L’unico modo per fermare gli zombi è tagliar loro la testa. Quando capiremo dove si trova la "testa" dei terroristi potremo bloccare il contagio

Partiamo dalla realtà: lo zombi

Il 3 maggio 1962 Haiti era una città molto calda e il terzo arrondissement, Deschapelles, primeggiava quanto ad afosità. Il piccolo seguito di gente povera ma dignitosa che procedeva dietro il feretro attraverso le strade della cittadina di L’Estère, per giungere fino al piccolo cimitero, si sventagliava in continuazione con fazzoletti bianchi. Le due sorelle Angelina e Marie Claire si tenevano per mano, nel tentativo di consolarsi dell’improvvisa morte del fratello.
Non riuscivano ancora a spiegarselo. Fino a due giorni prima, Clairvius stava piuttosto bene. Certo, era malnutrito come tutti loro, ma i sintomi rilevati dai giovani medici, un Americano e un altro che aveva fatto pratica negli Stati Uniti, erano ai loro occhi del tutto inspiegabili: febbre alta, problemi respiratori e quella strana sensazione sottocutanea, come di vermi che gli scavavano dentro, avevano fatto sì che accorressero all’Albert Schweitzer Hospital di Port-au-Prince nella speranza di poterlo salvare. Quando avevano sentito le sue urla che imploravano di togliergli quelle cose che strisciavano nelle sue braccia, avevano capito subito quanto fosse grave la sua situazione. Non serviva essere istruite per comprendere la morte che giunge. Marie Claire, che non sapeva scrivere, aveva firmato il certificato di morte applicando le sue impronte.
Passarono tristi anni, le due sorelle, in modo particolare Angelina, che aveva sempre avuto un debole per il fratello. Un giorno la donna stava facendo acquisti nel piccolo mercato della cittadina, quando vide dirigersi verso di lei un uomo. Claudicava, o forse ondeggiava solamente, come fosse incapace di capire esattamente cosa stesse facendo. Angelina si trattenne per pochi secondi di gelo che le inondò lo stomaco, ma poi la paura ebbe il sopravvento: urlò allontanandosi. La gente si voltò verso l’uomo malconcio. Alcuni lo riconobbero ed ebbero la medesima reazione meravigliata. A parte una cicatrice su una guancia e l’aspetto generale ancora peggiore di quando era morto, quel corpo che si dirigeva verso Angelina Narcisse apparteneva a Clairvius, morto diciotto anni prima.

