Ultimi giorni per gustare una mostra eccellente. Al Museo di Capodimonte a Napoli, dal 19 aprile al 29 giugno, è stata allestita una rassegna monografica per un personaggio sconosciuto quanto geniale: Salvator Rosa. Un’esposizione che si svolge nell’ambito delle celebrazioni del cinquantenario dell’apertura al pubblico della sede museale e s’inserisce nel programma culturale della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, inteso ad approfondire, tramite esposizioni monografiche, la conoscenza di alcuni dei protagonisti della pittura napoletana del Seicento.
Salvator Rosa, indubbiamente una figura di spicco della cultura seicentesca, oltre che pittore, fu poeta originale ed estroso, autore di epigrammi e di satire ed anche raffinato musicista; attivo non soltanto a Napoli ma soprattutto a Firenze e a Roma, si colloca in quel particolare ambiente culturale che vede intrecciate scienza, magia, alchimia, filosofia e arte. L’artista – nato a Napoli nel 1615 e morto nel 1673 a Roma – esprime attraverso le varie forme artistiche, quel “dissenso” che contraddistingue tutta una generazione di pittori e scrittori, che si pongono in maniera fortemente critica nei confronti del potere politico e religioso.


“Salvator Rosa, dopo Caravaggio, – dichiara Nicola Spinosa – è certamente una di quelle personalità che più hanno segnato, non solo le vicende dell’arte in Italia tra naturalismo e barocco, quanto anche la fantasia di noi contemporanei. Poeta e pittore, letterato e uomo d’armi, uomo di teatro e pratico di alchimia, condensa in sé tutti gli aspetti più diversi e contrastanti di un partenopeo, che pur essendo stato costretto a lavorare altrove – a Roma e Firenze in particolare – conservò, comunque, dentro di sé l’animo di un uomo nato e cresciuto a Napoli, all’ombra del Vesuvio. La sua pittura, con temi biblici ed evangelici, alchemici e filosofici, magici e di stregoneria, ma anche fatta di straordinari ritratti di uomini e donne del suo tempo e autoritratti di coinvolgente comunicatività, è, infatti, attraversata, come tutta la realtà napoletana di ieri e di oggi, da luci e ombre, fatti e misfatti, miseria e nobiltà, profonda religiosità e irreversibile superstizione. Insomma, una mostra tutta da vedere e un artista o, meglio, un uomo tutto da scoprire: quasi un Caravaggio di metà Seicento con il cuore, l’occhio e la mente di un partenopeo incontrollabile e incontrollato.”
Questa esposizione intende, dunque, illustrare un aspetto particolare della prolifica produzione pittorica di Salvator Rosa, ovvero quello delle sue ‘composizioni di figure’ come le stregonerie, le allegorie filosofiche, le storie sacre e mitologiche, i ritratti. Saranno esposti circa 80 dipinti provenienti da musei italiani, europei e americani, come la Galleria d’Arte Antica di Roma, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti di Firenze, la National Gallery di Londra, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Metropolitan Museum di New York e opere provenienti da importanti collezioni private, difficilmente accessibili al grande pubblico. L’esposizione sarà, inoltre, arricchita e completata da una selezione di incisioni.
Le opere sono state selezionate da un comitato scientifico internazionale, composto da Nicola Spinosa (presidente), Marco Chiarini, Brigitte Daprà, Sybille Ebert-Schifferer, Helen Langdon, Wolfgang Prohaska, Aurora Spinosa e Caterina Volpi.

