Si conclude con questo articolo la corrispondenza di viaggio dal Giappone scritta dal caporedattore di arte e società di Medeaonline Paolo Magri. Potete trovare la prima parte  della rubrica qui, mentre la seconda parte si può leggere qui

Uno Shinkansen rapidissimo ci porta a Odawara, seguito da un regionale dal percorso montagnoso mozzafiato che giunge a Hakone, nota località termale conosciuta per le proprietà benefiche delle sue acque alcaline e per la vicinanza al celebre monte Fuji.  Il Giappone è un paese dove il mare è il re e la montagna è la regina.  Questi due protagonisti del paesaggio spiegano molto della cultura giapponese, il carattere riservato e gentile del suo popolo. L’arcipelago è formato da isole strette e lunghe dove la costa, calda e afosa ancora alla fine d’ottobre, cede il passo alle fresche colline e alle fredde montagne. Tra la montagna e il mare si sviluppa un turismo nazionale importante, fatto prevalentemente di fine settimana in famiglia, in un paese in cui le ferie sono malviste e sono limitate a un paio di settimane l’anno, prevalentemente in estate. Così, due o tre giorni in montagna alle terme o negli Onsen, il bagno da fare nudi nelle sorgenti d’acqua calda, sono per i Giapponesi un toccasana, un mezzo per riposarsi nel mezzo di una vita stressante fatta di lavoro e impegno costante, condizione a cui sono abituati fin da bambini.

Il lavoro

Il lavoro per i giapponesi non è solo una modo di riuscire la propria vita professionale, o un dovere verso la propria famiglia. É innanzitutto il segno d’appartenenza alla comunità, a un gruppo, è la  maniera per contribuire alla crescita del proprio popolo e della propria nazione : una condizione a cui credono fortemente, ma a cui sono obbligati ad aderire se non vogliono essere esclusi dal sistema sociale. Sentirsi bene al lavoro è il primo valore di un cittadino giapponese. Condividere con i colleghi sei giorni alla settimana, per dodici ora al giorno, è una condizione normale, disciplinata da codici precisi, da rituali gerarchici condivisi. Il concetto di famiglia, fondante nella società nipponica, è traslato a una scala più grande verso l’impresa e verso lo stato, e si manifesta attraverso le “divise”.  La divisa è l’involucro che avvolge ogni loro azione. Sin dalle prime scuole, il cittadino giapponese è in divisa: una sorta di vestito alla marinara che si declina secondo l’età e l’istituto frequentato. Il chimono, che non appartiene più alla vita quotidiana, è la divisa che agghinda i giorni di festa. Al lavoro, la giacca e la cravatta sono obbligatori per ogni lavoro d’ufficio, persino per i mestieri creativi. Per gli altri lavori, la divisa assume quasi una valenza militare: dai conduttori di autobus, ai parcheggiatori, ai responsabili della sicurezza dei cantieri, fino ai giardinieri delle aiuole urbane, tutti sfoggiano costumi a cavallo tra quelli del capitano del Titanic e quelli dei robot dei cartoni animati. Forse per questo, l’adolescente giapponese vive la ribellione all’omologazione in modo più radicale di un occidentale e il risultato è, ancora una volta, incredibilmente manga.

La natura

Questo spirito di appartenenza si manifesta anche verso la natura. Il giapponese passa molto tempo ad osservare con rispetto il paesaggio, il suo equilibrio, la relazione stretta che esiste tra natura ed artificio. Esiste in Giappone un’attenzione quasi maniacale ai ritmi e ai tempi della natura. Capita spesso d’incontrare persone che attendono per ore la comparsa di un uccello o di un roditore, munite di macchina fotografica per immortalare l’evento. Il paesaggio è il veicolo fondamentale della riflessione, come è testimoniato dalla poesia degli haiku, il componimento in tre versi di diciassette sillabe caratteristico della metrica giapponese. Seguendo questa ispirazione, il nostro viaggio ci porta sul vulcano Owakudaini, accanto al lago Ashino-ko, dove una teleferica risale la china della montagna per condurre il turista al miglior panorama per vedere il monte Fuji. Purtroppo la giornata non è delle migliori e il Fuji si nasconde dietro le nuvole. Non resta che assaggiare la specialità locale: le uova sode nere, cotte nelle acque vulcaniche.