Gli zombie e l’immaginazione

Mentre Clairvius raccontava alla sorella la propria versione degli accadimenti, nella mente della donna probabilmente continuava a risuonare la melodia di quei due o tre strumenti che avevano accompagnato l’ineluttabile cammino verso la sua pietra tombale. La memoria di diciotto anni di assenza non doveva essersi rasserenata di una sola virgola e, forse, non si sarebbe mai modificata del tutto, pur dovendo constatare che lui era in realtà vivo.
Eppure Clairvius le stava raccontando di essere stato un morto-che-cammina, uno zombi, e di essere stato utilizzato come essere privo di coscienza da un bokor per due anni, fino a quando il medesimo bokor, che gli aveva rubato l’anima, non morì. Allora l’uomo tornò in possesso delle proprie facoltà, e dopo sedici anni decise di fare ritorno al proprio villaggio. Gli abitanti gli credettero, soprattutto per un motivo: il voodoo e le sue superstiziose tradizioni relative allo zombismo.
In seguito alle investigazioni, si poté certificare tutto ciò che egli raccontò e Clairvius divenne il primo – ma probabilmente non l’unico – uomo che fu zombi.
Risalta chiaramente come non vi sia qui alcunché di soprannaturale, come invece ci hanno abituati a pensare romanzi, film e, più di recente, telefilm sugli zombie. Similmente a quanto accade per il vampirismo, il licantropismo e la stregoneria, si può trovare alla base dello zombismo un dato storico ammantato poi di drammaticità narrativa e di immaginazione soprannaturale, che ne ha fatto uno degli esseri più spaventosi e inquietanti dell’immaginario collettivo.
Sappiamo bene, inoltre, come lo zombi si presti ottimamente a letture psico-sociali della realtà sempre più alienata e alienante in cui viviamo, proprio come accadde al vampirismo per l’Ottocento, alla stregoneria per la parte finale del Medioevo e l’inizio dell’Era Moderna e al licantropismo per il periodo intermedio tra questi due. Gli zombie sembrano la perfetta metafora per la nuova epoca che ci troviamo a vivere, costellata di paure endemiche, di terrori sconosciuti che ricevono un’ulteriore e fruttuosa chiave di lettura solo dal mostro alieno, altro termine di raffronto, tornato in auge dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York (si veda – ne basta uno su tutti – la riattualizzazione della Guerra dei Mondi realizzata dal grande Spielberg).
Tutto ciò che ci spaventa degli zombie è ravvisabile nella “incomprensibilità” dei terroristi: la morte per noi priva di senso, l’odio definitivo, lo scontro di civiltà, lo sconosciuto tra noi, l’attacco che non ci si aspetta, i legami spezzati, il disorientamento più totale nel bel mezzo delle nostre abitudini. Verrebbe quindi piuttosto facile utilizzare con semplicità la categoria dello zombi per parlare del terrorismo, in modo particolare quello di matrice islamica. E il ragionamento non sarebbe privo di senso. Tuttavia, voglio arrivare a quella conclusione allargando un poco il tracciato del mio percorso.
Seguitemi.

