Il cardine su cui si basava la politica internazionale nei decenni dopo la II Guerra MOndiale era la contrapposizione tra superpotenze, caratterizzata da un continuo mantenimento della tensione, anche militare, ai massimi livelli; Stati Uniti e Unione Sovietica erano tuttavia disincentivati ad utilizzare le armi per primi nella consapevolezza che il nemico fosse in grado di rispondere con uguale, distruttiva forza.
Ad un ventennio dalla fine della guerra fredda, a Mosca e Washington si ingrossano le file del partito dei nostalgici della “mutua deterrenza nucleare”. Ormai lontano ricordo, sostituito da una realtà internazionale fatta di una molteplicità di potenze emergenti, poli di crisi e possibili minacce alla sicurezza collettiva.

War on terror: è la parola d’ordine oggi negli Stati Uniti e in Russia, mai come ora accomunati nei timori strategici e nelle paure delle masse. Il contenimento della minaccia terroristica, di matrice qaedista o di origine caucasica, è divenuto l’obiettivo principe di amministrazioni lontane dell’ideologia e nei metodi. Obama e Medvedev affrontano loro malgrado il prototipo del nuovo nemico impostosi nel XXI secolo: lo stragista kamikaze. In entrambi i Paesi, il terrore ha sostituito la paura della guerra nucleare.
L’epoca del terrorismo si è aperta in Russia in modo precoce e differenziato rispetto a quanto accaduto negli Stati Uniti.
Il fenomeno ha in primo luogo un’origine interna: gli attentati che insanguinano metropolitane, teatri, scuole e aeroporti russi sono orchestrati da gruppi indipendentisti organizzati formalmente nel territorio della stessa Federazione Russa, seppur con massicci appoggi esterni. Gli attacchi terroristici hanno inoltre una frequenza ben maggiore, e sono di svariata portata: il numero delle vittime e la valenza simbolica dell’evento hanno visto in Russia una delle massime differenziazioni.

Il nemico di un tempo, gli Stati Uniti, ha conosciuto il pericolo terroristico attraverso un grande choc, di memorabile risonanza mediatica. Gli attentati dell’11 settembre hanno rappresentato un punto di svolta nelle relazioni internazionali: l’unica superpotenza sopravvissuta alla fine della guerra fredda, seppur minacciata (in primo luogo da un altro gigante comunista, la Cina Popolare), aveva subìto il primo attacco sul territorio nazionale della sua storia, con obiettivi civili e non da parte di un regolare esercito. L’impostazione dell’intera politica estera americana ne è uscita rivoluzionata nella gerarchia degli obiettivi e nelle strategie d’attuazione.
La situazione russa è forse meno eclatante, ma altrettanto complessa e rilevante per gli equilibri internazionali. La precarietà della sicurezza nazionale del gigante eurasiatico è il risultato delle contraddizioni emerse dalla dissoluzione dell’impero sovietico, in primo luogo in termini di convivenza tra le numerose etnie della Federazione.

Gli attentati che periodicamente insanguinano i più affollati luoghi pubblici del paese sono di matrice islamica, ma hanno rivendicazioni di natura separazionista. La base logistica dei gruppi terroristici è l’area caucasica sottoposta a dominio russo, in particolare la Cecenia, territorio martoriato da una guerra condotta dall’esercito federale, iniziata nel 1996 e mai realmente conclusa.
Ufficialmente, ad oggi il pericolo indipendentista è sotto controllo, e la Repubblica caucasica è stata consegnata nelle mani di un fedelissimo di Putin, Ramsan Kadyrov. Il governo locale è tuttavia divorato dalla corruzione e non ci sono risorse da investire né per ricostruzione delle città distrutte, né per la normalizzazione della vita dei civili. La guerra decennale che ha colpito il territorio ceceno è stata particolarmente cruenta: non solo perché si è trattato un conflitto tra esercito federale e cittadini russi (tali sono i ceceni), ma soprattutto per i metodi usati dall’esercito nazionale. Stupri, rapimenti e violenze di ogni sorta hanno affiancato quotidianamente i bombardamenti e gli spari dei cecchini.
Il Caucaso è divenuto terreno particolarmente fertile per il proliferare di gruppi sovversivi: il sentimento nazionalista, mischiato all’integralismo religioso, è l’ingrediente che rende tale regione una bomba ad orologeria per la sicurezza della Federazione Russa e dell’Asia Centrale.

L’attentato del 24 gennaio all’aeroporto di Domodedovo di Mosca ha colpito una nazione già scossa da innumerevoli episodi simili. Tutti i luoghi pubblici delle metropoli russe sono obiettivi sensibili. I gruppi terroristici hanno già colpito aerei in volo, treni, stazioni della metropolitana, teatri e scuole. Sui media di tutto il mondo sono state trasmesse le immagini delle “vedove nere” sorprese dal gas assieme con gli spettatori del teatro Dubrovka, nella capitale, e dei bambini intrappolati nella palestra della scuola n.1 di Beslan.
All’indomani della strage, il presidente Medvedev ha annunciato l’adozione di provvedimenti per scongiurare ulteriori attacchi e assicurare i responsabili alla giustizia, così come il predecessore Putin aveva dichiarato anni fa di essere disposto a rincorrere i terroristi e a “stanarli fin nel cesso”.

I russi hanno imparato in fretta a convivere con la minaccia terroristica e ancor più rapidamente con le misure restrittive delle loro libertà che il combatterla ha comportato. I paragoni con quanto accaduto negli Stati Uniti e in Europa dal 2001 appaiono fuori luogo: la Russia è la patria degli 11 settembre e neppure le violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini, nonostante le imponenti minacce alla sicurezza nazionale, sono da considerarsi eccezionali una volta oltrepassato il Volga.