I fratelli Matteo e Niccolò Polo, appartenenti a una famiglia di facoltosi mercanti veneziani, erano dediti a frequenti traffici con l’Oriente. Nel 1261, partiti dalla Crimea, raggiunsero il basso corso del Volga e si spinsero fino alla corte del gran khān Kublai in Cina.

Rientrati a Venezia nel 1269, ripartirono per l’Oriente nel novembre 1272 con il giovane figlio di Niccolò, Marco (1254-1324). Dopo un viaggio do 30 mesi attraverso l’Anatolia, la Mesopotamia, la Persia, il Pamir, il Turkestan Orientale e il deserto del Gobi, giunsero a Khānbalik (o Cambaluc, capitale dell’impero mongolo, l’odierna Pechino) recando doni e messaggi da parte di papa Gregorio IX.

Conquistata la fiducia del gran khān, il giovane Marco svolse importanti missioni diplomatiche e commerciali ed ebbe modo di conoscere gran parte dell’Oriente, studiandone nei particolari i costumi e le civiltà. Ottenuto all’inizio del 1292 il permesso di rimpatriare, i Polo salparono da Zadon (l’odierna Chuan-Chow) con 14 navi e, approdati dopo 18 mesi di navigazione al porto persiano di Hormūz, proseguirono per terra il viaggio di ritorno. Rientrati a Venezia nel 1295, Matteo e Niccolò vi morirono nei primi anni del sec. XIV, mentre Marco proseguì ancora per molti anni l’attività mercantile.

La vita di Marco prima della partenza per la spedizione cinese rimane oscura ma, una volta tornato a Venezia, sappiamo che sposò la nobildonna Donata Badoer, dalla quale ebbe tre figlie. Pochi anni dopo il suo ritorno fu catturato in uno degli scontri navali tra Venezia e Genova, frequenti in quegli anni, e rinchiuso nel 1298 nelle carceri genovesi, da cui uscì nel 1299, dettò al compagno di prigionia Rustichello da Pisa il Milione.

Il libro assume i caratteri talvolta della descrizione geografica e qualche volta del resoconto storico, uniti a una vivacità e freschezza di dati straordinarie. L’«io» del narratore, anche se anima tutte le pagine, non affiora in senso stilistico se non in rarissimi interventi. L’impostazione è tutta oggettiva e reale, configurandosi in una serie successiva di quadri che mirano a rivelare concretamente le novità e le meraviglie incontrate o comunque apprese entro quel mondo d’Asia, che l’immaginazione contemporanea popolava di mostri e di portenti.

Rustichello scrisse i ricordi di Marco nella lingua d’oïl, allora la più conosciuta nel mondo neolatino, un francese ricco di vocaboli, di forme italiane e di deformazioni individuali. Il libro nasceva quindi in modo unico. Eccezionale fu poi la fortuna dell’opera, destinata a un più vasto mondo in cui i mercanti e gli scienziati (geografi, cartografi, etnologi, uomini d’affari) venivano a trovarsi in prima fila. Sicché l’opera, per canali molteplici, fu divulgata e riassunta, al punto quasi da venire declassata a guida pratica di informazione mercantile: a questa straordinaria diffusione seguì anche, proporzionalmente, un gravissimo deterioramento del testo.

Il titolo stesso è incerto nei diversi codici e stampe antiche: la dicitura di Milione con cui si indica oggi comunemente il libro divenne ben presto, con il diffondersi dell’opera, espressione corrente, anche apparve solo in codici trecenteschi della «riduzione toscana», dovuta alla trasposizione dalla persona al testo di un nomignolo di Marco e dei suoi ascendenti, per cui si disse Il Milione il libro di messer Marco Polo cittadino di Venezia detto Milione.

Nei codici più antichi il libro è chiamato Le divisament dou monde, (La descrizione del mondo), o altre simili espressioni. Più tardi ebbe molta fortuna l’intitolazione De mirabilibus mundi (da cui, il titolo corrente nel francese moderno: Livres de merveilles). Nel libro vive lo spirito entusiasta dell’esploratore, il quale non pone la sua opera sotto il segno dell’utile, ma sotto il segno della conoscenza. Il Milione si pone come una mirabile sintesi di scienza e di avventura umana, tra le più significative della civiltà del Medioevo.

[fonte: Australopithecus]