezza lascia senza parole. L’ordine zen costruisce forme artificiali per ridefinire la natura, nel rispetto del dialogo tra uomo e cosmo. Tra questi, il tempio d’oro, che protegge l’effigie di Buddha, conosciuto in tutto l’oriente da secoli, riflette le sue forme pure e incorruttibili nel lago che gli sta innanzi. Non lontano, il primo palazzo imperiale svela tutta la modernità del fluire dei suoi spazi interni ed esterni, l’elegante matrimonio del legno delle pareti con la corteccia degli alberi e dei bambù.

Tradizione eterna e modernità estrema

Può sembrare banale, ma davvero il Giappone è la patria di questo contrasto. E lo svela in ogni cosa. Dai piatti tradizionali da ordinare in una sorta di bancomat e serviti sul bancone di una tavola calda, ai distributori automatici che propongono bevande improbabili nel bel mezzo della strada. Dai videogiochi e i personaggi dei cartoni animati presenti ovunque, ai delicati timbri da apporre sui fogli come ricordo nel corso della visita dei templi. Dalle persone in chimono per strada, agli scolari in divisa, agli adolescenti eccentrici. Dagli uomini in giacca e cravatta che pedalano su una bicicletta, alle nonne nell’autobus che si affiancano alle nipotine in gonna e calze sexy, entrambi munite di maschere per proteggersi da chissà quale pestilenza. Fortuna ha voluto che capitassimo a Kyoto il giorno in cui la città rivendica il suo antico orgoglio di capitale, attraverso lo Jidai-Matsuri, una sfilata di costumi di tutte le epoche che dal palazzo imperiale (una delle dimore dell’imperatore ancora in funzione) passa per le strade della città per giungere al Tempio di Heian. Tra le quinte dei moderni uffici, sulle strade in bitume di Kyoto, sfilano samurai e imperatori, shogun e cortigiane.

Il festival del fuoco

La sera dello stesso giorno, prendendo un treno gremito di turisti, andiamo al “Kurasama fire festival”, una manifestazione che si tiene una volta all’anno. Gli abitanti di due paeselli sulle montagne attorno a Kyoto, si incontrano davanti al tempio, trasportando grandi torce di fuoco. Dopo ore di preparativi ad accendere il fuoco, mangiando e bevendo senza ritegno, i due gruppi si unisco, tengono la processione al suono dei gong e bruciano il tutto davanti al tempio. Ogni azione si svolge davanti a migliaia di turisti, accorsi per farsi guidare da decine di poliziotti muniti di manganelli luminosi che ti insegnano a fare la fila, se per caso a scuola non te lo avessero mai insegnato. I giapponesi sono simpatici. Ne abbiamo incontrati parecchi in questi primi giorni, dal vecchio guardiano del cimitero, agli studenti che ti spiegano i piatti da scegliere al ristorante il cui menù è scritto solo in giapponese, agli efficientissimi impiegati delle ferrovie. Ma stasera, ci rivelano l’altro volto nipponico: quello dionisiaco, folle, delle occasioni speciali, in cui tradizione sacra e senso di appartenenza si mescolano in un cocktail esplosivo. Gente seminuda che trasporta torce infuocate senza badare a chi sta loro dietro con una macchina fotografica, poliziotti che urlano come nei peggiori film sulla gestapo, donne in chimono accanto a mariti vestiti come demoni. Davvero una serata speciale. Elise ha avuto la brutta idea di scavalcare una torcia per restare in fila. Risultato: un pacca energica sulla spalla da parte di un partecipante al rito, con annessa ramanzina in giapponese per avere commesso un grave sacrilegio.

Tre minuti di cambio sul “treno proiettile”

Bene, per ora è tutto. Lo shikansen per Hiroshima ci aspetta alla stazione. Abbiamo un cambio da fare a Okayama. Solo tre minuti di tempo tra un treno e l’altro? Non è rischioso? Chiediamo ingenuamente alla stazione. La ragazza alla biglietteria ci guarda e sorrise. No, tre minuti bastano, arriverete in stazione e il treno vi aspetterà puntale sul binario di fronte. Possibile? Certo. É accaduto tutto come previsto.