Il “Contessa”, “Mose'”, il “Gimkana”, Toni detto “Elvis”, “Rospo” che della banda di teddy boys è il capo, il suo fratellino Cino. Milano si ricostruisce. È tutta grattacieli, fabbriche, neon, juke-box, macerie e… Adriano Celentano. Una notte di capodanno di fine anni Cinquanta, in un turbinare di motociclette e macchine rubate, i ragazzi della ghenga festeggiano a modo loro. Fanno passare un brutto quarto d’ora a una coppietta – cumenda e segretaria – sorpresa a far l’amore in macchina, in un prato. Rubano i gioielli che addobbano la madonnina di una chiesa di campagna,. Vanno a trovare un amico maggiordomo in una villa di signori, e lì si strafogano di polenta. Coinvolgono tre signore impellicciate in un’orgia spaccona e ubriaca. Caricano in macchina un omosessuale di passaggio, per spogliarlo e poi picchiarlo. Concludendo il tutto in tragedia all’ombra dello stadio San Siro.
Era il 1964 quando uscì il film in una sala di Milano, e soltanto per cinque giorni. L’avevano diretto Gian Rocco e Pietro Serpi, due registi semisconosciuti che qualche anno dopo torneranno alla carica con il western Giarriettiera Colt (girato a Oristano!). La scheda di Milano Nera aggiunge, laconica, che il produttore era Renzo Tresoldi per la Mediolanum. E le musiche di Giovanni Fusco, che aveva lavorato fino allora in tutti i film di Antonioni. Nico Fidenco cantava Perché non piangi più, con l’orchestra di Bacalov.

Scrisse sulla “Domenica del Corriere” Antonio La Nocita che “tutto questo è nello spirito di Pasolini”, lamentandosi che il film uscisse con quattro anni di ritardo. “Se l’avessimo visto neonato”, continua La Nocita, “ci sarebbe apparso più grintoso”.
Non aveva tutti i torti.

In effetti, lo sceneggiatore di quel film era proprio Pier Paolo Pasolini. I “suoi” teddy boys sono dei selvaggi piccolo borghesi, figli di ex fascisti, esemplari d’avanguardia di quell’omologazione che il poeta racconterà negli anni successivi con angosciata e crudele precisione. Dimenticata come il film (ma diversa dal film), oggi quella sceneggiatura riemerge dal nulla dopo 36 anni, e viene pubblicata sull’ultimo numero di “Filmcritica”. Fu lo stesso Pasolini a spedirla, assieme alle scene scritte per La notte brava di Bolognini. Purtroppo quel dattiloscritto scomparve subito dopo. È ricomparso fortunosamente soltanto due anni fa.

“È proprio la sua Lettera 22”, ci ha detto Laura Betti, curatrice del Fondo Pasolini. “Sue sono le correzioni. Semmai quello che non mi torna è la scena nella quale io canto. Pierpaolo non avrebbe messo i suoi amici così, in un film, e semmai me l’avrebbe detto”. Dunque qualcuno mise le mani sulla sceneggiatura, azzarda la Betti. Non è improbabile. Anche perché in tutta questa confusione, nessuno ricorda bene neppure se il nome di Pasolini comparisse sui titoli di Milano Nera. Della sceneggiatura fa cenno appena la biografia di Nico Naldini, e incerto è anche il titolo: La rovina della società, si legge sul dattiloscritto, poi corretto a penna in La nebbiosa (e così esce su “Filmcritica”). Nico Naldini, che fu vicinissimo a Pasolini durante il soggiorno milanese speso a lavorare al film, lo ricorda invece come Polenta e sangue. Dice: “Me lo spiegò così: ‘questi ragazzi sono sanguinari pur essendo dei polentoni'”.

È lo stesso Pier Paolo Pasolini, in un articolo scritto per “Paese sera” nel 1961 (ripubblicato di recente su Storie della città di Dio), a fugare molti dei “misteri” che avvolgono quel lavoro. Misteri comprensibilissimi, del resto: alla fine degli anni ’50 non è ancora un regista famoso; collabora a parecchie sceneggiature, e qualche volta prende delle solenni fregature. Racconta Pasolini: “Un certo T. [è il produttore Tresoldi] – di famiglia ricca e onorata, da far conoscere a Gadda – […] incantato da due ispirati, due registi di cui non mi viene in mente il nome, l’inverno passato arriva, con un colpevole occhio smarrito – insieme ai due ispirati, uno istriano e uno siciliano – e mi chiede di sceneggiargli un film sui teddy boys milanesi […] Insomma: vado a Milano, passo venti atroci giorni in un alberghetto a lavorare come un cane, lavoro altri venti giorni a Roma. La prima metà del prezzo pattuito riesco a strapparla: la seconda l’avete vista voi?”.

Non ci sono altri indizi, per il momento, dell’avventurosa storia produttiva di Milano Nera. Nico Naldini, all’epoca ufficio stampa, sottolinea il grande impegno e l’intensità che Pasolini mise in quello sfortunato lavoro: “Si trattava di collaudare i suoi schemi narrativi romani, basati sulla presa diretta del parlato, su Milano”, dice. E spiega che proprio lui fece conoscere a Pasolini alcuni teddy boys che lo scrittore studiò con il consueto interesse e amore, per mimarne lo scarno gergo milanese: “Girò con loro qui a Milano, e poi se ne portò due a Roma”. Ne nacque persino uno scandaletto minore: un settimanale scandalistico pubblicò alcune foto di scena del film, che ritraevano uno dei teddy boy finito in galera per precedenti reati, dando a Pasolini la colpa di averlo portato sulla “cattiva strada”.

Ma a parte questo, l’ambientazione de La nebbiosa – tra le periferie di Metanopoli, di bar luccicanti al neon e grattacieli del centro direzionale – è davvero straordinaria. Pasolini aveva scritto di teddy boys e della nuova Milano in alcuni articoli e lettere pubblicati su “Vie nuove”. Dal punto di vista cinematografico, nella sceneggiatura si sentono echi de I vinti di Antonioni, e di un certo cinema inglese “arrabbiato”. Con un po’ di fantasia, la gang di Milano nera non sfigurerebbe in un bikermovie di Roger Corman o di Herschell Gordon Lewis; e gli scenari periferici sono quasi gli stessi che ritroveremo in certi gialli lividi di Scerbanenco, come Venere privata. Almeno cinque o sei anni dopo, però.

Posseduti da una spirale di sesso, velocità e violenza i teddy boys di Pasolini hanno in testa una sola canzone: Teddy girl di Adriano Celentano. Il “molleggiato” inaugurava proprio in quegli anni la sua parabola ascendente. Nel 1959 fu chiamato da Fellini per La dolce vita. Subito dopo fu protagonista di Urlatori alla sbarra e Il tuo bacio è come un rock. Pasolini adorava Celentano, soprattutto quando cantava Ventiquattromila baci. Dicono che qualche anno dopo andò a trovarlo a Milano, quasi un pellegrinaggio, assieme a Ninetto Davoli.

[di Alberto Piccinini dal “Manifesto” del 7 febbraio 1996]