Possono Ragione e Razionalità arrivare a concepire la "prova" dell'esistenza di Dio? E soprattutto possono arrivare a comprenderLo? Oppure sono necessarie altre facoltà umane?

San Paolo nella lettera ai Romani scrive (Rm 10 9-10):

«… se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza».

In quel tempo, in quella zona del mondo, con la parola “cuore” si intendeva sia la conoscenza sia l’amore sia il sentimento sia la Fede. Nell’uomo non c’era nessuna distinzione fra le sue componenti.
Nel mondo biblico l’esistenza di Dio non era messa in discussione e l’uomo vi credeva senza riserve con tutti i suoi elementi: Ragione, Conoscenza, Sentimento, Amore, Fede.
Anche i Padri della chiesa non si sono trovati a dover dimostrare l’esistenza di Dio, ma la sua unicità. Non combatterono contro l’ateismo ma contro il politeismo. Ora la situazione è diversa, l’esistenza di Dio è rifiutata a priori: per credere abbiamo bisogno di una “Prova”.
L’uomo è come diviso: da un lato ci sono Ragione e Conoscenza scientifica, che sono messi al primo posto, e dall’altro la Fede, su un gradino più basso. Per noi qualcosa esiste solo se convince le facoltà che si trovano sul gradino più alto. Ma questi strumenti possono veramente comprendere Dio?
Nella Bibbia quando Mosè incontra il Signore, lo fa all’interno di una nube, ossia senza poterlo vedere, senza poterlo comprendere, perché il suo intelletto non lo può afferrare, non lo può contenere. Gli altri israeliti che assistono alla scena e che sono al di fuori della nube, invece, vedono un Fuoco.

Esodo 24 15-18, la nube

«Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube. La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti».

Chi percepisce Dio da lontano, vede il suo splendore ma non ne afferra l’essenza. Mentre chi lo ammira da vicino, si rende conto che Egli è infinito e che trascende ogni conoscenza. Contemplare Dio da vicino significa comprendere che egli è incomprensibile.
Secondo il grande pensatore tedesco Nicola Cusano (1401-1464) la “dotta ignoranza” è l’unica posizione che si può prendere di fronte a Dio, quale Essere perfetto e infinito, inattingibile alla possibilità di conoscenza di esseri imperfetti e finiti come noi uomini. Non è possibile, infatti, tentare di comprenderLo attraverso una sorta di avvicinamento progressivo, perché essendo Dio infinito, non esistono dei livelli di conoscenza intermedi da raggiungere. Ogni grado raggiunto sarà sempre infinitamente lontano dalla comprensione. E san Gregorio Nisseno (335-395) afferma che per incontrare Dio bisogna oltrepassare i confini della Ragione. Per il santo entrare nella “nube”, ossia credere, non significa rinunciare alla propria razionalità, ma superarla. Anche Pascal, affrontando questo tema, afferma che l’atto supremo della Ragione sta nel riconoscere che esistono un’infinità di cose che la sorpassano.
L’Amore è inspiegabile con la nostra razionalità, ma nessuno si sogna di dire che non esiste. Nessuno mette in dubbio l’amore fra genitori e figli o fra due giovani fidanzati. Allora la Fede diviene uno strumento della Conoscenza, anzi lo strumento più appuntito, perché ci permette di oltrepassare i nostri limiti e di percepire ciò che la nostra intelligenza non potrebbe neanche contenere.

L’amor che move…

È la stessa Ragione a sostenere che un Dio che venisse compreso non sarebbe Dio. L’inconoscibilità di Dio diviene la prova che Egli è infinitamente più grande, più bello, più buono di quanto possiamo concepire. Anche Dante teme che la contemplazione di Dio sia un volo superiore alle sue ali. E anche per lui la comprensione di quello che vede arriva come una folgorazione che trascende ogni forma di Conoscenza:

“tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.”

Del resto non potrebbe essere altrimenti, perché soltanto qualcosa di incomprensibile può essere contemplato per l’eternità senza annoiare.