Medea termina il viaggio in Oriente, sulla via della Seta. Questa settimana la seconda tappa : la Georgia.

La Georgia è uno dei Paesi cristiani più antichi al mondo. Le prime evangelizzazioni risalgono addirittura al I secolo d.C., ad opera degli apostoli Andrea e Simone, anche se il Cristianesimo fu ufficialmente adottato come religione di Stato solo nel IV secolo, soprattutto grazie all’influenza della veneratissima Santa Nino di Cappadocia. La chiesa ortodossa georgiana, inoltre, è riconosciuta come autocefala, ovvero indipendente: la massima carica religiosa, il patriarca, non riconosce alcuna autorità religiosa al di sopra di sé (al mondo ci sono undici stati dichiarati ortodossi: 6 di questi sono indipendenti, gli altri fanno capo alla Chiesta ortodossa greca oppure russa). La fede cristiana, ancora oggi molto sentita – nonostante i lunghi anni di ateismo di Stato imposti dall’URSS – è sempre stata una forte componente identitaria per i georgiani e un potente fattore di unificazione nazionale. Da secoli in Georgia convivono pacificamente cristiani ortodossi, cattolici e protestanti, mussulmani ed ebrei.
E se volgiamo il nostro sguardo al cielo, ma anche più su, ecco un’altra interessante notizia rispetto alla Georgia : le canzoni folkloristiche georgiane sono apprezzate per i virtuosismi polifonici. Ovvero sono combinate simultaneamente e in modo armonico due o più voci indipendenti, vocali o strumentali, che mantengono ritmi e melodie diverse. È un genere antichissimo, che in Georgia risale al periodo precristiano ed è protetto dall’Unesco come patrimonio immateriale. Igor Stravinski dichiarò che si trattava di “una musica tra le più raffinate e difficili” che lui avesse mai ascoltato. Nel 1977, la canzone Chakrulo, un esempio classico della polifonia georgiana, fu addirittura incisa nel Voyager Golden Record, un disco registrato e placcato in oro contenente immagini e suoni della Terra, spedito nel 1977 dalla NASA nello spazio insieme alla sonda Voyager 2, ancora oggi attiva, con tanto di istruzioni per l’ascolto, casomai “qualcuno lo trovasse”.
Non siamo soli, dunque, lassù qualcuno sta intonano musica georgiana…

I molokani

Tutt’intorno le betulle frusciano nel vento. L’unico parco con questi alberi è stato piantato 170 anni fa, quando i primi molokan si stabilirono in Armenia. Stiamo parlando dei molokan, i moderni Amish dell’Est, una popolazione di origine russa con un antico credo cristiano, stabilitasi quasi due secoli fa in Armenia. Dopo tempi di repressione culturale e nonostante le difficoltà economiche, convivono ora in armonia con gli armeni, restando orgogliosi della loro lingua e tradizioni. Si raccolgono in due villaggi, a Lermontovo e a Fioletovo, situati in una zona bellissima tra Dilijan e Vanadzor, e per questo motivo, la veduta di una bellezza naturale incontaminata e incastonata fra gli altopiani, attraggono moltissimi turisti e qualche viaggiatore. Si dice che, solamente da loro, si possa gustare la vera bevanda di segale, il kvas, e si possano gustare delle dolcissime le fragole con la panna, fatta col latte delle loro mucche. Per avere un ricordo di questi posti, i turisti li fotografano in quanto ai nostri occhi appaiono come personaggi caratteristici e ameni: uomini con barbe lunghe e donne dai visi luminosi col fazzoletto bianco sul capo. Loro, i cristiani russi, con chiunque parlino, dicono di considerare l’Armenia la loro patria. E in Armenia sono conosciuti per la loro pazienza, laboriosità ed onestà. Vengono chiamati quando magari bisogna fare le grandi pulizie di primavera nelle case e vivono in pace e in intesa con gli armeni, riuscendo a mantenere le loro origini etniche. In particolare, pur conoscendo bene le tradizioni e la lingua locale preferiscono parlare la propria madrelingua. Restano fedeli alle loro tradizioni nazionali ed evitano anche i matrimoni misti.
Oggi Lermontovo e Fioletovo sono rimaste le ultime enclave russe in Armenia. Un tempo c’erano 22 villaggi come questi. Solamente nella regione di Tashir vivevano 12.500 russi. Ora invece rimangono solamente 450 persone, soprattutto anziani. Ci sono diverse ragioni per l’emigrazione di questi cittadini dal Paese, molte delle quali sono le stesse anche per gli emigranti armeni. Il motivo principale, naturalmente, è la disoccupazione : ben il 35% nel Paese e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di molti in Armenia. Fra le loro tradizioni si racconta che, un tempo, nella stessa Lermontovo le donne allevavano le volpi argentate in grandi fattorie ed esportavano le pregiatissime pellicce a Mosca. Le buone entrate e la presenza degli animali domestici permettevano loro di vivere tranquillamente e di crescere i figli. I ragazzi molokan studiavano nelle scuole locali russe ed avevano l’opportunità di continuare la loro educazione in madrelingua nelle università del Paese. Così fino al 1993, quando l’Armenia subì un blocco economico imposto da Iran e Turchia, durante la guerra col Nagorno Karabake, e rimase senza elettricità. Incominciò allora un processo migratorio che interessava anche i molokans. Un’altra questione rilevante fu la legge sulle lingue adottata dal precedente governo che essenzialmente limitava il diritto all’educazione dei cittadini russi. Tutte le strutture educative non armene, così come i dipartimenti di lingua russa nelle università, furono soppressi.
Ma oggi tutto questo, per fortuna, sembra solo un lontano ricordo e chi li ha incontrati dice che i Molokans, non solo sono perfettamente integrati nel tessuto sociale, ma sono anche forse, e ce ne è bisogno, la componente meno malinconica e nostalgica di questa terra che ancora piange e non osa oltrepassare il suo tragico passato. Un raggio di luce, che porta la speranza.