Attacco al Bataclan. Sembravano zombi

Tra tutte le testimonianze dell’ultimo attentato in Francia, quello in cui hanno – tra l’altro – attaccato il teatro Bataclan, ce n’è una che mi ha colpito più delle altre. Ve la racconto.
Alle 19.35 del 13 novembre 2015, X si trovava nei pressi del parcheggio del teatro Bataclan. Attendeva che arrivassero amici con i quali si sarebbe recato prima al ristorante e poi a fare un giro in città. Sapeva che nel vicino Bataclan si sarebbe tenuto il concerto degli Eagles of Death Metal. Mentre l’aria si faceva più fredda, X si guardò attorno. Aveva una strana sensazione, quella sera, e già gli era capitato di avere pensieri per lui insoliti. Parevano giungere di colpo. “Succederà qualcosa”, fu quello che lo colpì nella gelida serata. Subito dopo, però, aveva messo da parte i suoi timori e si era detto che pensieri del genere gli venivano ogni volta che sentiva parlare di cose strane e che non gli piacevano affatto: il concerto di quel gruppo,  che giudicava musicalmente estremo, corrispondeva perfettamente alla descrizione. Per ascoltare la roba che suonavano gli Eagles of Death Metal si doveva essere preparati e X non aveva mai particolarmente apprezzato la musica di quel genere. Quando, perciò, quella macchina passò davanti a lui e rallentò, non fece più di tanto caso ai tipi che c’erano dentro. Fu solo quando la vide fermarsi come se tentasse di parcheggiare, senza tuttavia riuscirvi, che la sua attenzione si portò al veicolo. I suoi occhi si adagiarono sul finestrino del guidatore e qualcosa si smosse dentro di lui.
Due occhi fissi, allucinati, quasi non-umani, lo stavano fissando. X si sentì avvampare dall’imbarazzo, ma poi colse immediatamente ciò che c’era dentro di lui, nascosto dietro l’improvviso imbarazzo: paura.
X spostò lo sguardo dal guidatore al suo compagno, intento a leggere su un cellulare che gli illuminava il volto di una luce bianca e fredda. Fu così che si convinse che quel tizio non fosse davvero in grado di leggere ciò che lo schermo dello smartphone gli mostrava. L’uomo dava infatti l’idea che fingesse attenzione pur essendone del tutto incapace, proprio come il guidatore che tentava di parcheggiare senza riuscire a fare una sola manovra utile per l’operazione.
“Questi due sono morti”, si disse X, e in quel momento l’effetto di straniamento fu totale. Lui, X, era come quei due e insieme non lo era. Lui apparteneva al mondo dei viventi, gli altri a quello dei morti. Fece di tutto per convincersi del contrario, ma il pensiero gli si fissò così a tal punto nella mente, che neppure al ristorante smise di pensarci. Uscito dal locale, si vide passare di nuovo la stessa auto davanti. Stavolta, il pensiero che gli passò per la testa sortì addirittura un effetto comico: “Stanno ancora cercando parcheggio.” Guardò l’orologio e segnava le 21.30. Erano passate quasi due ore.
Pochi minuti dopo un suo amico gli scrisse al cellulare che era esploso un ordigno allo Stade de France, dove più di una volta aveva visto le partite di rugby della nazionale a 15. Immediata fu la premonizione che gli riempì la mente e il cuore di spavento: sarebbe accaduto qualcosa anche al Bataclan. Quei due zombie erano lì apposta per fare strage. Doveva avvertire qualcuno. Ci provò un’ottantina di volte, senza riuscirvi. La Polizia non rispondeva.
La testimonianza, del tutto reale anche se da me un poco romanzata, comprova – se solo ce ne fosse bisogno – che i terroristi agirono sotto effetto di droghe. Anche Clairvius Narcisse fu tenuto sotto scacco per due anni, in quella condizione che egli descrisse come di “zombi”, grazie all’effetto di droghe e allucinogeni: tetradotossina e stramonio comune per mantenere l’effetto di una volontà “zombificata”, cioè controllata. Ma quel che colpisce di più qualora ci si dedichi al tentativo di comprendere come sia potuto accadere che Clairvius Narcisse si sia lasciato manipolare come “morto vivente” per due lunghi anni è una delle motivazioni cui gli studiosi hanno dovuto far ricorso: la fede di Narcisse e degli haitiani nella cultura voodoo, che tra le altre credenze superstiziose conosce anche lo stato di zombi e il controllo dell’anima.
Molto probabilmente non esiste droga che possa da sola controllare ad libitum un’altra persona, se non quella costituita e prodotta della mente: la credenza. Diviene lecito chiedersi quale sia la credenza che spinge i terroristi a farsi esplodere in un desiderio di morte, da comminare tanto a se stessi quanto agli altri, indifferentemente, siano cristiani o musulmani, siano uomini o donne, siano essi adulti o bambini. Quando si parla di terrorismo abbiamo a che fare con una piaga mondiale che rende gli esseri umani del tutto simili a zombi, soggiogati alla volontà altrui. Alla droga materiale e concreta che – pare – viene somministrata ai “volontari” dell’Isis o di Boko Haram si deve aggiungere la droga mentale, costituita dal voler cedere la propria anima a qualcun altro. Non certo il dio che essi adducono come giustificazione posticcia, bensì un potere che risiede in altre personalità.
In fondo, la paura che lo zombi ci suscita è esattamente la stessa provocataci dai terroristi: possono spuntare in qualunque momento perché camminano in mezzo a noi, possono infettare con il loro morso qualunque essere umano già malato e portarlo definitivamente alla morte (socialmente parlando, s’intende), e nel far questo, lo zombi può portare dalla sua parte, che è nient’altro che il nulla (il mondo della distruzione) qualunque persona gli si trovi vicino. E farlo, questa volta sì, molto concretamente, dilaniando corpi.
Gli zombi vanno eliminati ed essendo creature che rispondono non a una propria intelligenza e che non possono essere bloccati tramite le ferite del corpo, l’unico modo per fermarli è tagliando o facendo esplodere loro la testa. Quando capiremo dove si trova la testa di questi terroristi sarà forse possibile bloccare il contagio.