Tokyo

Tokyo è la città che raccoglie in sé tutte le riflessioni mi hanno accompagnato nel viaggio. Ci arriviamo una sera all’ora di cena, per restarci quattro notti. Troppo poco per visitare una città di tredici milioni di abitanti. Abbastanza per convincersi a tornare. Tokyo, letteralmente « capitale dell’est », è la capitale del Giappone dal 1868, quando il Giappone si riunificò alla fine dell’era secolare del dominio degli Shogun. La residenza dell’imperatore fu spostata in questa città, fino ad allora chiamata Edo ; oggi ci troviamo il parlamento e il governo del Paese. Lo scopriamo visitando il bel museo della città di Edo, ricco di documenti, modellini, stampe d’epoca, che testimoniano l’evoluzione rapida di una città di pescatori nella capitale dell’impero nipponico. Una città immensa, in cui un sistema ferroviario efficiente e labirintico serve un’area metropolitana diventata nel 1990 la seconda piazza finanziaria mondiale e la capitale indiscussa dell’high-tech. Una città che riassume tutti i contrasti tra il Giappone tradizionale e quello moderno di cui si è già accennato e che si manifestano nella forma della città.

L’urbanistica giapponese

Tokyo è il capolavoro dell’urbanistica nipponica. Una maglia regolare di strade moderne e spaziose ricostruisce la città distrutta dal terremoto del 1923 e dai bombardamenti americani del 1945, formando il tessuto in cui i grattacieli bordano gli isolati ; all’interno troviamo le costruzioni più piccole e le case tradizionali. Non esiste uniformità e coerenza a Tokyo: ai grattacieli s’incrociano i viadotti ferroviari, le passerelle pedonali, le stradine incorniciate di chioschi dove si può mangiare a ogni ora del giorno. Non esiste quasi spazio pubblico ; le stazioni e i centri commerciali sono i non-luoghi di ritrovo e d’incontro. Le costruzioni sono esercizi di stile interessanti, utopici, densi di significato ma isolati l’uno dall’altro, affiancati fortuitamente. Un caos organizzato sembra regolare le forme urbane di Tokyo. E nel mezzo, lo sciame eterno di colletti bianchi che governano una nazione intera, e buona parte dei destini del mondo. Persone che lavorano, si muovono, si nutrono, si divertono, s’incontrano, si amano, si odiano. E, si direbbe, che mai si riposano. In mezzo a questa città brulicante, solo i santuari scintoisti e templi buddisti creano delle cesure nette, delle isole di umanizzazione, in cui storia e religione si fondono ad alleviare i ritmi incessanti della macchina. Una macchina efficiente, spietata, eppure attenta al valore di ogni tradizione, come traspare dalla visita del Tsukiji, il più grande mercato del pesce del mondo. Qui i pescatori affettano il tonno con la katana e i vigili in divisa dirigono il traffico dei muletti carichi di pesce che sfrecciano a destra e a sinistra, noncuranti dei turisti.

Il ritorno

Bene, come si arriva, si riparte. È la legge inesorabile del viaggio. Corro un ultima volta sul lungofiume dietro l’hotel a fianco dei barboni che sonnecchiano sotto i ponti, quasi a confermare che tutto il mondo è paese. Corro ascoltando la colonna sonora di Kill Bill volume 1, pensando a Beatrix, a Bill, a O-Ren Ishii, alla sua banda di guerrieri della Yakuza. Ritorno alla visione del Giappone con gli occhi di Tarantino, quella di un americano nel mondo globalizzato. Forse fare questo viaggio non è servito a nulla, forse serve più tempo, molto più tempo, per non cadere nella visione artificiale di un paese. Ma torno casa con una certezza. Da cittadino del decrepito vecchio continente, nutrito di miti antichi e noiosi, ho avuto la conferma che gli uomini dall’altra parte del mondo non camminano a testa in giù, e questo mi rassicura. Ho scoperto che non sono né migliori, né peggiori di noi. Vivono, lavorano, amano, odiano come ogni uomo su questa terra. Oggi la fortuna sorride a loro e ai loro vicini del Sud-est asiatico. È il loro momento. Ed è il momento per noi di conoscerli meglio, per non lasciarci travolgere da facili pregiudizi che possono fare solo male a noi e a loro. Penso a tutto questo due ore prima di prendere l’aereo per Parigi, mentre corro per la città, rinnovando ancora una volta un’abitudine che ci hanno insegnato gli americani.

In fondo non è sbagliato ascoltare Kill Bill. È un bellissimo film. E la colonna sonora aiuta a correre.

Il testo non “commenta “ le immagini. Le immagini non “illustrano” il testo: ognuna è stata per me soltanto l’inizio di un vacillamento visivo, analogo probabilmente alla perdita di sensi che lo Zen chiama un “sartori”; testo e immagini, nel loro intreccio, vogliono assicurare la circolazione, lo scambio di questi significati: il corpo, il viso, la scrittura, e leggervi il distacco dei segni.

Roland Barthes, L’Impero dei Segni