 

Torre pendente di… Tbilisi

Nel quartiere al centro della città, si erge maestosa la basilica di Anchiskhati, sita proprio nel cuore della parte vecchia, la più antica di Tbilisi e certamente la più suggestiva, grazie ai suoi affreschi sbiaditi e ai blocchi di pietra del muro esterno, ormai più che millenari, che raccontano secoli di preghiere e di mille speranze. Ad accrescere il fascino già suggestivo di questo angolo di mondo si aggiunge, oggi, il forte contrasto che si viene a creare fra la Basilica e l’edificio certamente più originale della città, situato nelle immediate vicinanze, la Torre dell’Orologio. Questa è una costruzione su tre piani, piuttosto sbilenca e apparentemente pericolante, ribattezzata anche “Torre Pendente di Tblisi”, la cui vista suggerisce al viaggiatore che se la trova davanti quasi all’improvviso, una strana sensazione di disordine e confusione insieme, un’armonia in entropia fra gli elementi più inusuali dell’architettura urbana e quelli della fantasia di un georgiano ormai famoso per le sue opere artistiche contemporanee: Rezo Gabriaze, una sorta di genio creativo della città.
La torre è una sua costruzione recentissima, che risale infatti al 2011 e non ha niente a che spartire con le geometrie avveniristiche, in vetro ed acciaio, dell’architettura contemporanea, che pure ha trovato qua, soprattutto negli anni di Sakhasvili, un terreno fertile. Al contrario questa nuova “torre pendente” è realizzata attraverso il recupero di vecchi materiali assemblati.
Ogni giorno, alle ore dodici e alle sette di sera, da una sorta di sipario posto sotto l’enorme orologio, si può ammirare il ciclo di una vita che scorre davanti agli occhi in pochi minuti ma raccoglie la meraviglia di un’esistenza: due giovani si incontrano, si sposano, hanno dei figli e infine invecchiano e muoiono, ma restano uniti anche dopo la morte, assieme nel lungo percorso che li ha fatti diventare parte di un’ unico destino. Un augurio insomma, di poter trovare e mantere stretta fra le mani un pezzetto di felicità.

Il monte Kazbegi

Un monte immenso nell’alto Caucaso, una vetta d’inverno innevata dalla quale risplende, all’alba, la luce iridescente dei ghiacciai, immobili e antichi, irraggiungibili eppure così vicini a Dio.
In Italia è la notte di San Lorenzo e io mi trovo sul Monte Kazbegi, dove narra la leggenda, gli dei incatenarono Prometeo a una roccia con catene indistruttibili, sottoponendolo ogni immutabile giorno al supplizio di un’aquila che gli mangiava il fegato. Leggende a parte, oggi per raggiungere il Kazbegi si deve percorrere l’antica Grande Strada Militare o Strada Militare Georgiana. Si tratta di un percorso estremamente accidentato che qualcuno inserisce nell’elenco delle strade più pericolose del mondo, anche se a me sembra un po’ un’esagerazione. Di certo i mezzi che la percorrono devono necessariamente procedere a poca velocità in quanto il manto stradale è irregolare e non è decisamente il caso di azzardare manovre, persino se si forma una coda, ma non mi sembra così impercorribile, o forse ho semplicemente moltissima voglia di arrivarci.
Gli ultimi cinquanta chilometri, sono quelli più difficili da percorrere, perché ci sono alcune buche o del fango, perché anche oggi come ieri ha piovuto molto e le macchine sono costrette a rallentare e poi cercare di superare gli ostacoli (mucche, pecore, cani, persone) spostandosi sull’altra corsia. Lungo la strada mi colpisce la lunghissima coda di tir in attesa di poter passare. Fermi e con l’abitacolo vuoto (penso che saranno sicuramente dietro, nel rimorchio a riposare o a mangiare, e che comunque saranno attrezzati per superare l’attesa) formano un “serpente” lungo chilometri e chilometri e hanno targhe armene, turche e ucraine.
Giriamo una svolta e purtroppo, a causa del maltempo e della nebbia che avvolge sia il monte che il paesaggio intorno (sembra di camminare in una soffice nuvola di panna montata), lo si vede appena: il Monte Kazbegi mostra appena la sua vetta che si erge fino a 5.047 metri. Chiedo alla guida e mi spiega che si tratta di uno stratovulcano ora inattivo, la cui ultima eruzione è collocabile attorno al 750 a.C. Affascinata dallo spettacolo, mi apparto e leggo un brano dal libro Viaggio nel Caucaso di Knut Hamsun (scritto nel 1903, edizione fuori catalogo):
“Improvvisamente, ad una stretta svolta della strada, si apre a destra una profonda gola e vediamo vicino vicino, proprio davanti a noi, la vetta del Kazbek con i suoi ghiacciai che mandano bianche scintille nel sole. Esso si erge immane sopra di noi, immobile ed alto, silenzioso. Una strana sensazione di pervade; quel monte si erge là quasi si fosse liberato degli altri monti, sembra un essere di un altro mondo e ci guarda. Una vertigine mi prende e mi fa vacillare fuori dalla carrozza”.
Passano i secoli, mutano gli uomini, ma le emozioni rimangono sempre le stesse.