A seguito dell’articolo introduttivo su Federigo Tozzi dove ho tentato un primo collocamento dell’autore all’interno della folta schiera dei mutamenti novecenteschi, delineandone lo stile e le tematiche, entro ora nel vivo affrontando uno dei suoi romanzi che, insieme a Il podere (1918) e a Con gli occhi chiusi (1920) , costituisce l’apice della sua produzione narrativa.

Uscito per l’editore Treves nel 1920, Tre croci ci trascina, con una prosa più organica e abbastanza distante da quel frammentismo di Con gli occhi chiusi (1919), all’interno del mondo chiuso e provinciale senese a cui già ho fatto riferimento nell’articolo precedente.

La figura dell’inetto si tripartisce qui nei tre fratelli Gambi proprietari di una libreria vittima della loro mala gestione. Uomini inconsistenti che sciupano la loro attività ed il loro capitale a causa d’una serie di errori e difficoltà che li involveranno nell’abisso di una morte quasi predestinata.

Gottosi, insoddisfatti, incapaci di tradurre in atto le loro capacità; questi sono i fratelli Gambi. Nulla fanno per cambiare la loro situazione se non precipitarla ancora di più affondando le loro precarie finanze in cibi succulenti e vini pregiati. Ed in questo contesto si inseriscono le difficoltà dei tre uomini nel rapporto con gli altri, in particolar modo con l’opposto per eccellenza: la donna.

Non c’è amore nel romanzo, dice Debenedetti, neppure quel primo stadio dell’esperienza amorosa costituito dall’eros. Possiamo supporre fugaci esperienze che però si traducono in esperienze solitarie, dove «l’altro» è figura passiva, un essere non partecipe. E l’atto solitario è la conferma di un’impotenza in senso generale che è caratteristica dei protagonisti succubi di una realtà che non posseggono.


Tre croci
è un romanzo, come ho anticipato nel titolo dell’articolo, in cui di fatto non succede nulla. L’esigua trama si esaurisce in pochi passi e per tal motivo il lettore è costretto ad indagare a fondo nel romanzo, oltre quel piacere immediato derivante dai risvolti della storia. Tozzi sembra guardare con particolare immobilità di sguardo il suo protagonista, scisso nei tre uomini, fino al punto in cui avverte lo slancio decisivo che conduce al finale che, come ci avverte il titolo del romanzo, scivola nella tragicità delle tre croci.

Di questa non-storia di tre uomini che si disintegrano, insieme al loro mondo provinciale, a contatto con la modernità, è possibile dire tanto, molto di più, ma vi lascio alla lettura che è di certo, più di qualsiasi riflessione critica, recensione o quant’altro, la migliore arma chiarificatrice di cui ogni lettore è in possesso.