La vita e l’opera di Salvator Rosa:
Personaggio eterodosso e ribelle, dalla vita movimentata, quasi una figura pre-romantico, Salvator Rosa nacque all’Arenella (quartiere molto popoloso di Napoli) il 21 o il 22 luglio del 1615; il padre, Vito Antonio de Rosa, morì quando egli aveva 6 anni, e la madre, Giulia Greca, abbandonò Salvatore e i suoi fratelli, Giuseppe e Giovanna, al nonno, Vito Greco. Questi lo mandò, insieme al fratello, a studiare in un convento di Padri Scolopi in quanto lo avrebbe voluto prete o avvocato, ma il giovane Salvatore iniziò a manifestare il suo interesse per l’arte, apprendendo i primi rudimenti della pittura da uno zio materno per poi passare a lavorare con il cognato Francesco Fracanzano e quindi con Aniello Falcone (la cui influenza si avverte ne I pescatori di corallo) e Jusepe de Ribera.
L’apprezzamento da parte di Lanfranco lo spinse a trasferirsi a Roma dove visse per due anni dal 1634, stabilendo i primi contatti con la Scuola dei bamboccianti, che in seguito rinnegherà.
Tornato a Napoli si dedicò all’esecuzione di paesaggi con scene che anticiparono per certi versi alcuni temi romantici come le pittoresche scene di eventi spesso turbolenti, che diede in vendita per somme irrisorie restando anche per lungo tempo nell’ombra sulla scena artistica cittadina che era dominata a quel tempo dal trio Ribera, Battistello Caracciolo, Belisario Corenzio.
Fatto ritorno nuovamente a Roma nel 1638, fu ospite del cardinale Francesco Maria Brancaccio che, nominato vescovo di Viterbo lo condusse a dipingere nella città laziale l’ Incredulità di Tommaso per l’altare della Chiesa Santa Maria della Morte, suo primo lavoro d’arte sacra; a Viterbo Rosa conobbe il poeta Abati che stimolò la sua attidudine poetica.

Ebbe grande attitudine per la pittura ma fu un artista eclettico e versatile, e si espresse anche nella recitazione, nella poesia e come musicista.
Durante la sua permanenza romana strinse rapporti con i pittori barocchi Pietro Testa e Claude Lorrain e fu protagonista di spettacoli satirici per le vie della città durante il periodo del carnevale; in questa occasione entra in polemica con Bernini.
Nel 1639, invitato dal cardinale Giancarlo de’ Medici tornò a stabilirsi a Firenze dove restò per 8 anni, promosse l’ Accademia dei Percossi che riuniva poeti, letterati e pittori, influenzando con la sua tecnica pittorica numerosi artisti del tempo; in questo periodo l’altro pittore-poeta Lorenzo Lippi lo spinse a comporre il poema Il Malmantile Racquistato e Rosa conobbe anche Ugo e Giulio Maffei presso i quali visse per un periodo a Volterra e per cui compose le sue Satire: Musica, Poesia, Pittura e Guerra; nello stesso periodo fece il suo autoritratto, ora esposto agli Uffizi.
Il vivace artista fu soprannominato “Salvator delle battaglie” per le numerose rappresentazioni pittoriche di grandiose e sceniche battaglie ma dipinse anche, durante il suo soggiorno fiorentino opere dal tono esoterico e magico come Streghe e incantesimi, 1646, National Gallery) e dai temi allegorici e filosofici (La Fortuna, Paul Getty Museum)

Fatto ritorno a Napoli nel 1646, simpatizzò per l’insurrezione popolare guidata da Masaniello e sebbene il suo ruolo non appaia chiaro, sembra accertato che partecipò assieme ad altri pittori come Falcone, Paolo Porpora e Domenico Antonio Vaccaro alla “Compagnia della Morte”, così detta perché i suoi affiliati uccidevano gli spagnoli nelle strade della città per vendicarsi della morte di un loro amico.
Dissolta la “Compagnia della Morte”, per l’arrivo a Napoli degli austriaci, Rosa fuggì a Roma; qui produsse alcuni dipinti che dimostrarono una sorta di evoluzione dei precedenti soggetti, principalmente paesaggistici, a nuovi soggetti improntati ad un gusto classico, come La morte di Socrate.
Durante gli ultimi anni romani dipinse due capolavori di soggetto mitologico-morale come Humana Fragilitas (Fitzwilliam Museum di Cambridge) e Lo spirito di Samuele evocato davanti a Saul dalla strega di Endsor, acquistato da Luigi XIV e oggi al Louvre.
Morì a Roma il 15 dicembre 1673, e fu sepolto in Santa Maria degli Angeli. A Salvator Rosa è dedicato il Convitto nazionale di Potenza. Tra i suoi allievi ricordiamo Giulio Avellino detto “il messinese”.

Fonte: sito del Museo di Capodimontewikipedia