Tolkien ha fatto rivivere l’antico, ha riscritto un mito e si è imposto nel panorama della letteratura mondiale con un successo unico. “Il Signore degli Anelli” è un racconto ambientato in un tempo immaginario e in un luogo inventato, con personaggi inventati eppure capace, con forza, di appassionare e coinvolgere perché parla della realtà dell’uomo, esattamente come fa il mito

Intanto il viaggio di Frodo prosegue e lui e Sam riescono ad avvicinarsi sempre di più a Monte Fato, l’unico luogo dove l’Anello può essere distrutto, ma questo viaggio è un viaggio alle radici del male che si rivela alla fine l’unico modo per vincere il male. Man mano che Frodo avanza nel suo cammino di purificazione cresce la sua consapevolezza del male come realtà concreta e personale. Sin dall’inizio Frodo è sostenuto dalla speranza, speranza in alcuni elementi concreti (gli amici, la propria forza, Gandalf), ma mentre il viaggio prosegue, la speranza scompare piano piano (Gandalf scompare, gli amici si disperdono e le proprie forze tradiscono). Arriveranno momenti in cui Frodo ha la certezza assoluta di stare compiendo una missione senza speranza, ma anche quando è la Disperazione a essere predominante non abbandona mai il cammino. La speranza passa allora dall’essere una speranza umana a diventare Fede. Fede che nulla toglie alla fatica, al dolore, alla paura, alla sofferenza o alla morte. E così in Frodo la volontà si purifica lungo il cammino, paradigma del cammino di ogni uomo che voglia sconfiggere il male. La speranza e la fede informano l’uomo e lo animano dando alla sua volontà la forza necessaria. La lotta tra il Bene e il Male è continua ed è l’uomo a scegliere, non c’è predestinazione. La scelta è del singolo, inserito in una storia e da questa condizionato. Fatta una volta la scelta deve essere rinnovata di volta in volta perché la sua libertà lo mantiene sempre in bilico tra il Bene e il Male. Frodo arriva alla conclusione del suo viaggio nella sofferenza estrema, è l’uomo ormai purificato da solo di fronte al Male e lì, alla fine, cede quasi che la vittoria dell’uomo sul Male sia impossibile. Eppure l’uomo non è lasciato solo ed ecco infatti che la Provvidenza interviene attraverso Gollum che, come aveva predetto Gandalf, aveva forse ancora qualcosa da fare. Frodo può così tornare a casa sereno, ha compiuto la sua missione: è diventato adulto.

L’impegno di ogni uomo

La conclusione della storia è così la proclamazione della gioia finale , anticipazione e attuazione di quella grande e unica Gioia che è la salvezza portata da Cristo (se qualcuno ne dubitasse consiglio di leggere Albero e Foglia nell’edizione della Rusconi del 1976 in particolare le pagine dall’85 al 91) e l’affermazione dell’esemplarità del percorso di maturazione di Frodo, paradigma dell’impegno che ogni uomo è chiamato a compiere nella storia: lottare contro il Male perché il Bene trionfi. Gli Hobbit diventano così protagonisti veri e completi della storia.
Nella nostra epoca abbiamo visto il mito messo in secondo piano dalla scienza o meglio dallo scientismo, ovvero da quell’atteggiamento secondo cui tutto ciò che non è scientificamente verificabile e dimostrabile non è vero. Ma questo tipo di atteggiamento è crollato e crolla di fronte alle domande fondanti, proprio perché è incapace di descrivere, in maniera esaustiva l’uomo e il risultato è stata proprio la rivalutazione del mito, dell’arte e della filosofia e testimone di questo è anche il grande successo dell’opera di Tolkien. Il mito non è altro che un genere letterario che analizza e descrive le realtà fondamentali dell’uomo (il senso della vita, la morte, il dolore, la sofferenza, la gioia, la vita stessa), parlando di cose fuori dal tempo parla di ciò che è nel tempo. Non ha bisogno di prove scientifiche perché il mito è rivelazione, introduzione, iniziazione e va quindi interpretato. Simile al mito è la fiaba che, per Tolkien, ha tre compiti: quello di Ristoro, cioè di liberarsi dalla possessività sulle cose per poterle gustare davvero; di Evasione, dal falso verso ciò che è vero, da ciò che non è umano verso ciò che è propriamente umano; di Consolazione perché permette una fugace visione della Gioia finale e in questo senso è Evangelium, buona notizia, buon annuncio.
Ecco che allora la fiaba di Tolkien è diventata mito, cioè annuncio della grande Eucatastrofe della Storia.

La visione antropologica di Tolkien

Dall’opera di Tolkien emerge anche la sua visione antropologica che è, chiaramente incentrata su alcuni nuclei:

  1. L’uomo è unità di corpo e di spirito. Egli soffre, sperimenta dolore, ma anche pace ed è quindi realtà fisica, ma informato da una realtà spirituale cioè dalla volontà, dall’amore e dall’intelligenza. Corpo e spirito sono interdipendenti, due diverse categorie per spiegare quell’unica realtà che è l’uomo.
  2. L’uomo non è creatore né del mondo né della storia, ma non è neanche predeterminato. Egli deve prendere coscienza della storia e discernere al suo interno il Bene e il Male. In questo l’uomo è fondamentalmente libero, non in maniera assoluta, ma sempre all’interno della storia in cui si trova a vivere. Un impegno che vale non solo per il presente, ma anche per il futuro, cioè per l’intera storia.
  3. L’uomo ha una storia, un passato e un futuro, ma nella storia l’uomo non è solo. La forza e la saggezza devono trovare un supporto al di fuori della realtà umana e l’uomo aperto alla storia è aperto anche al divino, perché solo questa strada permette all’uomo di essere completo. Allora la speranza diventa fede e l’uomo è accompagnato da una Provvidenza nascosta, ma sempre presente nella storia.

La visione antropologica di Tolkien è moderna e ancora attuale perché le problematiche che affliggono l’uomo oggi sono le stesse individuate dal grande scrittore anglosassone (la libertà, la capacità di scegliere tra la strada facile e la via stretta) e le risposte che egli propone sono sempre valide. Di fronte a un mondo che sembra, inevitabilmente, votato alla morte la risposta di Tolkien è l’impegno quotidiano umile, ma fondamentale per permettere alla Provvidenza di agire nella Storia. Di fronte a un mondo ateo, Tolkien propone la sfida della fede mostrando come essa porti alla vittoria finale. E’ un esempio squisito di una letteratura che si fa annuncio della fede nella Trascendenza, della positività del creato e della storia, della certezza nella finale attuazione del Regno di Dio.

Ringraziamenti
Vorrei ringraziare l’amico Mauro Bozzola per l’ispirazione a scrivere questo articolo dopo aver letto la sua tesi di laurea a cui questo pezzo deve molto.